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Il 60% della ricchezza mondiale transita attraverso i paradisi fiscali
di Luca Pagni
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 28 settembre 2009

La svolta, sostengono gli esperti, è arrivata dalla battaglia mossa dagli Stati Uniti alla Svizzera. L'aver costretto Ubs, il principale istituto della Confederazione, a violare il principio difeso per oltre 250 anni - l'inviolabilità del segreto bancario - ha rivelato al mondo che le Grandi Potenze fanno sul serio. E che, per la prima volta, la lotta ai paradisi fiscali non sarà solo di facciata. Una battaglia che non poteva che partire dal cuore delle Alpi: si stima che la sola Svizzera custodisca un terzo della ricchezza delle famiglie più ricche del pianeta, oltre 11mila miliardi, pari al pil della Germania.
Ma stiamo veramente per essere testimoni della più importante rivoluzione economica dopo il New deal? E i grandi capitali stanno effettivamente scappando dai paradisi fiscali diventati ormai i "paria" tra le nazioni per tornare nei paesi di origine, dove i governi stanno preparando sanatone fiscali per la loro regolarizzazione?
Anche a essere molto ottimisti, ci vorrà del tempo e sforzi non indifferenti da parte delle agenzie delle entrate (in termini di indagini, processi e sanzioni) per modificare abitudini e compbrtamenti che si sono consolidate fino a diventare regola quotidiana, un fenomeno cresciuto esponenzialmente dal Secondo dopoguerra. Perché fino ad ora, nonostante la minaccia di dichiarare l'embargo nei confronti degli Stati che non diventeranno più trasparenti e non renderanno accessibili l'identità dei possessori di conti correnti e società di comodo, i paradisi fiscali sono stati utilizzati alla grande. Per creare fondi neri, per evadere il fisco, per far sparire le tracce della propria ricchezza. Una modalità che si riscontra in tutti i Paesi: gli esperti hanno dimostrato come il 60% dei movimenti finanziari nel mondo avviene attraverso le società off-shore dei paradisi fiscali.
Ma quali sono le convenienze tecnico-contabili che spingono società (grandi e piccole) ma anche privati facoltosi ad avere la loro fetta di paradiso off-shore? Andare all'estero è soprattutto una scelta di comodo, che in un modo o nell'altro permette di avere benefici sfruttando o la differente tassazione dei vari Paesi oppure aggirando alcuni paletti del diritto societario italiano.
I motivi che spingono a creare una struttura in paesi off-shore o con regole più blande si possono riassumere secondo diverse tipologie. La prima, e in passato la più usata, consiste nel creare una holding, ovvero una società di partecipazioni, in un paese dove non si pagano le tasse sulle plusvalenze.
Si crea una struttura con pochi dipendenti (o anche senza) e sotto questa società si mettono le partecipazioni in controllate sparse in giro per il mondo. Lo scopo? Non pagare nemmeno un centesimo di tasse quando si decide di cedere le partecipazioni per arrivare alla cosiddetta plusvalenza.
Un secondo motivo per cui si creano società in nazioni «più accomodanti» è legato alla gestione della tesoreria e alle aliquote fiscali. Capita che aziende ricche di cassa decidano di spostare la gestione della loro liquidità là dove le ritenute sono inferiori. La cassa di solito viene investita e produce redditi che rientrano nell'Ires (Imposta sul reddito delle società). In Italia la tassazione media dovuta a questa voce oscilla tra il 30 e il 35%, mentre in altri Paesi come la Svizzera e l'Irlanda può scendere fino al 12%.
Un terzo motivo per disporre di una base all'estero è legato alle necessità di finanziamento. In Lussemburgo, per esempio, è consentito emettere obbligazioni senza rispettare nessun vincolo patrimoniale, ovvero senza garanzie. Una mancanza di contro!lo, che ha contribuito non poco a creare l'attuale eccessivo indebitamento di molte aziende.
Ci sono poi delle motivazioni che riguardano l'aspetto meramente fiscale delle persone fisiche. E questi il caso di chi ha creato società nel Liechtenstein o si è trasferito a vivere a Londra. Nel primo caso, la prassi è la costituzione di Fondazioni che in realtà nascondono soltanto strutture interposte fittiziamente per nascondere i patrimoni. Quali vantaggi si hanno nel Granducato? La Fondazione è del tutto autonoma, la tassazione è forfettaria e minima (una sorta di imposta di bollo, da non più di mille euro all'anno).
E veniamo a Londra. Come ha fatto la capitale britannica a trasformarsi nel paradiso dei nuovi ricchi? Grazie a una legge vittoriana, tuttora in vigore, ma creata per favorire chi aveva interessi nelle colonie e ora diventata appannaggio di stranieri residenti a Londra, ma con il domicilio fiscale all'estero. Duecento anni fa, chi aveva piantagioni in Africa o nelle Indie poteva mantenere la residenza in Inghilterra e contemporaneamente spostare il domicilio, cioè la residenza fiscale all'estero dove si trovavano i propri interessi. Il fisco inglese tassava solo il reddito che rientrava in Inghilterra, mentre tutto il resto era esentasse. Ora cosa succede: si prende la residenza a Londra e il solito esercito di avvocati d'affari e fiscalisti sposta ricchezze e società in società off-shore. Per cui: niente tasse in Inghilterra. La Ue ha chiesto pi volte di abolire la legge in questione ma inutilmente. Sono circa 200mila le persone che godono di questo status di cittadino residente ma non domiciliato a Londra, prima della crisi. Come fare? Basta depositare su un conto della City una somma di un certo rilievo con la causale «deposito a tempo indeterminato». Londra come Montecarlo, quindi, dove non sono previste tasse sui redditi delle persone fisiche.
Ma tutto questo è destinato a finire? Cosa prevedono i nuovi accordi globali di lotta all'evasione? Su consiglio dell'Ocse, gli stati fiscalmente canaglia sono stati spinti a sottoscrivere almeno 12 accordi bilaterali di cooperazione e scambio di informazione con altrettanti governi.
In cambio sono così usciti dalla "lista nera" per passare a quella "grigia". In altre parole, dovranno abolire l'anonimato sui conti o sui titolari di trust o fondazioni, rendere note ammontare di conti correnti e i loro titolari. E dovranno anche cominciare a far pagare la tasse sulle plusvalenze. Come ha suggerito il governo inglese di Gordon Brown al premier delle Isole Cayman quando ha chiesto aiuto finanziario alla Corona d'Inghilterra.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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