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Rassegna stampa - Documento |
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Il capitalismo tra le onde del debito
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 5 dicembre 2011
Sul Corriere della Sera Alesina e Giavazzi hanno sostenuto che per salvare
l'euro la Bce dovrebbe acquistare quantità illimitate di titoli pubblici di
Paesi in difficoltà, come Italia, e Spagna, ma non insolventi. Hanno
senz'altro ragione. Due questioni cruciali però si impongono. 1) È possibile
affidare un potere così illimitato a una banca priva del sostegno di uno
stato? E se per ragioni politiche dovute alla riluttanza degli stati nazionali
la soluzione più naturale (la creazione di un governo europeo designato da un
Parlamento Europeo direttamente eletto dal popolo europeo) resta
impraticabile, sembra necessario estendere e rafforzare i poteri congiunti di
supervisione della Commissione e del Parlamento attuali. 2) È un intervento
necessario ma non sufficiente se non verranno predisposte politiche rivolte a
sostenere la crescita della domanda aggregata, e se non saranno compresi i
motivi di fondo che hanno generato la crisi che ci attanaglia. Una crisi che
va inquadrata nel momento storico che il capitalismo attraversa. La nuova fase
del capitalismo finanziario, che si apre all'inizio degli anni '80 con la
liberalizzazione dei movimenti di capitale, ha fatto affluire sulla scena
economica mondiale, sia pure in modi tumultuosi, miliardi di contadini poveri,
ma ha provocato un rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e
tra capitalismo e democrazia. La globalizzazione comporta enormi
diseguaglianze e promuove una gigantesca inflazione finanziaria. Infatti, a
differenza di quanto accade nel mercato dei beni reali, in quello dei titoli
non esiste un meccanismo compensativo che freni una domanda eccessiva con
l'aumento dei prezzi. L'aumento del prezzo dei titoli ne aumenta la domanda
per l'attesa di nuovi guadagni generando un meccanismo cumulativo sfrenato. I
debiti si rinnovano sistematicamente, facendo del nuovo capitalismo
finanziario, come è stato detto (Marc Bloch) uno strano sistema dove i debiti
non si rimborsano mai. Le onde del debito si accavallano le une alle altre
sospinte dalla fiducia nella crescita del sistema. Cresce la liquidità in
proporzioni smisurate rispetto al prodotto reale (nel 2007, al momento della
crisi, di dodici volte!). Ma quando si delinea uno scenario recessivo e viene
a mancare la fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento, la
liquidità si distrugge mentre i debiti restano, provocando ondate di
fallimenti. Le onde del debito allora si infrangono sulla riva. E'ciò che è
puntualmente successo con la crisi che attraversiamo. La violentissima
restrizione monetaria del settore privato ha portato al fallimento della
Lehman, al crollo dei mercati, al prosciugamento del credito interbancario,
alla drastica diminuzione dei prestiti a famiglie e imprese e quindi alla
caduta della domanda aggregata, della produzione e dell'occupazione nei Paesi
più avanzati. Dunque, la crisi ha colpito al cuore la teoria neoclassica
secondo cui i mercati sono razionali e si autoregolano e ha reso evidenti i
guasti prodotti dalle politiche di deregolamentazione in voga negli ultimi 30
anni. A quel punto non si poteva che ricorrere al "deteStato". A differenza
degli anni trenta quando vi furono massicci interventi statali nell'economia
reale (protezionismo, nuove regole, nazionalizzazioni), la crisi attuale è
stata fronteggiata con la sostituzione dell'indebitamento privato con quello
pubblico e con l'espansione dell'offerta di moneta da parte delle Banche
Centrali. L'intervento pubblico ha privilegiato il salvataggio delle banche ma
è stato inesistente sul lato della crescita. Il mancato rilancio di un ciclo
di crescita ha impedito che si riattivasse il credito bancario, essenziale per
alimentare la domanda aggregata. Ora i governi sono puniti per i loro
disavanzi di salvataggio dalle agenzie di rating, che non avevano mosso ciglio
di fronte alle malversazioni della finanza; e sono costretti a ridurre le
spese sociali addossando i costi sui ceti più deboli. In conclusione: gli
interventi finora attuati sono stati insufficienti e dannosi. È necessario un
nuovo compromesso storico tra il capitalismo e la democrazia del tipo di
quello che contraddistinse, alla fine della seconda guerra mondiale, l'età
dell'oro (Hobsbawn). Abbandonare il capitalismo finanziario sregolato per
tornare a un capitalismo governato. Costruire un sistema di relazioni
internazionali in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Contenere i
movimenti di capitale di brevissimo termine con misure fiscali tipo Tobin Tax.
Ridurre i divari nella distribuzione della ricchezza non solo perché
diseguaglianze troppo marcate sono inaccettabili moralmente ma perché
costituiscono un freno allo sviluppo. Uno sviluppo sostenibile si deve fondare
su investimenti, crescita della produttività e dei salari reali. Per questo la
politica dei redditi deve ritornare al centro della politica economica.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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