Il futuro dei Confidi: contributo all'agenda 2005-2006 (Prima parte)
di Luca Erzegovesi (Università di Trento)
Novembre 2005
Questo paper è nato come contributo al Rapporto Federconfidi ("L'attività dei confidi nel 2003,
Federconfidi", Roma 2005), nel quale è stato pubblicato in versione sintetica. Si è ritenuto utile
dargli diffusione in questa versione più ampia come contributo al dibattito in corso sui confidi e
ai progetti di trasformazione che sono allo studio o in fase di attuazione.
Questa versione è del giugno 2005.
Ogni commento è gradito e può essere inviato a
luca.erzegovesi@unitn.it
* * *
Introduzione
Più di diciotto mesi sono trascorsi dall'approvazione della legge quadro sui confidi (art.13 del
DL 269 del 30/9/03, convertito nella L.326 del 24/11/03). Questa riforma a lungo attesa non ha
ancora dispiegato effetti degni di nota. Le norme attuative devono ancora essere emanate dal
Ministero dell'Economia e dalla Banca d'Italia. Nel frattempo, nelle sue forme tradizionali,
l'operatività dei confidi si è sviluppata a ritmo sostenuto. Sono andate in porto importanti
operazioni di fusione. Alcuni dei maggiori confidi hanno deliberato modifiche statutarie che
preludono alla trasformazione in intermediari ex art. 107 TUB o in banche. Tuttavia, nel
complesso, ha prevalso la cautela, sia tra gli enti di garanzia, sia da parte dei regulator.
I tempi di attuazione non sono stati forzati, nel timore di destabilizzare l'esistente prima di
avere messo a punto un modello nuovo, di provata efficacia.
Parallelamente, nel giugno 2004 il Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria ha approvato il
nuovo schema di regolamentazione del capitale, da tempo noto come "Basilea 2" (v. Comitato
di Basilea per la vigilanza bancaria (2004)). Nel luglio 2004 la Commissione Europea ha
prontamente divulgato la proposta di modifica della direttiva sul capitale proprio delle banche
(nota come CAD 3), che recepisce le novità di Basilea 2. Il nuovo framework andrà a regime
entro la fine del 2007, se la normativa europea, e le successive istruzioni della Banca d'Italia,
saranno emanate nei tempi previsti. Il livello di attenzione del mondo delle imprese e dei media
per l'argomento, già elevato dal 2003, è ulteriormente cresciuto: lo testimoniano i tavoli di
confronto aperti sul tema tra le associazioni imprenditoriali e l'ABI, un'ininterrotta attività
convegnistica e l'uscita di numerosi manuali, vademecum e instant book. Si sono avviati
molteplici programmi di formazione sulla finanza delle PMI e le relazioni banca-impresa, che
spesso abbracciano anche il tema della riforma dei confidi. Nei mercati della consulenza e dei
sistemi informativi per le imprese lo slogan "prepararsi a Basilea 2" è un argomento di vendita
sempre più popolare.
Navigando sotto costa, in attesa di passare lo stretto tra Scilla (la Legge quadro) e Cariddi
(Basilea 2), i confidi stanno ripensando la loro missione. Senza dubbio si è avviato un processo
di cambiamento epocale. Peraltro, la dinamica di questo processo si è finora espressa in tono
minore: il quadro normativo lascia ancora aspetti indeterminati, e si presume manchino gli
elementi per definire strategie chiare. Pochi si sentono invogliati a correre i rischi del first
mover, e i più preferiscono attendere, e stare a guardare.
In questo contesto, non sempre la prudenza è una buona consigliera: l'input normativo, pur
fondamentale, non è l'unico fattore critico, ed è a sua volta il riflesso di cambiamenti profondi
che sommuovono l'economia reale delle imprese e l'infrastruttura finanziaria che la sostiene.
Occorre quindi mettersi in azione subito per affrontare il cambiamento, perché nessuno ha la
soluzione in tasca, ma si possono e si devono sperimentare subito risposte nuove ai problemi
emergenti. E' questa l'unica strada per arrivare alla soluzione, con il tempo e numerosi tentativi,
possibilmente coordinati fra loro.
Le riflessioni che qui sono proposte intendono contribuire all'agenda dei lavori per il prossimo
anno. Esse attingono all'analisi della normativa e della letteratura scientifica, ma soprattutto
riflettono esperienze, spunti, proposte che si è avuto modo di raccogliere sul campo, dal
confronto con gli operatori che per primi hanno deciso di rispondere alle sfide in atto.
Nell'ordine si considerano:
i principali fattori di cambiamento che agiscono nel settore della garanzia collettiva,
individuati nell'accordo di Basilea 2, nei nuovi bisogni espressi dalle PMI nell'ambito della
gestione finanziaria, e nei nuovi orientamenti delle politiche di sviluppo regionale;
le possibili risposte al cambiamento da parte dei confidi, e in particolare i fabbisogni di
innovazione del prodotto-garanzie, la trasformazione dell'assetto istituzionale, la
diversificazione verso nuovi servizi professionali per le Pmi.
I fattori di cambiamento
Il dibattito sui confidi nel nostro paese è oggi animato da alcuni grandi temi strategici, avvolti in
una nuvola di peculiari questioni normative, che nascono dall'esigenza di traghettare il
variegato assetto legislativo e statutario ante-riforma verso un nuovo regime, che la legge
quadro tratteggia in modo non sempre chiaro nei suoi intenti e nella sua attuazione tecnica. Ci
sia però consentito di mettere questi aspetti in secondo piano, per soffermarci su alcune
tendenze di fondo che stanno profondamente trasformando i mercati di riferimento dei confidi.
Queste onde lunghe di cambiamento sono il cuore del problema rispetto al quale valutare
l'efficacia delle soluzioni istituzionali e normative, che sono risposte contingenti e non
risolutive.
Valutazione e prezzo del rischio sui mercati del credito
Il primo driver di cambiamento si collega alla trasformazione del modus operandi
dei mercati del credito, sancita con l'approvazione di Basilea 2.
Basilea 2 intende promuovere la convergenza verso standard più evoluti e uniformi di
valutazione del credito. Il nuovo accordo guarda con favore gli approcci volti a misurare il
rischio di insolvenza con criteri rigorosi e diffusamente accettati, basati su informazioni
oggettive, procedimenti strutturati di valutazione, e test retrospettivi di convalida. Al cuore
dell'analisi del rischio stanno la modellazione e la stima delle distribuzioni di probabilità delle
perdite su crediti con riferimento a gruppi omogenei di esposizioni.
La filosofia di Basilea 2 trova la sua più evoluta espressione nell'approccio basato sui rating
interni (internal rating based - IRB). Le banche operanti a livello internazionale, già dalla fine
degli anni novanta adottano sistemi di rating per classificare e prezzare i crediti, e modelli di
portafoglio per stimare e controllare le perdite aggregate. Basilea 2, ammettendo l'approccio
IRB, sancisce la validità di tali sistemi di rating e ne codifica i requisiti minimi per
l'applicabilità al controllo del rischio di credito ai fini di Vigilanza.
Il nuovo accordo compie un passo da gigante nell'allineare le regole sui coefficienti
patrimoniali minimi (primo pilastro), con le best practice in materia di controlli interni (il cui
rispetto è comunque verificato nel processo di controllo prudenziale, o secondo pilastro), e con i
criteri di valutazione degli investitori e delle agenzia di rating (disciplina di mercato, o terzo
pilastro). Il suddetto allineamento si realizza quasi completamente nell'approccio basato sui
rating interni di tipo avanzato.
Una parte consistente dei sistemi bancari sarà meno esposta a questa rivoluzione culturale. Negli
USA (v. Manning (2004)) Basilea 2 si applicherà soltanto a otto gruppi bancari, e pochi altri
istituti (una dozzina) opteranno per l'adozione volontaria. Nei paesi dell'Unione Europea, il
nuovo accordo sarà invece applicato erga omnes, e il suo impatto potrà essere attenuato optando
per il metodo standardizzato, nel quale si cerca di emulare, per quanto possibile, il sistema IRB
applicando coefficienti di rischio fissati, come nel vecchio accordo, dalla normativa, ma
differenziati in base ai rating esterni, quindi senza effetti apprezzabili per la clientela
unrated.
Molto si è discusso, e non da ieri, sul possibile effetto penalizzante del nuovo accordo rispetto
all'offerta di credito alle PMI. Grazie alle efficaci pressioni (1)
dei paesi, tra cui il nostro, dove le
imprese minori formano l'ossatura del sistema produttivo, l'accordo è stato emendato rispetto
alla sua prima stesura, e nella versione approvata nel 2004 non aggrava, e anzi alleggerisce, i
requisiti su prestiti a piccole imprese classificate retail, ovvero con fatturato inferiore a 5
milioni di euro e esposizione complessiva inferiore a 1 milione di euro. Le banche minori che
adotteranno il metodo standardizzato, potranno infatti beneficiare del coefficiente di rischio
ridotto al 75% su tale classe di clientela. Inoltre, nel sistema IRB, nella classe corporate, i
prestiti a medie imprese (con fatturato compreso tra 5 e 50 milioni di euro) sono favoriti da uno
sconto inversamente correlato al livello di fatturato. Nella classe IRB-retail si applicano
parametri di correlazione molto favorevoli, che portano a coefficienti di rischio relativamente
bassi. Le agevolazioni riconosciute alle medie imprese corporate e alle operazioni retail
attestano che il tasso di insolvenza in tali segmenti è sì mediamente più alto, ma anche meno
volatile nelle diverse fasi del ciclo economico, essendo dipendente in maggior misura da fattori
idiosincratici. Il rischio di perdita sui prestiti alle PMI è quindi contenibile più efficacemente
con la diversificazione del portafoglio rispetto a quanto consentito per i debitori sovereign e
large corporate.
L'impatto di Basilea 2 sulle PMI sarà importante, ma non per il diverso requisito quantitativo di
capitale regolamentare, bensì per il cambiamento qualitativo dei processi di valutazione del
credito già in atto nel mercato, processi che Basilea 2 ratifica e contribuisce a diffondere
ulteriormente.
Basilea 2 tratteggia una gerarchia degli approcci alla valutazione del rischio di insolvenza delle
imprese, che è sostanzialmente quella delle agenzie di rating. L'approccio canonico applicato
nel corporate lending parte dall'analisi fondamentale dell'equilibrio finanziario a medio termine
dell'impresa rispetto a parametri medio-normali di segmento settoriale/geografico, che
possiamo etichettare come in Berger, Udell (2004) balance sheet lending. Si fa largo uso di
hard information, ovvero di dati quantitativi tratti dall'informativa di bilancio e dai business
plan, arricchiti da informazioni qualitative. Gli elementi misurabili sono un input irrinunciabile,
in quanto utilizzati come previsori nei modelli statistici della probabilità di insolvenza through
the cycle. Le informazioni economico-finanziarie alimentano anche il monitoraggio del rischio,
attraverso accordi (covenants) che impegnano l'azienda a rispettare parametri di equilibrio
economico-finanziario. Se queste informazioni sono carenti o troppo costose da ottenere, si deve
scalare verso il basso, e adottare approcci valutativi e di finanziamento che fanno uso
parsimonioso dell'informazione hard. Si hanno in proposito due opzioni fondamentali:
il relationship lending, nel quale la banca accumula informazioni soft sulla solvibilità
aziendale grazie al rapporto prolungato e fiduciario con l'impresa, e al radicamento
nell'economia locale in cui essa opera; il relationship banker segue le scelte finanziarie
dell'azienda, e può condizionarle informalmente, senza imporre covenant;
il transaction lending, nel quale la banca si accontenta di una valutazione sommaria delle
caratteristiche aziendali attraverso modelli di scoring, cercando altri presìdi, come la
garanzia del patrimonio personale (mutui ipotecari, credito al consumo, linee di credito a
imprese individuali), il controllo di asset o flussi di cassa (prestiti su garanzia di crediti,
factoring, leasing), la facoltà di revoca unita a un assiduo monitoraggio andamentale
(scoperti di conto corrente o su carte di credito).
In condizioni di opacità informativa, sono molto gradite le garanzie collaterali di natura reale e
personale, e tra queste le garanzie confidi.
Il relationship e il transaction lending svolgono un ruolo prezioso nel rendere "bancabili"
imprese che sarebbero altrimenti razionate o escluse dall'accesso al credito. Esse possono creare
problemi quando la valutazione del rischio in esse implicita deve essere riportata e motivata
dall'originator all'esterno, come accade nei confronti della Vigilanza, delle agenzie di rating o
di investitori obbligazionari o garanti verso i quali il rischio venga trasferito. Tali soggetti terzi
si trovano davanti tre alternative:
fidarsi della valutazione dell'originator, e cercare di mapparla sulla propria scala di rating;
si tratta di una soluzione mal tollerata (v. Standard and Poor's (2004a)), che tra l'altro
richiede un'interfaccia tra i sistemi di rating dal costo rilevante;
rifare in proprio la valutazione del rischio per le singole transazioni; è ovviamente una
strada ancora più costosa della precedente, ed è poco probabile che un terzo possa condurre
una valutazione più efficace di quella della banca erogante a costi sopportabili;
in mancanza di validi indicatori ex ante di qualità del credito, occorre basarsi su evidenze
statistiche ex post, ovvero sulla distribuzione delle perdite realizzate; in questo caso
l'oggetto di valutazione non è più il singolo rapporto, bensì un pool di esposizioni
omogenee; ciò pone il duplice problema di segmentare i pool in base ad attributi anagrafici
o dati gestionali e patrimoniali significativi e facilmente osservabili, e di accumulare una
banca dati storica con lunga memoria (Basilea 2 prevede almeno 5 anni) sulle insolvenze e
le perdite conseguenti; con questo approccio, all'indeterminatezza del modello di previsione
e di prevenzione delle insolvenze si sopperisce con credit spread più larghi, eventualmente
moderati se c'è gradimento degli investitori per questo tipo di rischio.
Semplificando, possiamo prevedere l'affermazione di due approcci dominanti, tra loro
complementari;
sistemi di corporate rating, focalizzati sulla previsione del rischio di default
della singola impresa e basati su informazioni economico-finanziarie complete e verificabili;
sistemi di credit scoring, focalizzati sul controllo dell'incidenza media delle perdite
all'interno di pool di esposizioni altamente frazionate ed omogenee per forma tecnica e
rischio; nei sistemi di scoring si ha la commistione tra le fasi di selezione, pricing e
performance monitoring, in quanto essi mirano a verificare congiuntamente, con processi
ricorsivi, la compatibilità tra un dato livello di credit spread e l'incidenza delle perdite.
Per gran parte delle PMI italiane il primo approccio è fortemente ostacolato dall'inattendibilità
dei bilanci, dai quali non appare la reale consistenza del capitale di rischio che supporta
l'impresa, né la sua effettiva redditività. Lo studio di Fanni, Marassi (2004) ha simulato la
determinazione di un rating tecnico su dati di bilancio di un campione di imprese (circa 200.000
società di capitali con fatturato superiore a un milione di euro): il quadro che ne emerge è
sconsolante, con più dell'80% di imprese che di colloca al di sotto della soglia investment grade
(BBB), e tra queste il 30% è altamente vulnerabile (da CCC a D). Se l'esercizio avesse
considerato anche le piccole e micro imprese di natura individuale, nelle quali il patrimonio
netto aziendale è spesso inconsistente, quando non negativo, sarebbe emerso un quadro ancora
peggiore. Il secondo approccio, basato sullo scoring, avrebbe effetti mortificanti sui rapporti tra
banche e PMI, come ben evidenziato in De Laurentis (2001:412), e non soltanto sotto il profilo
dell'efficienza allocativa, ma per le stesse possibilità di sviluppo commerciale delle banche,
tenuto conto della complessità delle esigenze che un'impresa, pur piccola, esprime.
In questo scenario che spazio rimane per il relationship lending, che si propone ancora come la
risposta più adeguata al finanziamento delle PMI in condizioni di informazione limitata? Questo
approccio non viene delegittimato né impedito a priori. Una banca locale che lo adotti con
soddisfazione non sarà obbligata a modificare le prassi seguite finora. I nuovi requisiti di
capitale, determinati in base al metodo standardizzato, non saranno più onerosi, è anzi probabile
il contrario. Fintanto che una banca è in grado di provvedere al funding sul mercato locale della
provvista, e di fronteggiare i rischi assunti con il proprio capitale, essa rimane sovrana nel
decidere come valutare i fidi e prezzare il credito, e può continuare a condurre valutazioni di
fido destrutturate basate su soft information, prassi che spesso si accompagna a tassi meno
differenziati per il rischio (un approccio che può essere vincente sul mercato nel breve periodo).
La sovranità della banca è però limitata dalla concorrenza degli altri player sul mercato locale.
Una banca fedele alla tradizione si espone alle azioni di scrematura della clientela da parte delle
banche che adottano sistemi formalizzati di rating per la clientela corporate e modelli di
scoring per quella retail. Il rischio è quello di assorbire la maggior parte della domanda di
credito della clientela di peggiore qualità, e di vederne crescere il peso sul portafoglio a livelli
non sostenibili.
Le pressioni ad adeguare il sistema di credit risk management diventano ancora più forti nel
momento in cui la banca si trova nella necessità di trasferire parte del rischio su terzi (investitori
in obbligazioni, garanti o acquirenti di crediti originati). Restare legati alla tradizione comporta
la perdita di opportunità, come l'accesso ai mercati all'ingrosso del credit risk transfer con
operazioni funded (covered bonds, loan sales, securitization tradizionale), e
unfunded (credit derivatives, securitization sintetica). Nessuna banca dovrebbe
accettare una tale menomazione della propria flessibilità finanziaria.
In conclusione, non si può ignorare, né tantomeno arrestare, la tendenza verso sistemi di
valutazione del credito strutturati, che saranno più o meno raffinati a seconda della disponibilità
e del costo delle informazioni e delle tecniche di attenuazione del rischio. Ciò ha implicazioni
variegate per i confidi:
la domanda di garanzie crescerà fortemente nel segmento retail, e questa è un'opportunità;
al tempo stesso le banche saranno meno coinvolte nella selezione e nel controllo del rischio
delle piccole imprese, e presumibilmente chiederanno percentuali di copertura più ampie,
garanzie giuridicamente più solide, o applicheranno condizioni di tasso più onerose; in altre
parole, si tenderà a trasferire sui confidi, o sulle imprese a questi associate, costi operativi e
rischi; i confidi devono godere di qualche vantaggio comparato per accollarsi questi oneri,
ma questo non è per nulla scontato;
nel segmento corporate la garanzia sarà meno rilevante per le posizioni che la banca origina
e mantiene sui propri libri, mentre sarà più gradita nell'ambito di operazioni di cessione del
rischio sul mercato dei bond o dei credit derivatives; nel secondo caso, la garanzia dovrà
incontrare i desiderata dei soggetti risk taker e delle agenzie di rating, e anche questo non è
scontato.
L'intervento dei confidi potrebbe aggiungere valore nel caso in cui servisse a mantenere fuori
dalla massa del retail le esposizioni verso piccole imprese con esigenze finanziare complesse:
come già prospettato in Ruozi, Caselli (2000:21-22), i confidi possono svolgere nell'ambito
delle preistruttorie di fido nel segmento small business una parte sostanziale del processo di
rating, offrendo alle banche un set di informazioni completo e verificato, nonché il loro giudizio
di affidabilità. Per essere indotte a valorizzare questo apporto informativo, le banche
richiederanno metodologie conformi agli standard bancari, e condivise a livello di sistema
confidi. Anche in questo caso abbiamo un'opportunità promettente.
La domanda di servizi professionali da parte delle PMI
Il dibattito su Basilea 2 ha enfatizzato l'importanza della comunicazione finanziaria aziendale
nei rapporti con le banche. L'insistenza sulla qualità dell'informazione fornita ai finanziatori ha
di riflesso acuito l'attenzione per i processi di amministrazione, controllo e finanza, che
alimentano le decisioni aziendali: senza un efficace circuito interno di produzione e utilizzo di
informazione finanziaria, la comunicazione esterna è un esercizio formale e ultimamente sterile,
una pianta priva di terreno e di radici. E' sempre più chiara e diffusa la consapevolezza del gap
tra il fabbisogno di conoscenze e sistemi informativi e lo stato dell'arte della funzione finanza
delle nostre PMI. Sta quindi crescendo una domanda di competenze finanziarie qualificate, che
viene espressa innanzitutto dalle imprese che si trovano a governare catene del valore a rischio
di spiazzamento per effetto della concorrenza internazionale. Questa istanza viene rivolta a
diversi interlocutori interni ed esterni: ai direttori amministrativi, ai consulenti contabili e fiscali
(studi professionali o società di servizi), ai fornitori di sistemi informativi, alle banche, agli enti
di formazione. Si tratta di un segnale confortante, che esprime la consapevolezza di un problema
critico, e che merita risposte adeguate.
Che ruolo possono avere i confidi in questo processo di crescita qualitativa della finanza delle
PMI? Prima di rispondere a questa domanda, occorre analizzare i bisogni, vecchi e nuovi, che
hanno innescato questo processo.
L'insufficiente sviluppo della funzione amministrazione e finanza nelle PMI, non solo in quelle
italiane, è per gran parte motivata dall'incapacità di queste aziende di sopportare
economicamente gli investimenti e i costi ricorrenti, per lo più costi fissi, che si richiedono per
acquisire le professionalità e i sistemi informativi necessari. Questo vincolo impone di cercare
soluzioni basate sulla condivisione tra imprese di servizi professionali e informatici mediante
contratti di consulenza continuativa e outsourcing, come auspicato in Drucker (1999).
L'importanza della consulenza integrata alla finanza delle PMI, intesa a migliorare la
consapevolezza dei problemi e delle soluzioni appropriate, è rimarcata in diversi studi
dell'OCSE e della Commissione Europea (come, ad esempio, OECD (2003) e Commission of
the European Communities (2003:23-25)). Cerchiamo ora di ipotizzare i possibili contenuti di
tale consulenza finanziaria integrata.
Il consulente alla finanza d'impresa (CFI) deve assistere l'impresa nella salvaguardia degli
equilibri gestionali, curandone la pianificazione e il reporting finanziario. A tale scopo gestisce
un sistema informativo per la pianificazione finanziaria, integrato con i sistemi gestionali e
aggiornato con cadenza almeno trimestrale. Con tale strumento alimenta il flusso di reporting
verso la proprietà e la direzione dell'impresa, così come la comunicazione ai finanziatori
esterni, e in particolare l'input dei dati richiesti dalle procedure di rating delle banche. Il CFI
amministra la posizione in strumenti finanziari delle aziende clienti (tesoreria, debiti, derivati),
avvalendosi di software integrati con le procedure di electronic banking e i sistemi di
pianificazione finanziaria. Può così assistere l'impresa nella gestione integrata della tesoreria e
dei rischi finanziari, orientata al mantenimento della liquidità e della solvibilità aziendale.
In una situazione come quella italiana, nella quale l'amministrazione e la finanza d'impresa
sono da sempre subordinate alla "pianificazione" fiscale, non sarebbe realistico ipotizzare un
CFI che non integri la consulenza su tale problematica, o almeno operi in stretto coordinamento
con il tributarista. Gli studi professionali di adeguata dimensione e i centri servizi contabili delle
associazioni d'impresa troverebbero quindi nell'offerta di consulenza integrata - contabile,
fiscale e finanziaria - uno sbocco naturale della loro attività, sebbene non si debba ignorare il
gap di competenze da colmare per compiere un passo del genere. Una simile evoluzione
avrebbe ricadute positive a livello di sistema, e potrebbe innescare un processo virtuoso nel
quale la tensione alla trasparenza nel controllo interno e nella comunicazione finanziaria
agiscono da freno all'elusione fiscale, in questo modo ampliando la base imponibile e rendendo
praticabile la riduzione delle aliquote d'imposta. I CFI potrebbe in questo processo essere un
interlocutore ideale dell'Amministrazione Finanziaria per l'attuazione di forme di tassazione su
base concordata. In tale disegno, possono giocare un ruolo importante gli incentivi fiscali alla
trasparenza contabile, ad esempio l'adozione volontaria della contabilità ordinaria unita al
ricorso alla consulenza dei CFI. In aggiunta, nella numerosissima popolazione delle piccole e
micro imprese in contabilità semplificata, interessate dagli studi di settore, si può partire
dall'esperienza sin qui accumulata, che offre elementi conoscitivi di estrema utilità.
Il CFI è, come prima accennato, una forma di collaborazione tra imprese, che può nascere
nell'alveo delle associazioni di rappresentanza, così come tra gruppi di altra natura, legati da
relazioni fiduciarie o dalla condivisione dei valori del progetto. La struttura professionale è
affiancata da organi di governo e di controllo nei quali sono rappresentati gli imprenditori che
sono soci e/o fruitori del servizio (2)
. In tal modo si attiva un ambito di peer monitoring degli
standard di trasparenza comunicativa e di comportamento che sono essenziali per la credibilità
del CFI. Al tempo stesso il CFI deve essere una struttura professionalmente accreditata, che
garantisce con la propria reputazione la qualità delle informazioni e dei comportamenti
dell'impresa. Le imprese partner/clienti si devono impegnare a rispettare standard di trasparenza
e limitazioni alle scelte gestionali (covenants) intesi a tutelare i finanziatori e gli
stakeholders esterni.
Ciascun CFI dovrebbe costituire il nodo di un network al cui interno si applicano modelli
professionali uniformi, e si utilizzano sistemi informativi comuni o interoperabili. Tale assetto
organizzativo può generare forti economie di rete. Il network dei CFI può alimentare un flusso
informativo periodico, arricchito di informazioni qualitative e previsionali, verso centrali dei
bilanci e credit bureau pubblici e privati. In particolare, si potrebbero accumulare database di
qualità verificata sui bilanci di aziende oggi esentate dal deposito presso il Registro delle
imprese, come le ditte individuali e le società di persone. Una banca dati così costruita sarebbe
una risorsa preziosa per il benchmarking delle scale di rating e per effettuare analisi
economico-finanziarie a livello aggregato, ad esempio per apprezzare l'effetto di interventi
pubblici a favore delle imprese. Lo sviluppo di tali banche dati private, potrebbe preludere
all'allargamento del perimetro di applicazione degli obblighi di deposito del bilancio a fini
civilistici.
I CFI dovrebbero effettuare inoltre interventi di crisis management, fornendo assistenza alle
imprese in situazione di tensione finanziaria. L'intervento dei consulenti, coadiuvati da
qualificati collaboratori volontari, può indirizzare l'azienda in difficoltà verso rimedi preventivi
oppure verso l'uscita indolore da attività in perdita. La consulenza finanziaria fornita in via
continuativa mette il CFI in condizione di cogliere i segnali anticipatori della crisi, e di
intervenire prima che il valore dell'impresa sia depauperato. In caso di dissesto irreversibile, il
CFI si interpone come mediatore per ricercare e facilitare soluzioni stragiudiziali eque, oppure
per sollecitare l'avvio di procedure concorsuali per una soluzione ordinata e veloce della crisi.
Altrettanto importante è il sostegno morale che l'affiancamento del CFI assicura alla persona
dell'imprenditore insolvente. Si può così facilitare la riabilitazione e il reinserimento in nuove
inizative (fresh start), come nelle migliori esperienze europee descritte in Enterprise
Directorate-General [2003].
Tutelare il valore dell'impresa è un compito strettamente collegato con la salvaguardia del
welfare dell'imprenditore e della sua famiglia. Si tratta di aspetti fortemente interdipendenti e
cruciali in un'economia come la nostra, dove domina l'impresa familiare: molte scelte critiche
di gestione finanziaria aziendale (in particolare la politica dei dividendi e le operazioni di
trasferimento dell'azienda) sono guidate dalle esigenze della famiglia. Nel finanziamento delle
PMI, gli asset familiari sono spesso vincolati a garanzia dei rischi aziendali, ma questo avviene
in modo non trasparente, e non sono espliciti i costi e i benefici di questa allocazione di capitale
di rischio esterno. L'imprenditore corre il rischio di portare l'azienda su livelli di squilibrio
finanziario irreversibile, e di farlo con il sostegno dei suoi finanziatori, ai quali concede garanzie
sul proprio patrimonio individuale: quando si supera il punto di rottura le conseguenze sono
disastrose per tutti. Vincono soltanto, da una parte e dall'altra, i soggetti più lesti nel mettere da
parte, o nell'aggredire, parti di patrimonio, ma si tratta spesso di una vittoria di Pirro. In tutti i
casi, il bilancio sociale della crisi è una distruzione netta di ricchezza.
Per gestire l'intreccio tra reddito e patrimonio aziendale e personale, occorre affrontare il
problema alla radice, e applicare un modello di consolidamento per il controllo integrato del
valore, dei rischi e delle performance degli asset d'impresa e degli investimenti extra-aziendali.
L'assistenza può estendersi alla pianificazione finanziaria personale e familiare, comprendente
la scelta di forme di previdenza integrativa e di coperture assicurative del tenore di vita. Tale
assistenza può essere integrata da forme di mutuo aiuto a vantaggio degli imprenditori colpiti da
dissesto. L'assistenza in caso di crisi e la tutela del welfare sono sinergici rispetto alla gestione
dei rischi aziendali, in quanto consentono di innalzare la tolleranza per il rischio e quindi la
capacità di investimento in attività d'impresa. Per le imprese di medio-grandi dimensioni,
queste complesse esigenze trovano risposta nel servizio di family office, che viene offerto da
studi legali, divisioni di private banking o intermediari finanziari specializzati, come ben
documentato in Caselli, Gatti (2004). Offrire lo stesso servizio a imprese medio-piccole, o
addirittura a micro-imprese, in forme adeguate e sostenibili, è una sfida che chiama in causa
soggetti nuovi, come potrebbero essere i CFI.
Il profilo tratteggiato sopra delinea una nuova figura professionale che assomma su di sé una
serie di funzioni oggi svolte da una pluralità di soggetti (lo stesso imprenditore, il suo
responsabile amministrativo, studi professionali, banche, promotori finanziari, agenti e broker
assicurativi, ecc.). Tali attività non presentano in sé carattere di novità assoluta, ma il loro
svolgimento congiunto pone di fronte a problemi del tutto inediti di analisi istituzionale e
organizzativa, oltre ad originare un fabbisogno formidabile di risorse professionali e
informatiche.
Le reti di CFI possono avere alle spalle una variegata composizione di soggetti promotori: i
commercialisti, le banche, le associazioni di imprese e le loro società di servizio, come anche
enti pubblici (agenzie di sviluppo regionale o camere di commercio).
Naturalmente anche i confidi hanno una parte in questo disegno. Nel paragrafo precedente, si è
prefigurato un coinvolgimento dei confidi nella valutazione d'azienda ai fini del rating. Tale
intervento, pur auspicabile e del tutto coerente con l'attuale mission dei confidi, potrebbe
generare costi non recuperabili per un ente che svolga soltanto, come accade oggi, un ruolo di
affiancamento nell'accesso al credito. Tale costo sarebbe invece assorbito su una massa di ricavi
più ampia, stabile e diversificata nel caso di un confidi che contribuisca, secondo modalità da
inventare, all'offerta di consulenza finanziaria integrata. Le strade dei confidi e dei CFI
potrebbero quindi incontrarsi. Su questo si tornerà in seguito (ndr:
vai alla terza parte).
Le azioni pubbliche per lo sviluppo locale e il sostegno finanziario alle PMI
I confidi svolgono oggi un ruolo importante nel sistema di intervento pubblico a sostegno delle
PMI, ruolo che giustifica il trasferimento di risorse finanziarie pubbliche a vantaggio degli stessi
confidi. Gli apporti di Stato, Regioni, altri enti locali e Unione Europea incidono per più del
40% sui fondi rischi monetari dei confidi, con un ulteriore 10% circa conferito dalle Camere di
commercio: più della metà dei fondi di garanzia è quindi di origine pubblica. Questo dato è
ancor più significativo se si considera il basso importo del capitale netto contabile in senso
proprio (capitale sociale o fondo consortile e riserve di utili), unitamente al calo persistente
dell'altra fonte di copertura degli enti, data dal fondo fideiussioni.
Un'altra via per la quale gli enti territoriali sostengono l'attività dei confidi è la delega, mediante
convenzioni, della funzione di sportello per l'istruttoria e la concessione di contributi in conto
capitale agli investimenti. Senza questa fonte di ricavi da servizi, molti confidi non
raggiungerebbero l'equilibrio economico, o dovrebbero applicare commissioni più onerose alle
garanzie concesse.
L'incidenza dell'aiuto pubblico e le sue forme tecniche sono estremamente variabili nei diversi
ambiti territoriali. Consapevoli di questo, e delle eccezioni che si potrebbero opporre alle nostre
affermazioni, si cerca ora di fare il punto sullo stato dei rapporti tra confidi ed enti pubblici. Ci
limiteremo a considerare gli strumenti di sostegno alla garanzia fidi.
Alcune amministrazioni regionali sembrano giudicare l'attuale rete confidi come un veicolo non
pienamente efficace del sostegno finanziario pubblico alle PMI, in quanto l'attuale sistema
prevede un alto numero di confidi, spesso di piccole dimensioni, ciascuno dei quali instaura
convenzioni con più banche. Ne deriva una dispersione dei punti di erogazione del credito
garantito: ogni confidi richiede un apporto distinto al proprio fondo rischi, e ogni banca
convenzionata, secondo la prassi prevalente, esige un distinto deposito a garanzia delle proprie
esposizioni garantite dal confidi. Il rapporto tra credito e fondi rischi, il cosiddetto
moltiplicatore, non è controllabile dall'ente pubblico, né nel suo valore massimo, né nel suo
valore effettivo medio. Lo sfruttamento dei fondi pubblici stanziati può essere non uniforme e in
taluni casi inefficiente, con ristagno o dispersione all'interno di un circuito così ramificato.
Per superare questa situazione, l'ente pubblico è intervenuto secondo due modalità principali:
l'incoraggiamento delle fusioni tra i confidi e la creazione di organismi di garanzia di secondo
grado.
I progetti di fusione tendono a una riduzione drastica del numero di enti. Un modello di
riferimento ideale, che si può implicitamente leggere nelle politiche di alcune amministrazioni,
tende all'affermazione di due confidi regionali, uno per le medie imprese industriali, uno per la
variegata realtà dello small business (piccola industria, artigianato, commercio e servizi).
Naturalmente questo disegno incontra resistenze a due livelli: alla base, da parte dei singoli
confidi; a livello settoriale, da parte delle associazioni di categoria che vogliono mantenere un
rapporto privilegiato con i confidi che sono loro emanazione. Là dove sono stati promossi dalle
regioni, questi interventi hanno richiesto un robusto sostegno finanziario pubblico a favore dei
nuovi soggetti, che è servito, tra l'altro, per renderli competitivi nei confronti dei confidi
preesistenti. In taluni casi si è andati oltre il segno, e sono nate strutture commercialmente
aggressive che hanno sconfinato rispetto al loro ambito elettivo, settoriale o territoriale.
In alternativa alla fusione, si è proceduto a promuovere enti di secondo livello, in svariate
forme, alle quali si è aggiunto, con la legge quadro, il Fondo interconsortile (3)
. Si sono avuti
risultati non sempre incoraggianti: le strutture di secondo livello sono state in alcuni casi dei
semplici contenitori di fondi pubblici, e hanno operato nella misura di tali disponibilità, pertanto
i loro portafogli garanzie non hanno raggiunto dimensioni adeguate, e talora sono stati utilizzati
per assorbire esposizioni problematiche.
Sulle azioni specifiche intraprese per superare definitivamente le disfunzioni sopra ricordate si
tornerà più avanti (ndr:
vai alla terza parte). Vorremmo qui sottolineare come l'intervento pubblico nei
sistemi regionali di garanzia fidi, vada inquadrato in un fenomeno di portata ben maggiore,
collegato con l'evoluzione delle politiche di sviluppo territoriale nei paesi industrializzati, in
particolare nell'Unione Europea. La crescita delle competenze e del peso politico delle Regioni
ha portato ad una riconfigurazione degli interventi a sostegno dell'economia regionale sotto la
regia di agenzie ed enti di sviluppo. Si tratta di cambiamenti dettati da un political market più
competitivo, e dai suoi cicli elettorali, ma sarebbe superficiale ignorare il loro carattere
profondo.
In questo contesto, si sta attuando un ridisegno delle strutture e dell'impianto tecnico e
normativo dell'intervento a favore delle PMI. Queste strategie integrate mirano a coordinare gli
interventi tradizionali basati su trasferimenti diretti e facilitazione dell'accesso al credito
(contributi in conto capitale, sostegno agli enti di garanzia) con azioni aggiuntive miranti a
colmare gap di offerta di servizi reali (reti di business innovation center) e di capitale di rischio
(circuiti di private equity di tipo informale, come quelli basati su familiari, amici e business
angel, e istituzionale, come i fondi di venture capital). L'ente pubblico torna ad essere soggetto
che interviene direttamente in campo creditizio e finanziario con la creazione o il potenziamento
di società strumentali (agenzie di sviluppo o altri enti da queste controllate) e la promozione di
veri e propri intermediari finanziari, in partnership con banche e associazioni d'impresa. Sono
esempi in proposito le società di investimento in capitale di rischio. Rientrano in questa
categoria anche i soggetti che più ci interessano in questa sede, ovvero gli intermediari di
garanzia direttamente promossi dalle Amministrazioni regionali.
Come le forme storiche di intervento territoriale sul credito e la finanza (i Mediocrediti e le
Finanziarie regionali), anche le nuove strutture hanno carattere mission oriented, ma si
differenziano per la più marcata connotazione imprenditoriale. Contribuisce a ciò, oltre alla
qualificazione professionale dei manager, il coinvolgimento di partner privati, soprattutto
bancari, fortemente auspicato dagli Organi di vigilanza, e attuato in maniera selettiva, in base al
commitment sugli specifici progetti imprenditoriali. Certo, il restyling delle politiche regionali
può risolversi in dichiarazioni di intenti e creazione nuovi contenitori dentro i quali si
ripropongono le logiche di sempre. Riteniamo però che un simile rischio, pur presente, sia meno
forte che in passato, poiché l'ente pubblico ha oggi incentivi più forti a far seguire atti
sostanziali alle dichiarazioni, essendo esposto al giudizio di un elettorato più smaliziato, oltre a
subire, al pari delle banche, la "disciplina di mercato" da parte delle Agenzie di rating, che si
aggiunge ai controlli amministrativi sulla spesa attuati dallo Stato e dall'Unione Europea.
* * *
Note:
(1): Si veda Masera, Maino (2004:159-162)
(torna su).
(2): Questo assetto di governance basato sulla partecipazione
congiunta di imprese fruitrici e manager richiama quello del corporate family office
esemplificato in Caraceni (2004) (torna su).
(3): Cfr. L.326 del 24/11/03, art. 13, co.19-24. I Fondi interconsortili
di garanzia, costituiti nella forma di Società consortili (spa o srl) promosse da gruppi di confidi
con più di 15.000 soci e più di 500milioni di euro di prestiti garantiti, prestano cogaranzie e
controgaranzie ai confidi associati, i quali devono versare, oltre ai compensi per le garanzie
ricevute, un contributo obbligatorio pari almeno allo 0,5 per mille dei finanziamenti
complessivamente garantiti. I confidi che non aderiscono a fondi interconsortili devono versare
un contributo obbligatorio dello 0,5 per mille ai fondi di garanzia nazionali
(torna su).
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|