Il grande crack che nessuno avrebbe mai immaginato
di Arturo Zampaglione
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 26 settembre 2011
L'esodo cominciò lunedì mattina trasformando i marciapiedi lungo la Settima
avenue di Manhattan in un insolito circo mediatico globale. Centinaia di troupe
televisive erano accorse sotto il grattacielo della Lehman Brothers non appena
si seppe, all'una di notte di quel fatidico 15 settembre 2008, che la quarta
banca di Wall Street, sommersa dai debiti legati ai mutui subprime e tradita
dagli investitori, aveva chiesto il "chapter 11" e avviato così le procedure
fallimentari. Per tutta la giornata le immagini di brokers e analisti,
executives e segretarie che abbandonavano per sempre la banca, portandosi
dietro gli scatoloni con fotografie, souvenir ed effetti personali, furono
trasmesse ovunque, diventando il simbolo ancora oggi della prima, grande
tempesta finanziaria del ventunesimo secolo. Fino a qualche giorno prima
sembrava impossibile che la Lehman Brothers, fondata nel 1850 da tre fratelli
di origine tedesca e divenuta uno dei centri di potere di Wall Street, potesse
inabissarsi per sempre. "La storia del nostro gruppo", aveva detto il 10
settembre il ceo Dick Fuld ai suoi 26mila dipendenti, "dimostra che siamo in
grado di far quadrato nei tempi duri". Lui, Fuld, detto il "Gorilla" per
l'aggressività negli affari, era riuscito a superare varie situazioni difficili
oltre che a diventare ricchissimo. E la banca, al di là delle perdite legate ai
subprime e del crollo del titolo, appariva molto più solida della Bear Stearns,
che nella primavera del 2008 era stata salvata in extremis finendo alla
J.P.Morgan Chase di Jamie Dimon. Poco prima del fallimento qualche irriducibile
ottimista pensava che Fuld ce l'avrebbe fatta a superare l'impasse o che,
tutt'al più, Washington avrebbe organizzato un intervento di sostegno. E in
effetti sabato 13 settembre, dopo l'ennesimo scivolone del titolo a Wall Street
e la decisione della Korea Development Bank non di rilevarla, come si era
sperato, Tim Geithner, allora presidente della Fed di New York (e ora ministro
del Tesoro di Barack Obama), convocò una riunione d'emergenza. Sul fallimento
della Lehman sono usciti in America più di una dozzina di libri, tra cui "Too
Big to Fail", scritto da Andrew Ross Sorkin, inviato di punta del New York
Times. Tutti ricostruiscono nei dettagli quel momento chiave in cui tre
personaggi, il ministro del Tesoro Henry Paulson, il presidente della Fed Ben
Bernanke e lo stesso Geithner dovettero decidere le sorti della banca. La loro
preoccupazione maggiore? Che il fallimento potesse provocare una crisi
sistemica facendo implodere il capitalismo finanziario mondiale. D'altra parte
la troika aveva poche cartucce da sparare. Due potenziali acquirenti della
Lehman, la Barclays inglese e la Bank of America, si erano tirate indietro. E
il governo Usa non disponeva di quegli strumenti previsti dalle riforme
successive per commissariare la banca. Risultato: senza più alternative né
liquidità, la Lehman portò i libri in tribunale segnando un record (il più
grande fallimento della storia finanziaria americana) e aggravando la crisi
mondiale. Viste le dimensioni della Lehman, le procedure fallimentari affidate
al giudice James Peck si sono rivelate efficienti. La Barclays si è comprata il
grattacielo della Settima avenue e vari settori, assorbendo un certo numero di
exdipendenti. La Nomura giapponese ha fatto lo stesso per le operazioni in
Asia. Non sono mancate ovviamente proteste e azioni da parte del comitato dei
creditori, così come di centinaia di migliaia di risparmiatori, molti anche in
Italia, che si erano fidati dei bond della Lehman. Ma il vero quesito resta
politico: fece bene tre anni fa la Casa Bianca di George W. Bush a restare con
le mani in mano di fronte all'apocalisse della Lehman? È un interrogativo su
cui economisti e operatori sono ancora divisi, ma la vera risposta arriverà
dagli storici.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|