Il nuovo stress test per le banche è la prima prova per le authority europee di vigilianza finanziaria
di Marco Onado
Il Sole 24 Ore
Venerdì 21 gennaio 2011
A grande richiesta, si annuncia un nuovo round di stress test per le banche europee, dopo quello controverso del
luglio scorso. Un passo importante per cercare di dissolvere i timori e le incertezze che ancora avvolgono le
istituzioni più esposte al rischio sovrano. Anche sulle banche spagnole si addensano oggi nubi preoccupanti, rese
ancora più gravi dalla crisi delle casse di risparmio, che richiede subito un'iniezione di capitale pubblico di
3 miliardi di euro, e secondo le stime più pessimistiche riportate dal Wall Street Journal possono anche arrivare
a 30. Quando il range delle previsioni è così ampio, occorre fare chiarezza e lo stress test è la migliore risposta.
Questa volta si tratterà di un doppio test: non solo delle banche, ma anche della reale efficacia della riforma della
vigilanza europea entrata in vigore il 1° gennaio scorso, che prevede una nuova autorità (European systemic risk
board) e rafforza i poteri dei comitati di coordinamento (rispettivamente per banche, mercati e assicurazioni) prima
esistenti. In campo bancario, l'Eba (European banking authority) ha preso il posto del Cebs, che aveva condotto lo
stress test di luglio. Secondo le migliori tradizioni di Bruxelles, la riforma è il frutto di numerosi compromessi,
ma offre comunque molte opportunità. Una nota di ottimismo viene dal fatto che al vertice dell'Eba è stato chiamato,
nel consenso generale, uno dei migliori dirigenti della Banca d'Italia, Andrea Enria.
Per essere efficace uno stress test deve essere prima di tutto trasparente e credibile. Va ricordato che ogni banca
ha un obbligo preciso di condurre autonomamente esercizi di questo tipo ma spesso l'autoindulgenza prevale e certe
autorità di vigilanza sono ancora più indulgenti dei soggetti vigilati. Ben vengano dunque test che consentano al
mercato di avere informazioni migliori di quelle normalmente disponibili. Si badi che l'efficacia non dipende tanto
dalla severità delle ipotesi, quanto dalla attendibilità e omogeneità dei dati delle singole banche. Uno stress, lo
dice la parola stessa, non è l'Apocalisse e dunque non è necessario chiedersi cosa succede nel caso più catastrofico
possibile.
Occorre invece conoscere l'esposizione ai rischi più significativi delle singole banche, in modo realmente
comparabile. E' stata questa la debolezza dello stress test di luglio, non tanto il fatto pur importante, che
l'evoluzione effettiva di alcuni paesi, in particolare l'Irlanda sia stata ben peggiore di quella ipotizzata. E'
stato invece grave che per ben sette banche (sei tedesche e una greca) non venissero fornite informazioni
sull'esposizione al rischio sovrano perché la vigilanza tedesca riteneva di non avere poteri al riguardo:
naturalmente la reazione indignata del mercato ha subito indotto le banche in questione a fornire i dati
"spontaneamente", ma il danno di credibilità era già fatto. E ancora più gravi sono state le voci secondo cui
alcune banche avrebbero potuto nascondere sotto il tappeto una parte delle loro posizioni più delicate, ricorrendo
a varie e fantasiose forme di cosmesi contabile, sotto l'occhio distratto, per non dire compiacente, delle autorità
nazionali. Anche sotto questo profilo, è lecito oggi richiedere un atteggiamento diverso da parte dei regolatori
nazionali, che sono alla fine i veri responsabili della qualità dei dati immessi, cioè della prima condizione di
successo di esercizi di questo tipo.
L'Eba ha già dichiarato che il prossimo stress test riguarderà anche la liquidità, che è sicuramente oggi uno degli
aspetti cruciali e soprattutto quello su cui è più difficile avere informazioni adeguate, realmente comparabili tra
banche. L'ultima Financial Stability Review della Bce ci dice che le 77 banche dell'euro (sulle 91 dell'Unione
europea) che erano state sottoposte allo stress test di luglio, facevano registrare alla fine del 2009 un "customer
funding gap" (la differenza fra prestiti e depositi) di 3,5 trilioni di euro, pari al 12 per cento del totale attivo
di bilancio. Per colmare questa voragine, le banche devono ricorrere al mercato obbligazionario (circa un trilione
in scadenza nei prossimi due anni), al mercato a breve e ovviamente alle banche centrali. E' ovvio che questo sia un
problema che preoccupa i mercati almeno quanto il rischio di credito, quindi la decisione di andare in questa
direzione è da accogliere con grande favore.
Naturalmente, rimane aperto il problema di come far entrare il rischio di liquidità nell'esercizio, ma basterebbe
cominciare ad avere informazioni attendibili e comparabili su come si collocano le singole banche rispetto ai nuovi
coefficienti che saranno applicati nei prossimi anni da Basilea 3. Dato che, colpevolmente, il rischio di liquidità
era stato trascurato finora dagli accordi internazionali, è ragionevole che l'applicazione delle nuove regole sia
stato diluito nel tempo. Ma un'informazione organica su come si collocano le singole banche sarebbe molto utile:
sempre la Bce ci dice che informazioni individuali sono oggi disponibili solo per 33 banche su 77.
Ad esempio, se venissero pubblicati i risultati di uno stress test sul cosiddetto liquidity coverage ratio (uno
degli indicatori della nuova disciplina che riguarda appunto la capacità di resistere ad una situazione di difficoltà
su un orizzonte di 30 giorni) si farebbe un'operazione di grande trasparenza.
Basta questo per capire che questa volta lo stress test può essere davvero un punto di svolta per il sistema
finanziario europeo. Le nuove autorità europee hanno tutte le migliori intenzioni di partire con il piede giusto,
ma la questione cruciale è sempre la solita: fino a che punto i supervisori dei principali paesi europei si
sentiranno obbligati dai rispettivi governi ad anteporre gli interessi nazionali a quelli europei? Il test, alla
fine, non riguarderà solo le nuove autorità, ma l'intera politica europea.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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