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Il rischio può attendere
di Mirco Leonelli
Incontri
n. 81/2004


Nel corso degli ultimi anni i risparmiatori che hanno investito parte del proprio denaro sui mercati finanziari sono stati costretti a riscoprire un vecchio "fantasma" che è sempre esistito in quanto insito e parte integrante di ogni forma di investimento, ma che, causa l'esuberanza irrazionale che ha invaso gli investitori e alcuni "addetti ai lavori" sul finire degli anni '90, sembrava essere definitivamente sconfitto. Stiamo parlando del rischio, ingrediente ineliminabile di ogni forma di investimento ma che, se conosciuto e analizzato nelle sue varie manifestazioni, può sicuramente essere ridotto, gestito e "domato". La ricerca affannosa di un buon rendimento in un contesto economico-finanziario profondamente mutato rispetto agli anni '80 (il rendimento netto di un Bot ad un anno è sceso, in termini nominali, sotto il 2 per cento, rispetto ai guadagni a due cifre di di venti anni fa che però erano caratterizzati da un'inflazione galoppante) ha spinto i risparmiatori ad aumentare la componente di rischio del proprio portafoglio sulla scia di uno dei postulati chiave che caratterizzano gli investimenti: a un maggior rischio corrisponde un maggior rendimento atteso. Purtroppo però, anche a causa dei noti eventi che hanno colpito il mondo finanziario negli ultimi anni, si è scoperto che maggiore è il rischio e maggiore è la possibilità di incorrere in ingenti perdite. Da qui la necessità di tornare a considerare con estrema attenzione l'entità del rischio che ci si accolla ogniqualvolta si opta per uno strumento finanziario piuttosto che per un altro. A tale proposito una prima distinzione che riguarda sia i titoli di capitale (azioni) sia quelli di debito (obbligazioni) è quella fra rischio specifico e rischio sistematico. Il primo è quello insito nel singolo emittente/società e dipende dalle sue caratteristiche e dalla sua solidità economico-finanziaria. Tale rischio può essere notevolmente ridotto attraverso la diversificazione del proprio portafoglio in titoli emessi da emittenti diversi, possibilmente non appartenenti agli stessi settori e aree geografiche. E qui ci vengono in aiuto gli Etf ma soprattutto gli organismi di investimento collettivo del risparmio (fondi comuni di investimento e Sicav) che, per loro natura, investono in una varietà molto ampia di titoli consentendo al piccolo risparmiatore di diversificare a costi contenuti. E' evidente a tutti infatti l'onerosità e l'alto patrimonio che si rende necessario per comperare venti/trenta titoli diversi al solo fine di diversificare il proprio portafoglio; la sottoscrizione di una quota di un fondo comune o di un Etf ci viene in aiuto consentendo di risolvere il problema, fermo restando che anche gli investimenti in queste tipologie di prodotti possono risultare rischiosi.
Esiste infatti il rischio sistematico (o generico) che rappresenta quella parte di variabilità del prezzo di ciascun strumento finanziario che dipende dalle oscillazioni di mercato. E' il rischio del "sistema" comune a tutti i titoli, derivante dal fatto che esistono fattori economici e geopolitici (aumento tassi, recessioni, guerre, ecc.) che influenzano tutte le imprese. A differenza del primo non può essere eliminato attraverso la diversificazione in titoli diversi anche se, attraverso un "numerino" chiamato beta, si può, nel caso delle azioni, capire se quel titolo storicamente, e di riflesso in via prospettica, subirà oscillazioni in linea con il mercato azionario (beta=1) oppure se amplificherà tali oscillazioni (beta maggiore di 1) o tenderà a calmierarle (beta inferiore a 1). Tale indicatore misura infatti la sensibilità dei prezzi di un titolo azionario all'andamento del mercato ed è visto come una misura sintetica del rischio sistematico delle azioni. Quest'ultimo, nel caso dei titoli di debito (obbligazioni), ha origine invece nelle oscillazioni dei tassi di interesse di mercato che, a loro volta, si ripercuotono nei prezzi (e quindi sui rendimenti) in modo direttamente proporzionale alla vita residua. Ne deriva che una medesima oscillazione nei tassi (esempio al rialzo) provocherà un ribasso più accentuato nei titoli obbligazionari a tasso fisso che hanno una durata (duration) più lunga rispetto a quelli con vita breve. Fatta questa doverosa distinzione, proviamo ad entrare più nello specifico analizzando altre forme di rischio. Il primo che ci viene in mente è sicuramente il rischio emittente. Casi tristemente noti come l'Argentina, Cirio, Parmalat ci fanno capire che anche le obbligazioni, siano esse emesse da società private (corporate bond) o da stati (governative) possono essere rischiose e non rimborsare le cedole e/o il capitale alla scadenza. Abbiamo già analizzato in un precedente articolo il concetto di rating (ndr: leggi l'articolo dal titolo Ma che cos'è questo rating?), evidenziandone i pregi ma soprattutto i difetti. Ricorderete che tale indicatore sintetico valuta il "rischio di credito", ovvero la probabilità che l'emittente sia puntuale nel pagamento delle proprie obbligazioni facendo leva sulla propria solidità economico-finanziaria-patrimoniale. Partendo dal presupposto che più basso è il rating e maggiore è il rischio/rendimento dell'obbligazione in oggetto, vale sempre la regola di cui sopra: diversificare. Passando ad una ulteriore forma di rischio, si arriva ad analizzare il rischio liquidità. A tale proposito è bene fin da subito ricordare che ci sono due modi per smobilizzare un investimento; aspettare, quando esiste, la scadenza naturale e farsi rimborsare dall'emittente oppure, in alternativa, cedere lo strumento finanziario sul mercato. In questo secondo caso entra in gioco il rischio di cui sopra, ovvero la possibilità che, a causa dell'esiguità degli scambi e dell'assenza quasi assoluta di compratori, il venditore sia costretto ad accettare prezzi più bassi di quelli di mercato pur di raggiungere il proprio scopo. La liquidità di uno strumento finanziario può infatti essere definita come l'attitudine dello stesso a trasformarsi in moneta prontamente e senza perdite di valore, definizione che ben sintetizza il problema appena enunciato.
Come risoverlo? In generale i titoli trattati sui mercati organizzati e regolamentati da un'autorità di controllo quale la Borsa Italiana S.p.A. sono più liquidi di quelli negoziati su mercati Otc (over the counter) o in contesti non regolamentati, in quanto la domanda e l'offerta di titoli viene di solito coinvogliata, seguendo il principio di concentrazione degli scambi, sui primi dandogli maggior spessore e rappresentatività. Altro elemento molto importante da considerare ai fini di valutare la liquidità del singolo strumento quotato è lo spread denaro-lettera ovvero la differenza che esiste fra la miglior proposta in acquisto e la migliore in vendita su quel titolo. Più è ristretto tale valore e maggiore è solitamente la liquidità di quella azione/obbligazione. A dimostrazione di questo noterete che, prendendo ad esempio le azioni, lo spread dei titoli del Mib30 (cioè quelli di maggiori dimensioni) è molto piccolo rispetto a quello dei "rispettivi" appartenenti a società che capitalizzano pochi milioni di euro. Detto questo non ci resta che concludere il nostro "viaggio" analizzando uno dei fattori di rischio (presente nei titoli denominati in una divisa diversa dall'euro) più difficili da gestire e controllare: il rischio cambio. Che si parli di titoli in dollari, yen, sterline o in qualsiasi altra divisa diversa dall'euro, chi compra questi strumenti finanziari si trova ad affrontare il rischio di un deprezzamento della divisa fra la data di acquisto e la data di vendita/rimborso. Ovviamente esiste anche l'altra faccia della medaglia (apprezzamento del cambio e quindi opportunità di guadagno per l'investitore) ma qui ci limitiamo all'evento "sfavorevole". Nei confronti di un fenomeno (andamento della divisa) che di per sé è tra i più difficili da stimare e prevedere, l'investitore può, per immunizzarsi, effettuare operazioni di copertura dal rischio suddetto (vendita a termine di divisa, acquisto di covered warrant con sottostante il cross euro-dollaro) che però, oltre che prevedere un ulteriore costo, sono abbastanza difficili da comprendere se non si ha una buona preparazione finanziaria. Detto questo, abbiamo trattato i principali rischi per un risparmiatore. Rimane da fare una piccola precisazione: esistono metodologie di calcolo del rischio di un singolo titolo e di un portafoglio (calcolo della deviazione standard di una azione, della duration di una obbligazione, Kilovar, Var, ecc.) ma non è questa la sede per entrarvi nello specifico. Con questo articolo non si pretende infatti di analizzare tutte le tipologie di rischio connesso ad un investimento in strumenti finanziari e le modalità di controllo/gestione dello stesso. Esistono già figure specifiche quali di risk management appositamente create al fine di svolgere questo importante lavoro. Desideriamo solo fornire al lettore una piccola bussola nel complesso e tortuoso panorama degli investimenti, al fine di aumentarne la consapevolezza, la conoscenza e migliorare il rapporto rishcio/rendimento del proprio portafoglio.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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