Il risk manager "consulente"
di Filippo Bonazzi
Febbraio 2006
1. Premessa
Il presente lavoro è focalizzato sulla figura del risk manager "consulente esterno",
il professionista, cioè, che svolge continuativamente attività di gestione del rischio a favore
dell'azienda (pubblica o privata) senza essere inquadrato contrattualmente quale lavoratore
dipendente della medesima.
L'esigenza di approfondire la conoscenza di questa figura professionale, delineandone i tratti
maggiormente caratterizzanti, scaturisce da molteplici stimoli:
di risk manager e di risk management si parla da alcuni anni sempre più spesso e con
accezione differente(1):
risk management con prevalente contenuto finanziario, assicurativo, inerente
alla sicurezza sul lavoro, alla qualità, e al rispetto di norme di buona condotta nella gestione
delle società di capitali(2);
il tema, dunque, pur essendo molto attuale, non rappresenta più una
novità in senso assoluto anche se, a mio parere, gli stessi operatori del settore e, a maggior
ragione i non addetti ai lavori, continuano ad avere una visione della materia piuttosto parziale e
frammentaria; ad esempio, parlando con analisti finanziari si scopre che essi ignorano campi di
applicazione del risk management differenti rispetto all'area credito-finanza, mentre, per chi ha
una formazione tecnico-scientifica, la gestione del rischio viene associata quasi esclusivamente
alla prevenzione; insomma, si ha l'impressione di una professione sicuramente in fase di sviluppo
ma "a compartimenti stagni";
il risk manager, nel contesto di riferimento nazionale, si identifica più frequentemente
con un lavoratore dipendente, solitamente incluso nell'organico di una grande azienda; tuttavia,
anche la piccola e media impresa ha manifestato, almeno negli ultimi dieci anni, un crescente
interesse verso il valore aggiunto espresso da questa figura professionale; interesse indotto,
forse, dal continuo proliferare di norme di legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro,
oppure dalla necessità di razionalizzare i programmi assicurativi aziendali complice la persistente
condizione di stagnazione economica, o forse per tutte queste ragioni insieme; di fatto, il piccolo
e medio imprenditore, quale alternativa all'utilizzo di una risorsa umana stabilmente collocata
in organico (con i relativi costi), è oggi tendenzialmente e molto pragmaticamente orientato a
ricorrere ad un consulente esterno dotato delle competenze necessarie a consentire una corretta
gestione del rischio(3);
mentre le specializzazioni maturate dai risk managers nel campo dei rischi finanziari
e della prevenzione non suscitano particolari dibattiti tra gli addetti ai lavori, il risk manager
esperto di contratti di assicurazione è costantemente oggetto di attenzione, anche da parte dei
media(4);
ciò dipende, probabilmente, dai significativi interessi che gravitano nel settore (eppure, anche in
campo finanziario i numeri sono rilevanti), e dal probabile "scompiglio" che un'ulteriore
affermazione del "consulente a parcella" o "puro(5)"
potrebbe provocare in un business (quello assicurativo) che ha sempre fondato le sue fortune
sull'intermediazione, e quindi su di un sistema di retribuzione a provvigione commisurata all'entità
dei premi incassati e, perciò, dei prodotti venduti; ed effettivamente, il risk manager "consulente
puro" esprime un notevole potenziale destabilizzatore del mercato assicurativo, proprio perché
professionista imparziale, estraneo alla tradizionale logica commerciale legata alla vendita della
polizza e, pertanto, non condizionato né condizionabile dalla medesima logica; insomma, per vari
motivi, se è oramai certo che la consulenza "pura" in ambito assicurativo piace molto agli
assicurati (disposti, tra l'altro, a sostenerne in proprio il relativo costo), non è certo che sia
altrettanto gradita agli assicuratori.
Dunque, gli spunti di riflessione non mancano, e lungi dall'obiettivo di addivenire a conclusioni
definitive, desidero esprimere un parere in merito a queste tematiche, nella speranza di attivare
un dibattito costruttivo sull'argomento.
2. Definizione
Il dibattito tra gli addetti ai lavori viene ricondotto, più frequentemente, alla scelta della
definizione più appropriata.
Sono numerose le definizioni di "risk manager" che vari autori hanno efficacemente formulato secondo
differenti prospettive, quali quella della massimizzazione del valore aziendale, dell'evoluzione
del ruolo del responsabile assicurativo, nonché quelle offerte dalle visioni istituzionale e sociale
dell'impresa(6).
Quasi tutte queste definizioni, certamente utili a favorire un confronto sull'argomento, presentano,
a mio avviso, alcuni vizi di fondo.
Innanzitutto, offrono una concezione del risk management teorica e prospettica, come, cioè, di
qualche cosa ancora da definire e che si definirà concretamente, forse, in futuro allorchè si
verificheranno non meglio identificate condizioni ideali.
Inoltre, si ha sovente l'impressione che il proliferare delle definizioni medesime, che
costituiscono l'encomiabile sforzo di vari esperti di addivenire ad una visione unitaria della
materia, sia percepita dal piccolo e medio imprenditore (oggetto di questa analisi, secondo la
premessa iniziale) come una mera speculazione dottrinale, priva di significato pratico e, in
definitiva, pressochè inutile. Questa situazione, che dipende, sicuramente, dal consueto approccio
pragmatico ai problemi preferito dall'imprenditore "tipo" (e di cui non si vogliono disconoscere i
limiti), non facilita, purtroppo, la comprensione del valore aggiunto offerto dal risk management.
Allora, viene da chiedersi fino a che punto sia utile ed opportuno continuare a concentrarsi su chi
dovrebbe essere e su che cosa dovrebbe fare il "risk manager ideale", piuttosto che su che cosa fa
attualmente e su che cosa ha fatto finora chi si occupa quotidianamente e professionalmente di
problematiche afferenti alla gestione del rischio, secondo le varie specializzazioni prescelte,
nonché sui vantaggi pratici ottenuti da chi ha fruito dell'apporto tecnico del professionista.
Insomma, affinchè il risk management venga percepito come un supporto concreto a quel cambiamento
imprenditoriale - culturale, sociale ed economico - in senso innovativo, la cui urgenza tutti
sembrano condividere, è indispensabile maturare la convinzione che il cambiamento si fa qui ed ora,
e non in futuro.
Un altro ostacolo alla diffusione della conoscenza del risk management, forse meno evidente perché,
di solito, pudicamente sottaciuto, è determinato dal timore degli specialisti che il prevalere di
questa o quella concezione della gestione del rischio (es. prevenzione, qualità, assicurazione,
legale, etc.) su tutte le altre possa avvantaggiare professionalmente alcuni e penalizzare gli altri.
Anche per questo motivo, dunque, il tentativo di approdare ad una definizione "privilegiata"
potrebbe, al di fuori di un ambito strettamente accademico, risultare addirittura controproducente
(7).
Prendiamo atto, perciò, delle varie sfumature, finanziaria, assicurativa, preventiva, etc.,
preferite ed adottate dai vari operatori, e dopo aver riconosciuto alle medesime pari dignità,
iniziamo a delinearne i tratti caratteristici e le concrete opportunità di interazione a favore
dell'impresa, nell'ottica di garantirne una forma di tutela del patrimonio coordinata e globale.
Sotto il profilo pratico, al fine di facilitare la comprensione delle "virtù" di una gestione del
rischio coordinata, si potrebbe, ad esempio, approfittare maggiormente delle frequenti occasioni
offerte ai risk managers professionisti dalla partecipazione a convegni e seminari di studio o
dalla realizzazione di interviste rilasciate alla stampa, per sottoporre all'attenzione
dell'opinione pubblica dati, esperienze e casi aziendali esemplificativi di un sostanziale
miglioramento nello svolgimento dell'attività d'impresa ottenuto grazie alla selezione e
all'adozione di strumenti per la salvaguardia del patrimonio.
Ciò, può essere fatto con facilità da tutti i risk managers con un minimo di esperienza, e senza
timore che questo tipo di informazione, necessariamente semplificata, banalizzi il tema e
squalifichi chi la fornisce, soprattutto in un contesto di piccole/medie aziende per molte delle
quali suscita già un certo stupore il suggerimento di dislocare le copie di back up dei dati
informatici presso locali differenti da quelli in cui sono collocati computer e server!
La medesima diffusione di informazioni ed esperienze sopra delineata accelererà, inoltre, senza
dubbio, l'interazione tra le varie specializzazioni, contribuendo ad eliminare la visione
"a compartimenti stagni" del risk management. Basti pensare alle evidenti affinità di obiettivi e
contenuti tra coloro che si occupano professionalmente della gestione dei rischi finanziari, della
politica assicurativa aziendale e dell'area legale. Una più approfondita conoscenza delle rispettive
competenze non potrà che favorire una visione "allargata" del risk management, nell'interesse di
tutti, consulenti e clienti.
3. Risk manager consulente e P.M.I.
Nel 2004, nella sola Provincia di Treviso, sono state almeno 200 le piccole e medie aziende
(cioè con fatturato variabile da due a ottanta milioni di euro) che hanno utilizzato servizi esterni
in materia di risk management, con particolare riguardo all'assicurazione
(8).
Alcune Associazioni di categoria, addirittura, da alcuni anni hanno scelto di dotarsi di una
struttura interna dedicata all'assistenza alle imprese relativamente alla gestione del rischio,
avvalendosi di personale dipendente o di consulenti accreditati, tutti rigorosamente selezionati in
ragione della loro estraneità a logiche commerciali. Questo, per evitare che la necessaria
imparzialità della consulenza svolta a favore dell'impresa associata risulti pregiudicata
dall'interesse, diretto o indiretto, nella vendita di un prodotto o di un sevizio
(9).
E, a questo proposito, personalmente ritengo che non possa essere fatto altrimenti. Infatti,
un'Associazione di categoria, proprio in virtù della sua funzione istituzionale, non dovrebbe
prestarsi a favorire interessi economici di parte, rischiando, così, di perdere credibilità presso
le stesse aziende che ne richiedono e giustificano l'esistenza. Soprattutto in un momento di
generale incertezza e di instabilità del contesto di riferimento come quello attuale, anzi, è
indispensabile che le Associazioni di categoria consolidino il loro ruolo di advisor/garante
imparziale delle scelte tecniche, politiche (in senso lato) ed economiche imprenditoriali,
utilizzando, appunto, professionalità rigorosamente "super partes" nei vari settori
(10).
Ma, anche a prescindere, da queste riflessioni, e nella speranza di fugare ogni dubbio residuo,
l'esperienza maturata "sul campo" da me e da alcuni colleghi in questi anni ha provato che un
servizio di risk management, oggi in Italia, è gradito al piccolo e medio imprenditore il quale è,
particolare non trascurabile, disposto a farsi carico del non indifferente relativo costo.
Quest'ultima considerazione, in apparenza banale, sottende, invece, una questione fondamentale,
che i detrattori della figura del risk manager consulente esterno puntualmente sollevano: «ma
è proprio vero che, fatte tutte queste interessanti disquisizioni con l'interessato, il piccolo
imprenditore è poi disposto a pagare la parcella?».
La risposta affermativa di chi scrive, a questo punto, pare scontata. Preferisco, pertanto, dopo
aver ricordato la prassi oramai consolidata nel mondo imprenditoriale di ricorrere a professionisti
esterni per gli adempimenti normativi in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro (es. D.lgs.
n. 626/94 e dintorni), elencare brevemente e a titolo meramente esemplificativo alcuni ambiti di
applicazione del risk management già testati a favore della P.M.I.:
identificazione sistematica dei rischi aziendali in funzione degli adempimenti
formalmente richiesti dal diritto societario agli amministratori di società di capitali e al
collegio sindacale in tema di adozione di misure appropriate per la salvaguardia del patrimonio
aziendale(11);
individuazione, valutazione e trattamento dei rischi connessi alla realizzazione di
nuovi insediamenti produttivi all'estero;
indagine storica dei sinistri e dei c.d. "eventi avversi" (cioè eventi dannosi che non
hanno dato luogo ad una richiesta di risarcimento) verificatisi negli ultimi anni, e
riclassificazione dei medesimi in termini di frequenza di accadimento e gravità
(12);
analisi delle polizze che compongono il programma assicurativo aziendale,
nell'ottica della sua ottimizzazione e del contenimento dei costi; quest'ultima esigenza è oggi
particolarmente sentita, per via della difficile situazione economica generale e della crescente
incidenza del costo dell'assicurazione sui bilanci aziendali.
4. Risk manager esperto di assicurazioni e P.M.I.
Mi pare che tra gli aspetti più innovativi dell'attività del risk manager "consulente" possa essere
annoverata l'assistenza prestata alle imprese relativamente alle problematiche assicurative
(13).
In effetti, le condizioni per lo sviluppo di questo tipo di competenza, oggi, in Italia, ci sono
tutte, o quasi.
Innanzitutto, la credibilità del sistema assicurativo presso l'opinione pubblica è ridotta ai minimi
termini.
Dopo decenni (considerando la storia assicurativa più recente) di sinistri respinti o metodicamente
liquidati al ribasso in tutti i Rami, politiche commerciali aggressive finalizzate a vendere il più
in fretta possibile polizze dai contenuti spesso non coerenti con le aspettative dell'assicurato,
prodotti complessi e, comunque, difficilmente comprensibili ai più anche dopo un'attenta lettura, e,
dulcis in fundo, dopo almeno un decennio di incrementi tariffari nella RCAuto sistematicamente
condannati da campagne stampa dai toni esasperati, la fiducia riposta dall'assicurato verso
l'assicuratore è, almeno per larga parte della popolazione, definitivamente compromessa, e non senza
ragione.
Naturalmente, con questo non si vuole negare il valore di ciò che di buono è stato fatto e continua
ad essere fatto dalle Compagnie: risarcimenti di danni di ingente entità che hanno, in più di
un'occasione, salvato privati ed aziende da sicuri dissesti finanziari; l'enorme frequenza di
accadimento di sinistri legati alla circolazione stradale e, il conseguente pagamento dei relativi
danni (spesso, purtroppo, oggetto di mera speculazione da parte del danneggiato
(14));
la capacità del sistema assicurativo di limitare al minimo i casi di insolvenza di Compagnie in
difficoltà e il relativo pregiudizio per l'assicurato.
Ma, al tempo stesso, non è obbiettivamente possibile negare l'evidenza anche di tutto ciò che
dovrebbe essere fatto e non viene fatto:
in Italia manca, ancora oggi, un minimo di cultura assicurativa; chi acquista una
polizza, nella maggioranza dei casi ne ignora i limiti e ne fraintende, almeno in parte, il
contenuto; imputare la responsabilità di questo stato di cose all'indolenza degli assicurati mi
pare inappropriato; bisognerebbe chiedersi, piuttosto, che cosa ha fatto finora il sistema
assicurativo per diffondere veramente la conoscenza del contratto di assicurazione tra gli utenti;
non sarà che gli stessi assicuratori non hanno un interesse effettivo ad acculturare l'assicurato,
in modo da poter liberamente valorizzare alcuni aspetti tecnici della polizza trascurandone altri
(meno graditi al cliente)?
la qualità del servizio reso dall'assicuratore all'assicurato si esprime appieno al
momento della vendita del prodotto ma si affievolisce, fino quasi a scomparire, durante la
prosecuzione del rapporto;
le disposizioni di legge che disciplinano il contratto di assicurazione risalgono al
1942(15);
sono state formulate, cioè, in un contesto sociale, culturale ed economico molto differente rispetto
a quello attuale; paiono, dunque, oggi anacronistiche e non idonee a costituire le norme di
riferimento per il settore
(16);
paradossalmente, nonostante tutti riconoscano la necessità di razionalizzare i costi
assicurativi, sia gli assicurati sia gli assicuratori (ma per loro la spiegazione è più facile!)
sono sostanzialmente reticenti ad applicare sistematicamente criteri di libera concorrenza nella
selezione dell'offerta assicurativa, preferendo continuare ad impostare il rapporto su basi
esclusivamente fiduciarie;
la progressiva virtualizzazione a cui è soggetta, da almeno quindici anni, la nostra
economia, sempre più fondata su asset di tipo immateriale (es. il marchio, l'estetica, l'immagine,
la creatività, l'innovazione), e la conseguente dematerializzazione dei rischi aziendali, non
trova adeguato riscontro nell'offerta assicurativa, soprattutto per la P.M.I.; oggi, infatti, non
presenta alcun problema la richiesta di assicurare il solito fabbricato contro il solito rischio di
incendio, ma di assicurare una perdita di immagine o di quote di mercato (rischi, attualmente,
economicamente molto più rilevanti del primo) non se ne parla neppure;
l'inesorabile spersonalizzazione del rapporto tra assicurato e assicuratore; le
Compagnie perseguono, da anni, la logica delle economie di scala e di scopo ottenute mediante una
rigorosa standardizzazione dei prodotti, che impedisce, anche agli intermediari più volonterosi,
di assecondare le richieste dei clienti in termini di deroghe contrattuali; Agenti e Brokers, dal
canto loro, devono fare i conti con costi gestionali crescenti e aliquote provvigionali calanti; la
conseguente necessità di lavorare su volumi importanti riducendo al minimo il personale, e l'estremo
dinamismo commerciale imposto da un mercato ipercompetitivo, si ripercuotono, quasi sempre,
sull'assicurato sotto forma di assistenza "frettolosa", quando, addirittura, non definitivamente
limitata ad una visita annuale in occasione dell'incasso dei premi.
Insomma, la situazione non è certo positiva, e la diffidenza verso il sistema assicurativo è
palpabile, percepibile semplicemente discutendone con amici e parenti. Destano, quindi, stupore
alcune indagini pubblicate recentemente da riviste specializzate in materia assicurativa che,
invece, riportano un sostanziale gradimento tra gli assicurati circa la qualità dei prodotti e
servizi assicurativi presenti sul mercato.
Considerata la situazione, il panorama assicurativo nazionale dovrebbe essere caratterizzato dalla
presenza di numerosissimi risk manager specializzati nella consulenza assicurativa, proprio in
ragione della loro funzione caratteristica di riequilibrare il rapporto tra assicuratore e
assicurato a beneficio di quest'ultimo. In realtà, i professionisti del settore sono pochissimi,
nonostante i significativi risultati raggiunti concretamente dagli oramai numerosi imprenditori che,
affidandosi al consulente, hanno ottenuto, in tempi brevi, coperture assicurative più efficaci,
notevoli risparmi sui premi (tali, di solito, da assorbire ampiamente il costo della consulenza),
una conoscenza più approfondita delle polizze sottoscritte e, in definitiva, una condizione di
maggiore sicurezza complessiva.
E' possibile ipotizzare alcuni tra i fattori che ostacolano lo sviluppo della professione.
1. Il sistema assicurativo rema contro. Benchè una crescita culturale aziendale in materia
assicurativa tra gli imprenditori, e quindi una loro maggiore conoscenza di pregi e difetti delle
polizze di assicurazione, sia (a parole) da tutti auspicata, inclusi gli assicuratori, c'è poco da
fare: l'assicurato più informato pretende massimali e sottolimiti di risarcimento elevati, polizze
personalizzate, ed è in grado, soprattutto, di valutare meglio la qualità del prodotto che gli
viene proposto; tutte cose che alle Compagnie piacciono poco. Per non parlare, poi, della naturale
tendenza dell'assicurato "consapevole" a mettere in concorrenza tra di loro gli assicuratori,
circostanza che produce sulle Compagnie lo stesso effetto del fumo negli occhi. Sul versante opposto,
la lungimiranza di parecchi intermediari che vedono, invece, un'opportunità nell'opera di
alfabetizzazione assicurativa realizzata dal risk manager, e la disponibilità dell'assicurato
"acculturato" ad accogliere franchigie elevate, non sono sufficienti a controbilanciare i timori
delle Compagnie. Meglio, quindi, per queste ultime, non abbandonare la strada vecchia per la nuova
e scoraggiare pericolose tendenze autonomistiche dell'assicurato rese possibili grazie all'assistenza
di un consulente super partes.
2. Prevalenza dell'estetica sull'etica. Ho già ricordato che gli intermediari assicurativi
hanno conosciuto tempi migliori. Così, ogni tanto, qualcuno, esasperato dalle continue pressioni
commerciali esercitate dalle Compagnie per la realizzazione del budget annuale, e demotivato per via
dell'assenza di soddisfacenti prospettive di sviluppo degli affari, decide di fare il grande passo:
cessa l'attività di intermediazione e si ripropone al mercato nella nuova veste di consulente a
parcella. Effettivamente, la consulenza prestata in questa forma, svincolata dalle durissime regole
commerciali che caratterizzano l'intermediazione assicurativa, rappresenta il sogno di molti Agenti
e Brokers. Piace l'idea di lavorare "dalla parte del cliente" senza compromessi, ed affascina
l'impatto positivo che produce sul cliente un'immagine professionale così innovativa. Solitamente,
però, l'idillio è immediato ma dura poco. Ben presto l'ex intermediario si rende conto che questa
attività richiede un profondo e costante impegno profuso nell'analisi tecnica di testi di polizza
spesso complessi, nell'aggiornamento professionale finalizzato a mantenere elevato il livello
qualitativo della consulenza, e nello sviluppo di marcate competenze giuridiche. Non solo, ma,
soprattutto per coloro i quali hanno svolto l'attività di intermediario per molti anni, il
cambiamento di prospettiva e di mentalità nell'approccio alle problematiche assicurative necessario
per interpretare correttamente il ruolo di risk manager, può presentare parecchie difficoltà. Così,
in molti casi, il neo consulente, superato l'entusiasmo iniziale ed acquisiti i primi clienti nella
nuova veste, cede alle "lusinghe provvigionali" del mercato assicurativo (che ben conosce) e ricade
nella tentazione di "suggerire" al cliente la collocazione dei rischi presso questa o quella
Compagnia "di fiducia", rinnegando, di fatto, l'intero sistema di valori su cui evidentemente si
fonda l'attività di consulenza pura e per il quale la medesima è apprezzata dall'assicurato.
Ovviamente, tale atteggiamento non passa inosservato presso interlocutori aziendali particolarmente
attenti a questi aspetti deontologici, proprio perché preventivamente sensibilizzati sull'argomento
dallo stesso professionista, e determinati a monitorare la coerenza tra gli intenti dichiarati a
parole e le azioni concretamente poste in essere dal sedicente consulente. Come si può facilmente
immaginare, questo imbarazzante boomerang decreta, nella quasi totalità dei casi, la fine del
rapporto professionale (ed eventualmente anche di quello personale) senza appello e in modo
piuttosto risentito.
3. Insufficiente intraprendenza. Il problema accomuna molti settori dell'economia e va posto
in relazione alle aspettative professionali dei giovani italiani. Intraprendere un'attività
innovativa come quella del risk manager consulente richiede spirito di iniziativa (si tratta,
infatti, di creare ex novo qualcosa di poco codificato rispetto alle professioni tradizionali, e,
quindi, di "inventare" un percorso di sviluppo), buone doti comunicazionali (per esplicitare
efficacemente al potenziale cliente il valore aggiunto della consulenza) e una certa attitudine al
rischio d'impresa (difficile prevedere i tempi necessari al consolidamento dell'attività e al
raggiungimento di obiettivi reddituali soddisfacenti). Purtroppo, fatte le dovute eccezioni, la
maggioranza di coloro i quali presentano il profilo di riferimento ideale per intraprendere con
successo la carriera di consulente esperto di contratti di assicurazione, cioè giovani laureati
in discipline giuridiche, preferisce sbocchi professionali più tradizionali (es. avvocatura),
sicuramente più inflazionati, ma, tutto sommato, dallo sviluppo più prevedibile, al riparo da
qualunque tipo di sorpresa e, soprattutto, sotto l'ala protettrice di qualche Ordine potente. A mio
avviso, questa situazione, in parte agevolata da una condizione di benessere economico diffuso che
induce i giovani ad attestarsi su posizioni conservatrici, non muterà nel prossimo futuro,
nonostante i numerosi segnali provenienti dall'interno e dall'esterno del Paese che, invece,
consiglierebbero di mettere in discussione quanto prima determinati modelli professionali.
Preso atto, un po' malinconicamente, dei fattori che impediscono o, perlomeno, rallentano
l'affermazione definitiva della figura professionale in esame, vorrei, anche in questo caso,
trasmettere al lettore un messaggio positivo, citando alcune esperienze che provano l'esistenza,
oggi, delle condizioni ottimali per intraprendere questa attività, nella speranza di stimolare
l'interesse di quanti, giovani e meno giovani, potrebbero prendere seriamente in considerazione
l'ipotesi di impostare il relativo percorso professionale.
Molto pragmaticamente, il valore aggiunto più facilmente percepito dal cliente deriva dalle seguenti
attività di consulenza:
analisi delle polizze aziendali, in funzione dei rischi preventivamente rilevati dal
consulente stesso (aspetto metodologico innovativo particolarmente apprezzato dal cliente) e
nell'ottica dell'ottimizzazione del programma assicurativo globale; il consulente provvede a
formulare una sintetica relazione tecnica per ciascuna polizza che compone il programma assicurativo
aziendale, e la presenta all'interlocutore aziendale discutendone i contenuti;
selezione dell'offerta assicurativa mediante attivazione di procedura di gara; in
sostanza, il consulente redige un capitolato di polizza recante le condizioni contrattuali a cui
gli assicuratori dovranno uniformarsi nella predisposizione dell'offerta, e il bando di gara,
documento che disciplina le modalità di presentazione delle offerte, di apertura delle buste e i
criteri di aggiudicazione dei contratti; successivamente, l'azienda, su sua carta intestata,
trasmette bando e capitolato agli intermediari che rappresentano le Compagnie a cui l'invito è
destinato (solitamente non più di 7/8 Compagnie primarie); pervenute le offerte, il consulente le
valuta e l'azienda provvede all'aggiudicazione; questa metodologia, finalizzata ad ottimizzare
i benefici della libera concorrenza tra Compagnie, produce, normalmente, risultati sorprendenti in
termini di risparmi sui costi assicurativi a parità di garanzie prestate, ed è particolarmente
gradita all'imprenditore;
formazione tecnica a favore di una risorsa umana aziendale; al fine di realizzare il
cambiamento di mentalità sopra ricordato e di trasmettere efficacemente conoscenze che diventino
definitivamente parte integrante del patrimonio aziendale, è indispensabile la disponibilità del
consulente ad impostare un'attività di consulenza partecipata dal cliente, e la disponibilità di
quest'ultimo ad apprendere nozioni specialistiche di base; ciò, gli consentirà in futuro, di
gestire con maggiore autonomia le relazioni con il sistema assicurativo, a prescindere da chi
sarà il suo interlocutore/intermediario. Anche lo sviluppo di questa nuova capacità di effettuare
in modo consapevole scelte strategiche inerenti alla propria politica assicurativa, delegando
all'esterno (cioè all'assicuratore) solamente la gestione di aspetti meramente burocratici ed
organizzativi (es. emissione di appendici di polizza, quietanze, etc.) viene percepito
dall'imprenditore come un notevole valore aggiunto, nonché come un'alternativa preferibile alla
vecchia impostazione delle relazioni favorita dagli assicuratori (in base alla quale l'imprenditore
dovrebbe delegare completamente all'intermediario le scelte inerenti alle problematiche
assicurative). Dal punto di vista del consulente, sedimentare in azienda competenze tecniche,
almeno di base, in materia assicurativa, presenta anche il vantaggio di consentire all'imprenditore
una gestione del programma assicurativo più dinamica (il dipendente, adeguatamente formato, è in
grado di percepire rapidamente eventuali variazioni del business che potrebbero produrre effetti
negativi sulle coperture), coerentemente con il naturale dinamismo strategico e organizzativo a cui
ogni azienda moderna è tenuta (e costretta);
assistenza nella gestione dei sinistri; in questa delicata fase del rapporto
assicurativo, la capacità del consulente di assistere il cliente nella trattazione della pratica
con il liquidatore della Compagnia, avvalendosi della sua esperienza e dell'abitudine ad impostare
il contraddittorio su basi tecniche mirando al "sodo", favorisce una rapida e congrua liquidazione
del danno.
5. Conclusioni
Le riflessioni di cui sopra spero possano costituire il presupposto per l'attivazione di un
confronto tra gli addetti ai lavori, sia tra i fautori del risk manager consulente, sia tra gli
scettici. Il confronto, soprattutto tecnico, è sempre costruttivo, e, per quanto mi riguarda,
motivo di crescita professionale e personale.
Certamente, il carattere "pionieristico" di questa attività e l'assenza di schemi metodologici
formalmente vincolanti mi stimolano ad offrire un contributo in termini di creatività ed esperienza
maturata.
Al tempo stesso, desidero sottolineare nuovamente che il principale valore aggiunto di questa
attività non va individuato tanto nella sua valenza "iconografica", ma piuttosto nella rigorosa
applicazione di principi etici e deontologici. A ciò consegue che fenomeni "devianti" (es. consulenti
di nome ma intermediari assicurativi di fatto) incidono negativamente e direttamente sull'operato di
tutta la categoria, compromettendone la credibilità. Pertanto, un'attività di "moralizzazione"
professionale, realizzata attraverso un monitoraggio continuativo dell'operato dei consulenti,
valutandone anche gli standard qualitativi, rappresenta, ritengo, un impegno prioritario per organi
pubblici di controllo e Associazioni professionali.
Vorrei concludere con una battuta. Frequentemente, in occasione di convegni e seminari, mi viene
posta la seguente domanda: «Che cosa bisogna fare, in pratica, per riuscire nel ruolo di
risk manager?». La mia risposta prevede sempre l'utilizzo di una metafora che, a me che sono
ferrarese, è molto cara: «Svolgere efficacemente l'attività di risk management è un po'
come andare in bicicletta; occorre definire chiaramente il tracciato da percorrere, bisogna poi
mantenere l'equilibrio necessario a superare gli ostacoli che si presentano lungo la strada, ed,
infine, è indispensabile pedalare!».
* * *
Note:
(1): mi riferisco, soprattutto, alle numerose iniziative formative
promosse da Università, Associazioni di categoria, enti di formazione professionale pubblici e
privati, nonché ai frequenti articoli pubblicati da quotidiani e riviste economici
(torna su).
(2): ad esempio, Confindustria ha recentemente pubblicato le linee
guida da adottare in seno al consiglio di amministrazione di società di capitali al fine di
ottemperare agli obblighi di vigilanza sulla gestione aziendale previsti dalla riforma del diritto
societario ("Linee guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex
D.Lgs. n. 231/2001", approvate il 07/03/2002 e aggiornate il 24/05/2004). Il testo illustra, già
nelle pagine introduttive un articolato processo di risk management, la cui adozione viene
consigliata agli imprenditori (torna su).
(3): alcune associazioni di categoria, come l'Unione Industriali della
Provincia di Treviso e l'Associazione Industriali della Provincia di Vicenza, si sono dotate di
strutture interne finalizzate ad erogare alle aziende associate un servizio di consulenza in
materia di risk management, con particolare riguardo alle problematiche di tipo assicurativo
(torna su).
(4): periodicamente compaiono su quotidiani e settimanali molto noti
interviste o articoli dedicati al risk management. Inoltre, numerosi operatori del settore
assicurativo, soprattutto intermediari, valorizzano sistematicamente le competenze maturate nel
campo della gestione del rischio acquistando importanti spazi pubblicitari all'interno delle più
importanti testate giornalistiche italiane (torna su).
(5): relativamente a quest'ultima definizione, vedasi G. De Zuccato,
"La consulenza assicurativa pura come mestiere", Pordenone, Assinform, 2005
(torna su).
(6): vedasi, per tutti, G. Forestieri, "Risk management, strumenti e
politiche per la gestione dei rischi puri d'impresa", Milano, Egea, 1996 e B. Cardani -
A. Pasquarella, "La tutela assicurativa negli Enti locali", Milano, Giuffrè, 1996
(torna su).
(7): mi è capitato, presso varie aziende, di dover affrontare la
diffidenza iniziale del collega consulente esperto di qualità o di sicurezza sul lavoro di fronte
alla mia richiesta, avvallata dalla proprietà, di valutare collegialmente i limiti posti
dall'assicuratore incendio in tema di stoccaggio di materiale infiammabile. Una volta chiarito che
le mie richieste non erano finalizzate a stabilire il primato dell'assicurazione (e, quindi, il mio,
quale consulente specializzato nel settore) sull'operato degli altri responsabili di funzione, ma
anzi erano dirette ad individuare preventivamente lacune della polizza colmabili attraverso strumenti
di prevenzione e protezione, la collaborazione è stata completa e continuativa
(torna su).
(8): il dato si riferisce al servizio di Risk Management (articolato
nelle due attività di consulenza e formazione alle imprese) erogato dall'Unione degli Industriali
della Provincia di Treviso, che si avvale esclusivamente di consulenti convenzionati "a parcella",
cioè remunerati interamente dal cliente (torna su).
(9): vedasi, ad esempio, le esperienze, oramai pluriennali, maturate
dalle Associazioni Industriali delle Province di Vicenza, Treviso, Belluno e dall'API di Bologna
(torna su).
(10): associazioni che, invece, in passato hanno assecondato, più o meno
espressamente, logiche economiche di parte, hanno pagato a caro prezzo una perdita di credibilità
che sempre, presto o tardi, si è manifestata attraverso vigorose lamentele o, purtroppo, rescissione
del rapporto (torna su).
(11): ad esempio art. 2394 Codice Civile. Inoltre, al collegio sindacale
viene oggi imposta una forma di controllo non solo contabile ma anche inerente alla correttezza
della gestione (torna su).
(12): questa attività è particolarmente richiesta anche dagli enti
pubblici, per via della nota crescente esposizione dei medesimi all'obbligo di risarcire danni di
varia natura e di crescente rilevanza economica, e della maggiore difficoltà incontrata nel
ricorrere all'assicurazione (torna su).
(13): innovativo almeno per l'Italia. Negli Stati Uniti, ad esempio,
questa figura professionale esisteva già nel 1957 (torna su).
(14): secondo un'indagine condotta alcuni anni fa da una rivista
specializzata, per ogni cento sinistri da circolazione stradale si registrano due colpi di frusta
in Svezia e diciotto colpi di frusta in Italia (torna su).
(15): promulgazione del Codice Civile, attraverso Regio Decreto emanato
da Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della nazione, Re d'Italia e d'Albania,
Imperatore d'Etiopia. Il visto, naturalmente, è del Capo del governo Mussolini e del Guardasigilli
Grandi (torna su).
(16): il nuovo Codice delle Assicurazioni, di recente pubblicazione,
si affianca alle norme previste in materia dal Codice Civile senza, perciò, sostituirle
(torna su).
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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