Il segreto della crescita sta tutto nelle tre "T"
di Giuseppe Turani
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 7 febbraio 2005
«In certi ambienti ormai non si fa altro che parlare delle tre T,
al punto che rischia di diventare una cosa banale. Invece le tre T sono
importanti e bisognerebbe rifletterci sopra sul serio». Marco Zamperini, capo
dei laboratori di ricerca di Etnoteam e guru dell'informatica italiana, non
nasconde di essere affascinato dalla questione delle tre T.
Cerchiamo, allora, di spiegare intanto che cosa sono le tre T.
«E' molto semplice: si
tratta di Tecnologia, Talento e Tolleranza. La storia nasce da un libro del
ricercatore Richard Florida (in Italia è stato pubblicato da Mondadori con il
titolo "La nascita della nuova classe creativa"). Si tratta di una teoria che è
venuta fuori facendo ricerche in America. Nel tentativo di spiegare perché
alcune città che apparentemente avevano tutto (grandi laboratori, grandi
università), poi non sono decollate) dal punto di vista scientifico e
economico».
E quale è stata la risposta di Richard Florida?
«La teoria, appunto, delle tre T. Non basta la tecnologia, ci vogliono anche i
Talenti e la Tolleranza. Ognuna di queste tre condizioni è necessaria, anche se poi da sola
non è sufficiente».
Se Tecnologia e Talento sono requisiti abbastanza ovvi,
che cosa c'entra la Tolleranza?
«E invece si tratta proprio della Tolleranza,
anche se capisco che la cosa può non piacere a molti. Florida ha studiato le
grandi città americane e, fra le altre cose, per misurare la Tolleranza, ha
preso come indicatore l'indice di concentrazione dei gay nelle varie città. Non
ha fatto giri di parole, insomma. E' andato dritto sul problema. E ha scoperto,
ovviamente, che le aree in cui, insieme al Talento e alla Tecnologia, c'è molta
Tolleranza, sono quelle che sono cresciute meglio».
Si è chiesto perché?
«Se lo sono chiesto in tanti, a partire da Richard Florida. E la
questione sembra avere questa risposta: è proprio la Tolleranza che ti consente
di mischiare il tutto e di far decollare l'area».
Ma perché?
«Perché Tolleranza significa che in quell'area c'è una mentalità aperta, significa che
il nuovo non fa paura e che non si guarda tanto a come uno è vestito. In termini
più sofisticati potremmo dire che quando un'area è Tollerante in quell'area non
c'è paura di ciò che "ancora non è", non c'è paura quindi nella ricerca, nella
sperimentazione».
E forse è anche un modo per attirare i Talenti.
«Certamente. Non sappiamo da dove sbucano fuori i Talenti. E non è
affatto detto che abbiamo tutti il nostro stesso colore di pelle, la nostra
stessa religione, la nostra stessa cultura. Possono essere anche molto diversi
(nel senso che magari sono indiani, africani, ecc.). E i diversi sanno,
naturalmente, di essere un po' diversi: quindi andranno nelle aree in cui la
Tolleranza è maggiore, in cui sanno che saranno apprezzati per quello che fanno
e non discriminati per quello che sono».
E le cose funzionano veramente così? Lei è a capo dei laboratori di
ricerca Etnoteam, un migliaio di persone che lavora sull'informatica. Da voi
c'è Tolleranza?
«C'è sempre stata, sin dalla
nascita della società. Che si chiama Etnoteam, da team e da etno, perché si
pensava di fare un'operazione etnologica, cioè di mescolamento delle culture.
Quando la società è partita, diciotto anni fa, non c'erano nemmeno gli
informatici e allora si accettava chiunque, purché sapesse fare le cose».
Siete ancora così aperti?
«I tempi sono cambiati. Adesso le
università producono dei veri informatici. Però, qualche traccia della nostra
storia c'è ancora. Di recente abbiamo acquisito un paio di società e una è
guidata da un ex odontoiatra e l'altra da un giornalista. Le assicuro che
nessuno di noi per un solo momento ha pensato: ma questi non sono informatici
tradizionali. Li conoscevamo e sapevamo che lavorano bene. E che è gente aperta,
come noi».
A proposito di Tolleranza e quindi di non discriminazione, da voi
lavorano molte donne?
«Circa il 35 per cento. E, mi creda, non sono tutte segretarie».
Lasciando stare per un momento l'America, in Europa come siamo messi con
le tre T?
«Hanno fatto calcoli e ricerche. E il risultato, come forse era prevedibile,
è che quelli messi meglio sono i paesi nordici».
Ma come, l'Italia non è un paese creativo?
«Non molto. Anzi, nelle classifiche messe a punto per valutare le tre T
siamo messi piuttosto male, per la verità».
Cioè?
«Come Talento siamo al tredicesimo posto in Europa, come Tecnologia
all'undicesimo, e come Tolleranza siamo al decimo posto».
Vuol dire che siamo un paese intollerante?
«Non arrivo a questo, dico che dalle ricerche fatte non usciamo molto bene.
E' un fatto che i paesi nordici sono molto davanti a noi».
Dove sbagliamo, secondo lei?
«Le posso fare un paio di esempi. Il primo riguarda i paesi emergenti che
stanno intorno a noi, nel Mediterraneo. Il nostro atteggiamento è quello di
vederli più come un minaccia che come un'opportunità. C'è più la paura
dell'arabo che potrebbe farci chissà che cosa, piuttosto che l'idea che in
quei paesi si può giocare parte del nostro futuro. E questo è un errore che
nasce da paure antiche, irrazionali, sbagliate. Si basa su falsi ragionamenti,
sulla cultura dell'intolleranza».
Il secondo esempio?
«Questo attiene all'esperienza quotidiana. Se incontriamo un giovane
indiano spesso siamo portati a pensare che il suo destino, qui da noi, sarà
quello di stirarci le camice. Non pensiamo che potrebbe essere un bravissimo
ingegnere».
Ma lei crede davvero che la Tolleranza giochi un ruolo importante
nello sviluppo di cose, ad esempio, come l'informatica?
«Le posso fare l'esempio di Milano. Altre città hanno esattamente quello che
ha la capitale lombarda. Qui però l'informatica cresce meglio. Probabilmente
perché, rispetto a altre città, c'è un rimescolamento maggiore delle culture,
c'è più Tolleranza».
Però, dice lei,non è così tutta l'Italia.
«No. Sappiamo tutti che ci sono città molte chiuse. Dove integrarsi risulta
difficile anche per uno che è nato solo a qualche centinaio di chilometri di
distanza».
Secondo la sua personale esperienza, dovendo dare una pagella con voti da
zero a 100, come siamo messi?
«Ripeto: non benissimo. I dati delle ricerche internazionali li
abbiamo visti prima. La mia valutazione personale è questa. Come Tecnologia
abbiamo il 70 per cento di quella che ci servirebbe, come Talenti siamo al 50
per cento, e come Tolleranza saremo al 30 per cento».
Quindi per andare avanti bisogna cambiare?
«Le cifre del nostro sviluppo (modesto) sono lì a
dimostrarlo. Probabilmente è vero che le tasse sono troppo alte, che la pubblica
amministrazione non fa questo e non fa quello, ma dietro a tutti questi limiti
c'è anche il fatto che non siamo ancora un paese aperto, tollerante, fiducioso.
Non siamo ancora un paese dove uno, se sa fare qualcosa, sa che questo è l'unico
metro in base al quale verrà giudicato. Contano ancora una serie piuttosto lunga
di pregiudizi. Pregiudizi che diventano qualcosa di più quando arriva uno da un
altro paese, da un'altra cultura. E questo è un errore».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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