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  :: Rassegna stampa - Documento

Il venture capital sta ripartendo
di Giuseppe Turani
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 8 settembre 2003

«Si sta muovendo di nuovo qualcosa. Se si guarda con attenzione il mercato americano si vede che ci sono segnali di un ritorno di interesse per il venture capital, quindi per l'innovazione e per le startup. Insomma, si riparte, l'hitech è di nuovo in movimento. E anche qui in Italia non siamo più alla paralisi». Chi lancia questi avvertimenti è Elserino Piol, quasi un mito per quelli che si occupano di telecomunicazioni e di new economy. Per anni altissimo dirigente della Olivetti, ha poi fondato il Pino Venture per investire nella new economy e in questi anni è stato un po' il pilastro intorno a cui sono ruotate tantissime iniziative (compresi Tiscali e Vitaminic, per citarne solo due). Qualche mese fa proprio da queste colonne aveva lanciato l'allarme: il venture capital è finito, non si trovano più soldi, e quindi non posso più finanziare nuove idee, nuove aziende, nuove imprese. Adesso è tornato ottimista, sia pure con prudenza: «In America c'è ancora la sensazione di muoversi su un fondo piatto (non sappiamo lungo quanto). Ma dalla primavera scorsa si sta muovendo qualcosa. Il venture capital sta rialzando la testa».

Quindi tutto riparte alla grande.
«Per ora sto parlando di segnali di cambiamento. Dove prima c'era un deserto, adesso si vedono fili d'erba. Ma è già qualcosa. La situazione americana, lo vedremo più avanti, è diversa da quella italiana. Ma l'importante è che si torni a fare delle cose».
In America si riparte come prima e meglio di prima?
«No. In un certo senso è tutto diverso. Negli Stati Uniti il venture capital aveva avuto una grande fortuna negli anni Novanta. Poi, a seguito anche dello scoppio della bolla Internet, negli anni Duemila si è visto poco o niente. D'altra parte, le società di venture capital aiutano le piccole società a nascere, per portarle poi in Borsa, guadagnare dei soldi e passare quindi a una nuova generazione di startup. Con la fine dei collocamenti in Borsa, le aziende di venture capital si sono ritrovate con i soldi bloccati nelle imprese in cui erano già intervenute e senza possibilità di andare avanti. Date le condizioni del mercato non è stato nemmeno possibile vendere le aziende finanziate dal venture capital a società più grosse. Quindi tutto il meccanismo si è fermato. E questo vuol dire che si è fermato, in un certo senso, il processo dell'innovazione. Dell'azienda che non c'era, ma che aveva un'idea nuova da proporre al mercato».
Adesso le cose sono cambiate?
«Sì. Rispuntano nuove società di venture capital. E, se vogliamo, sono anche meglio di quelle di prima. Nel senso che sono più umili, più modeste e più umane».
Che cosa significa?
«Negli anni Novanta c'erano stati anche venture capital giganteschi, dotati fino a un miliardo di dollari. Adesso i più grandi arrivano a 500 milioni di dollari, ma la dimensione media è di 200/300 milioni di dollari».
Ci sono ancora iniziative che vale la pena di finanziare? Dove gli uomini del venture capital vanno a cercare le nuove aziende?
«Ogni tanto sembra che sia già stato fatto tutto. Ma, creda a me, che sto in uesti giri da sempre: c'è ancora molto, moltissimo da fare. Comunque, in America oggi c'è molto fermento nel campo del software, dei collegamenti wireless, nelle nanotecnologie, nelle biotecnologie e nei servizi di localizzazione (la rete di telecomunicazioni individua dove uno si trova e gli fornisce i servizi di cui ha bisogno in quel posto, dall'assistenza alle informazioni). Certo, nessun venture capital finanzia aziende di computer, ma come ho appena spiegato ci sono tante altre cose da fare. E la macchina, questa è la notizia positiva, comincia a girare di nuovo. Chi ha idee può sperare di trovare un finanziatore. Certo, più prudente di una volta. Ma i soldi tornano a esserci. Gli investitori hanno fatto i loro conti e hanno visto che, al di là di qualche eccesso, i venture capital hanno reso possibili buoni guadagni».
E questa è la situazione americana. In Italia?
«Siamo sullo stesso trend dell'America, sia pure con i consueti ritardi. E anche qui le cose si stanno muovendo».
Ma si dice che non siamo così bravi a fare ricerche e che comunque spendiamo poco, sia in Italia che in Europa.
«Si tratta di un mito da sfatare. Per i computer, probabilmente, si è speso di più in Europa che in America. Solo che si è speso male. Si sono investite, ad esempio, somme enormi nei mainframe, quando in quel campo la Ibm aveva già fatto tutto quello che c'era da fare. E potrei fare altri esempi. La verità è che oggi, proprio perché tante cose sono già state fatte, non si può più fare ricerca random, "cerchiamo e poi qualcosa succederà". Oggi bisogna avere le idee chiare già in partenza. Bisogna sapere che bisogna poter avere un certo peso, una massa critica. Bisogna stare alla larga dai treni che sono già partiti (non finanzierei di sicuro uno che volesse elaborare un nuovo sistema operativo per Pc). In parallelo alla ricerca dell'innovazione deve esserci un piano industriale. Insomma, c'è lo spazio per lavorare, nel senso che bisogna saper fare delle cose e avere la consapevolezza che poi bisogna anche essere capaci di metterle sul mercato, di farle vivere, di far rendere dei soldi per finanziare altre ricerche, altra innovazione».
Una domanda forse un po' sgarbata. Non ha l'impressione di aver sbagliato tante cose in questi anni, insieme a quelli che come lei si sono buttati sul "nuovo"?
«No. Abbiamo sbagliato, qualche volta, sui tempi. Siamo stati troppo in anticipo. Ma i telefonini ci sono, Internet vive e lo usano tutti, la musica viaggia su Internet, e così via. Qualche volta, ripeto, ci siamo mossi con troppo anticipo, ma le cose che abbiamo messo in piedi erano quelle giuste».
Lei ha dato vita a due fondi di venture capital, Kiwi1 e Kiwi2. I suoi clienti, quelli che le hanno fornito i soldi, sono usciti guadagnando o in perdita?
«Guardi, Kiwi1 ha restituito agli investitori più del doppio dei soldi che hanno messo nell'avventura. Con Kiwi2 siamo ancora sotto (perché c'è stata la crisi di Borsa), ma abbiamo dentro ottime società e penso che chiuderemo anche qui con un guadagno».
E adesso si riparte?
«Sì. Ci sarà una società di gestione del risparmio che a sua volta avrà sotto Pino Capital».
Andrete alla ricerca di nuove società hitech da finanziare, come avete fatto nella stagione precedente?
«Sì. Questa volta però faremo sia aziende hitech che aziende higrowth, cioè che hanno la possibilità di crescere in fretta. E faremo anche quel lavoro che va sotto vari nomi (distressed company e turnaround). In pratica ci occuperemo anche di aziende promettenti che hanno qualche problema (di strategia, di management, di soldi). Insomma, torniamo a cercare aziende che possano diventare migliori entro tempi ragionevoli e che quindi possano essere poi cedute con un certo guadagno. In modo da potere poi ripetere l'operazione su altre aziende». L'ambiente italiano vi aiuta in questo lavoro?
«Direi di sì. C'è solo un punto poco favorevole, e è quello del diritto fallimentare».
In che senso?
«In Italia si tende a proteggere fin troppo i creditori dell'azienda. Negli Stati Uniti, invece, c'è una maggior protezione per l'azienda. E questa è una bella differenza per chi fa innovazione, per chi si avventura in territori un po' sconosciuti, poco sperimentati».
L'amministrazione pubblica vi aiuta?
«Sento dire che un po' tutti vogliono mettere soldi nell'innovazione. Spero tanto che regioni e Stato non lo facciano direttamente. Le loro strutture sono inevitabilmente burocratiche. La strada giusta è quella di fare delle Fondazioni o altro e poi partecipare a qualche venture capital. In Italia ce ne sono già un certo numero e credo che ne nasceranno degli altri. Il vantaggio di passare attraverso il venture capital consiste nel fatto che queste strutture agiscono nel mercato e si muovono con logiche di mercato».
Che tipo di aziende andrete a cercare?
«L'ho già detto: hitech e higrowth. Credo, comunque, che ci sia molto spazio nelle telecomunicazioni. E poi credo che ci sia all'orizzonte una partita molto grossa. Oggi si parla tanto di e-government, cioè di una gestione "elettronica" della pubblica amministrazione. E si tratta certamente di una buona idea. Sono convinto, però, che l'e-government passa inevitabilmente attraverso molto outsourcing, cioè appaltando molti lavori all'esterno. Come del resto fanno da anni moltissime aziende private».
Ottimista, come sempre.
«Ma no, mi diverto quando le cose si muovono, e questo è uno di quei momenti. Per chi ha delle idee e ha voglia di "fare impresa" questo sarà una stagione interessante. Devo solo trovare un po' di soldi per far partire il Pino Capital».
Questo forse sarà un po' difficile...
«L'altra volta, quando cercavo i soldi per Kiwi1 mi hanno detto che ero matto. Ma poi i soldi li ho trovati e ho fatto anche Kiwi2. Li troverò anche questa volta».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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