Imprese, per agganciare la ripresa ora bisogna aumentare il capitale
di Giovanni Ajassa (Responsabile Servizio Studi BNL Gruppo BNP Paribas)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 ottobre 2009
Alla radice della crisi globale c'è stato un eccesso della finanza rispetto all'economia. Gradualmente, questi
eccessi stanno rientrando. Questo indicano i dati contenuti nei rapporti annuali pubblicati in occasione
dell'assise 2009 del Fondo monetario internazionale. I dollari di finanza esistenti nel mondo a fronte di un
dollaro di PIL globale sono scesi dal massimo storico di 15 nel 2007 a 13 nel 2008. Se escludiamo dai conti i
contratti derivati valutati al nozionale, il rapporto tra la componente tradizionale della finanza e il PIL è
ritornato già nel 2008 sui livelli del 2003, anno in cui c'erano nel mondo 3 dollari di azioni, obbligazioni e
prestiti a fronte di un dollaro di prodotto. Nel 2007 questo rapporto era salito a 4.
Il rientro degli eccessi della finanza è cominciato anche laddove la crisi è iniziata. I dati della Fed dicono
che alla metà del 2009 il rapporto tra l'indebitamento in mutui bancari e il reddito disponibile delle famiglie
americane è sceso al 95%, il valore di quattro anni prima. Lo stesso "ratio" - che in Italia non va oltre il
25%, la quarta parte del dato americano - era salito negli USA ad un massimo pari al 101 per cento nel 2007.
Il Fondo monetario stima che il fabbisogno annuo di indebitamento dei settori non finanziari (famiglie,
imprese e pubbliche amministrazioni) scenda negli USA ad un minimo di 1,5 trilioni di dollari nel 2009 rispetto
ad una media di 2 trilioni registrata nel periodo 200207, con una contrazione del 25 per cento. Per l'area
euro la flessione del fabbisogno finanziario dell'economia causata dalla recessione e dalla conseguente
riduzione della domanda di credito è ugualmente forte. Per quest'anno si stima di scendere a 650 miliardi di
euro dai 990 della media 2002-07. Il prossimo anno, però, l'input di finanza richiesto dall'economia tornerà a
crescere negli USA come in Europa a fronte del graduale diffondersi della ripresa. La transizione sarà
impegnativa. Alla finanza si chiede di ridurre i propri eccessi, migliorare in qualità e di sostenere la
ripresa dell'economia.
Come si posiziona l'Italia? Mettendo insieme azioni, obbligazioni e attivi bancari, il rapporto tra
l'ammontare della finanza e il valore del PIL - dicono i dati del Fondo monetario - è sceso da 4,3 nel 2007 a
3,6 nel 2008. La riduzione del "moltiplicatore" della finanza sull'economia risulta nel nostro paese di misura
analoga a quanto segnato dalla media mondiale e da paesi a noi vicini come la Germania. Al pari della Germania,
l'Italia pesa sulla consistenza della finanza mondiale tanto quanto il paese incide sull'economia globale. Su
ambo i fronti, la nostra quota si conferma nel 2008 di poco inferiore al 4%. Per i tedeschi, il peso sul PIL
del mondo come sulla somma globale di azioni, obbligazioni e attivi bancari è del 6%. Diversa è, invece, la
situazione di paesi dove il mix tra finanza ed economia rimane ancora molto più sbilanciato a favore della
prima. E' il caso del Regno Unito, titolare nel 2008 dell'8% degli attivi finanziari mondiali al netto dei
derivati e di poco più del 4% del prodotto economico del pianeta.
Avere sedimentato in decenni di storia passata un rapporto più equilibrato tra le dimensioni della finanza e
quelle dell'economia è sicuramente utile. Ma per paesi come l'Italia, vocati alla manifattura e, quindi,
oltremodo bisognosi di un flusso adeguato di investimenti industriali, una finanza per la ripresa deve puntare
ad accrescere il capitale di rischio non meno che il capitale di debito.
Nello scorso mese di agosto, secondo quanto pubblicato dalla BCE, i prestiti alle società non finanziarie
crescevano dell'1,3% annuo in Italia, dell'1% in Germania e dello 0,8% in Francia. Così come i prestiti bancari
sono necessari per finanziare il magazzino e la gestione ordinaria, gli apporti azionari e le partecipazioni
nel capitale sono essenziali per investire nell'innovazione e pianificare la crescita di medio periodo
dell'impresa.
I dati del Fondo monetario dicono che nel 2008 l'Italia ha partecipato solo per l'1,5% al valore della
capitalizzazione azionaria mondiale. Per effetto della crisi, l'afflusso di investimenti diretti esteri nel
nostro paese è calato a 17 miliardi di dollari dai 40 del 2007. Nel 2008 l'aumento del patrimonio netto delle
imprese italiane è stato pari a 7 miliardi, 13 in meno rispetto al 2007. L'ammontare degli aumenti di capitale
da parte di società non finanziarie italiane si è attestato a 1,8 miliardi di euro, contro 2,8 nel 2007 e
4,3 miliardi di media tra il 2003 e il 2007. Le operazioni di nuova quotazione sono state 6, contro 26 nel
2007. Nella prima metà del 2009 le attività di "equity capital market" hanno continuato a languire, mentre un
risveglio è stato registrato dalle emissioni nette di obbligazioni societarie salite a 7,5 miliardi di euro
dai 3 del secondo semestre 2008. E' importante che i segnali di ripresa che si stanno consolidando all'estero
sui mercati del capitale di rischio si estendano anche all'Italia. Una spinta all'aumento della
patrimonializzazione delle imprese verrà dalle misure adottate nei pacchetti anticrisi. Un ribilanciamento tra
capitale di rischio, debiti obbligazionari e prestiti bancari potrà migliorare il contributo della finanza alla
ripresa dell'economia, in Italia forse più che altrove.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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