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In Borsa senza cadere nell'errore
di Luigi Guatri e Mauro Bini
Il Sole 24 Ore
Sabato 26 ottobre 2002

Nonostante la pesante flessione degli indici azionari la dotazione di intangibili, cioè quell'insieme di beni o di risorse non dotate di materialità che l'impresa può sfruttare per godere di un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza (il brand, il portafoglio clienti, la ricerca e sviluppo, la quota di mercato), costituisce ancora per la maggior parte delle imprese quotate la principale fonte di valore. Qualche dato significativo può essere tratto dalle blue chips dell'indice più noto al mondo, il Dow Jones Industrial Average (Djia), composto dalle 30 imprese Usa, rappresentative di quella che viene definita l'azienda "America" (dalla Exxon alla Coca-Cola, dalla Walt Disney alla Microsoft). Di queste 30 società solo una (J.P. Morgan) si caratterizza per una capitalizzazione di Borsa inferiore al valore del patrimonio netto contabile; sei società mostrano una capitalizzazione compresa fra una e due volte il patrimonio contabile; mentre tutte le altre (23 società) evidenziano un rapporto superiore a due. Ciò significa che per la grande maggioranza dei casi i valori di bilancio delle imprese quotate rappresentano meno del 50% del valore corrente di Borsa.
Contabilità e intangibili. Per imprese come Coca-Cola e Procter & Gamble, ad esempio, il patrimonio netto contabile rappresenta circa un decimo della capitalizzazione di mercato della società. La ragione di un divario così rilevante fra prezzi di mercato e valori contabili va ricercata nel fatto che gli intangibili formati internamente non sono, sulla base dei principi contabili statunitensi, iscrivibili in bilancio (e dunque non concorrono a formare la dotazione di patrimonio netto) e che gli intangibili acquisiti da terzi dovevano - fino allo scorso anno - essere ammortizzati a prescindere da un loro effettivo deperimento. A ispirare queste norme contabili è il principio della prudenza, principio che tuttavia si scontra con l'evidenza secondo cui chi comprasse oggi azioni di Coca-Cola si troverebbe a riconoscere un valore dieci volte superiore a quello del patrimonio netto. Comprare azioni Coca-Cola equivale infatti a investire nel famoso marchio, a prescindere dal fatto che sia iscritto o meno in bilancio, e non certo a investire negli impianti, nel magazzino, o in genere "nella roba" (come direbbe il Verga) di cui dà traccia la contabilità.
Si potrebbe osservare che il valore di una azienda è funzione della capacità di reddito prospettica e non invece della dotazione di mezzi propri. In effetti la redditività di Coca-Cola spiega almeno parte del maggior valore della capitalizzazione di borsa rispetto al patrimonio netto. Il Roe di Coca-Cola è pari al 37%, un saggio ben superiore al rendimento richiesto dagli azionisti (il cosiddetto costo dei mezzi propri). L'extra-rendimento è fonte di avviamento (goodwill). Immaginando che la redditività corrente di Coca-Cola sia mantenuta anche nel futuro e che il costo dei mezzi propri sia intorno al 10%, il prezzo di mercato di equilibrio delle azioni dovrebbe essere 3,7 volte la dotazione di mezzi propri. L'avviamento dunque spiegherebbe solo parte della capitalizzazione corrente della società visto che il rapporto fra capitalizzazione di Borsa e patrimonio netto contabile è oggi molto più elevato e pari a 9,9 volte. Ciò significa che gli investitori finanziari non confidano solo nella conservazione della attuale capacità di reddito, ma anche nella possibilità da parte della società di accrescerla nel futuro. Tale confidenza poggia sulla forza (power) della principale risorsa di cui l'impresa dispone: il brand.
Queste stesse considerazioni sono amplificate qualora, anziché un power brand come Coca-Cola, si consideri una impresa della New Economy. Per una società come Amazon (noto distributore di libri on-line) la dotazione di intangibili spiega più del 100% della capitalizzazione di Borsa della società. La quotazione di Amazon è intorno ai 19 dollari per azione, mentre il patrimonio netto della società è negativo. Le perdite cumulate in fase di start-up superano la dotazione iniziale di mezzi propri di un importo corrispondente a una perdita netta di poco meno di quattro dollari per azione. Non avendo l'impresa raggiunto il pareggio economico, essa non ha neppure goodwill. Ancora più che nel caso di Coca-Cola è la forza del brand a dar confidenza agli investitori di una futura capacità di reddito.
Volatilità di prezzo degli intangibili. La generazione di valore attraverso intangibili non è certo un fatto un nuovo. Essa, come fenomeno generalizzato, risale ai primi anni ottanta. Da allora si sono succedute quattro fasi storicamente ben distinte: fino al 1985, fase in cui la dotazione di intangibili implicita nella capitalizzazione di Borsa era per intero spiegabile sulla base del goodwill, cioè della superiore capacità di reddito già raggiunta dalle imprese; fra il 1985 e il 1995, fase in cui la dotazione di intangibili ha iniziato a superare il goodwill, ma per la quale le attese di crescita del reddito nel medio termine ne giustificavano il valore; fra il 1995 e il 2000, fase in cui l'accumulo di intangibili ha mostrato una forte accelerazione superando la capacità di reddito prevedibile a medio termine; e infine dal 2000 a oggi, fase in cui il valore degli intangibili implicito nella capitalizzazione di Borsa si è ridimensionato ed ha iniziato a mostrare una crescente volatilità.
L'effetto della volatilità può essere ben colto sulla base della dinamica dei prezzi delle azioni di un'altra società inclusa nell'indice Dow Jones e ben nota in tutto il mondo: Walt Disney. Verrebbe da pensare che il rapporto fra capitalizzazione di Borsa e patrimonio netto contabile di Walt Disney dovrebbe collocarsi - per forza e notorietà del marchio - non distante da quello di Coca-Cola. Invece non è così. La società quota oggi intorno a una volta e mezzo il patrimonio netto. Ciò sembrerebbe spiegabile dalla bassa redditività corrente la quale ha risentito della flessione dei risultati dei parchi tematici il cui tasso di occupazione all'indomani della tragedia delle Twin Towers si è drasticamente ridotto. Ma questo è un fatto congiunturale, non strutturale e non dovrebbe mortificare in questa misura il valore del brand.
Una quotazione del marchio Coca-Cola pari a nove volte la dotazione dei mezzi propri e del marchio Walt Disney pari al 50% dei mezzi propri rappresenta un divario che non si era mai visto nel passato. Divario originato dalla forte volatilità dei prezzi di Borsa più che da una effettiva caduta di valore degli intangibili (si veda il grafico; ndr: non disponibile).
Questa forte volatilità di prezzi trova la principale causa nel fatto che nella seconda metà degli anni novanta si è andato progressivamente attenuando il legame fra contabilità e intangibili. La debolezza di tale legame non va intesa semplicemente a senso unico (insufficiente capacità di reddito rispetto ai valori degli intangibili impliciti nelle capitalizzazioni), ma anche nel senso di favorire comportamenti opportunistici volti ad accrescere i risultati contabili consumando la dotazione di intangibili. Il caso Enron è l'esempio forse più evidente di quanto la debolezza di questo legame si prestasse a manipolazioni.
L'impairment test. Come attenuare la volatilità dei prezzi di Borsa? Le soluzioni del passato non hanno funzionato. Nel pieno della bolla internet si pensava che la soluzione passasse per misure non finanziarie di performance. L'esperienza successiva ha mostrato invece come tali misure abbiano moltiplicato le occasioni di inganno per gli investitori. Anche l'allineamento degli interessi dei manager e degli azionisti, per il tramite delle stock option, ha fallito, considerato che i piani di incentivazione sono annoverati fra le principali cause alla base dell'expectation game. La soluzione deve essere un'altra.
Abbiamo costruito un grafico (ndr: non disponibile) che riporta gli indici di prezzo di tre società a confronto dal gennaio 2000. Si tratta di Enron (l'impresa che ha distrutto intangibili), di Amazon (l'impresa che cercato di comunicare al mercato il valore degli intangibili con misure non finanziarie) e di Walt Disney (l'impresa che ha subìto un calo di redditività corrente con penalizzazione dei corsi eccessiva rispetto al valore permanente del marchio). Come si può notare il prezzo di Walt Disney ha tenuto più delle altre due quotazioni. Eppure sappiamo che quel prezzo non esprime il valore equo del brand. Valutando il brand sulla base della capacità di reddito prospettica, anziché dei risultati depressi di breve, si otterrebbe una stima senza dubbio superiore a quella implicita nella quotazione corrente. Proprio da qui bisogna partire per ridare fiducia al mercato.
Una prima soluzione in questa direzione è stata individuata nell'eliminare le distorsioni indotte dalla contabilità, la prima delle quali era rappresentata dal fatto di stabilire convenzionalmente - per un generico principio di prudenza - che gli intangibili siano attività a vita finita e come tali vadano ammortizzati. Ciò comportava, per gli intangibili iscritti in bilancio (in quanto acquisiti da terzi), un ammortamento "convenzionale" (detto ammortamento "sistematico"). I principi contabili americani hanno introdotto già dal 2001 il principio secondo cui gli intangibili possano avere vita indefinita. Così l'ammortamento degli intangibili è stato sostituito con una verifica, da effettuarsi almeno con cadenza annuale, del loro eventuale deperimento (impairment test). Ai fini del test occorre far riferimento a una perdita permanente di valore e non invece alla dinamica dei prezzi di Borsa che può essere anche anormalmente depressa. In assenza di caduta di valore permanente, rispetto al regime previgente, l'impresa vede alleviato il suo conto economico dell'ammortamento degli intangibili, con beneficio sulla redditività e con emersione di goodwill. A queste regole si stanno adeguando i principi contabili internazionali (Ias) cui le imprese quotate europee dovranno adeguarsi dal 2005. In Italia il testo della riforma del diritto societario formulata dalla Commissioni Vietti prevede già dal 2003 l'indicazione in nota integrativa del valore degli intangibili acquisiti, da parte delle imprese quotate o che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
Rimane un problema. La mancata svalutazione degli intangibili in fasi di mercato borsistico depresse equivale a comunicare al mercato finanziario che le prospettive di crescita degli utili rimangono intatte. Evitare la svalutazione degli intangibili equivale a esporre gli investitori ad un nuovo "expectation game"? O ponendo l'interrogativo in altri termini: cosa accadrà se dopo aver confermato il valore degli intangibili iscritto in bilancio, le imprese si troveranno a dover annunciare profit warnings? La qualità dell'impairment test e cioè la qualità della valutazione degli intangibili sarà il primo fattore chiave intorno al quale si giocherà il capitale reputazionale delle imprese. Il secondo fattore sarà invece la reale indipendenza di chi realizzerà il test.

* * *

"I moltiplicatori nella valutazione delle aziende" è il titolo del libro scritto da Luigi Guatri e Mauro Bini, presentato ieri nel corso del convegno "Valori e prezzi delle azioni nell'era degli Intangibili" all'Università Bocconi di Milano. Il testo raccoglie una sfida: offrire una rilettura critica e innovativa della teoria e della tecnica dei multipli e farlo in modo che il significato e l'importanza dello strumento si diffondano al di là del gruppo di accademici e di specialisti della finanza. Secondo gli autori, la vera esigenza deve essere quella di fare riferimento a un processo di valutazione aziendale che comprenda sia valutazioni analitiche-assolute sia valutazioni relative (a mezzo dei multipli) e soprattutto che sappia scendere nella realtà industriale mediante un'importante e accurata analisi preliminare.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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