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  :: Rassegna stampa - Documento

Innovare, dalla finanza all'It
di Claudio Devecchi (Università Cattolica, Milano)
Guida Basilea 2 - Il Sole 24 Ore
Lunedì 13 dicembre 2004

Il modello delle piccole e medie imprese italiane si è sempre caratterizzato fin dalla rivoluzione industriale per essere un modello di imprenditori-trasformatori.
Non abbiamo mai avuto matrie prime, avevamo costi di manodopera bassi, siamo bravi a trasformare un semilavorato che qulache altro Paese ci spedisce utilizzando la nostra creatività, la nostra operosità e la nostra efficienza, lo rispediamo da dove è venuto e il gioco è fatto.
Se aggiungiamo che ogni 5-6 anni la liretta si svalutava, il guadagno era certo, grazie anche al differenziale di cambio e al processo inflazionistico: 10 punti percentuali di bassa manodopera, 15 d'inflazione, avevamo un Roi più che soddisfacente.
Se poi qualcuno sapeva muoversi tra le pieghe del fisco, l'autofinanziamento era più che sufficiente per svilupparsi con tassi di crescita a due cifre. Poco importava che gli oneri finanziari delle banche fossero alti: si lavorava con il debito garantito da libretti di risparmio online.
La musica è cambiata negli ultimi otto anni - e cambierà di più con l'avvento nel 2007 di Basilea 2 - e il modello delle Pmi italiane (e forse non solo quello) è andato in crisi. L'euro ha scalzato il guadagno sul cambio valute, l'Est e il Sud del mondo hanno fornito manodopera con costi nettamente inferiori ai nostri, il Roi si è assottigliato sempre più.
Cosa hanno fatto gli imprenditori delle Pmi italiane per reagire? Hanno continuato a utilizzare ciò che il papà e il nonno aveva loro insegnato: tagliare i costi, essere più efficienti.
Errore strategico lavorare oggi solamente o prevalentemente sull'efficienza, come si è sempre fatto: anche ridurre la linea dei costi nel conto economico di 2-3 punti percentuali totali all'anno (una fatica superiore a quella di Sisifo) non ha spostato di una virgola la convenienza economica dei clienti, che continuano a comprare a Est e a Sud del mondo.
La linea dei ricavi rimane drammaticamente piatta. E allora? C'è chi vende, chi liquida. C'è chi vuole solo sopravvivere pensando che tanto il suo stipendio è garantito in quanto messo a libro paga.
Per fortuna c'è qualcuno che ha capito la giusta strategia: è l'impenditore-innovatore. Lui non guarda all'ex mito dell'efficienza, ma dell'efficacia; il suo credo è: innovare, innovare, innovare; ovunque: dentro la supply chain, nell'It trasformandola da routine contabile a leva di business, nei prodotti, nei servizi resi al cliente, nelle politiche di sviluppo del personale, nelle architetture organizzative, nella politica finanziaria.
Certo innovare costa. Ma c'è un'altra strada oltre a quella di portare i libri in tribunale? Azienda povera e famiglia ricca? Sempre meno, visti i tempi. Monetizzare il patrimonio familiare non core: far peritare gli immobili, i quadri, i gioielli, i terreni; costituire società ad hoc per questi "tesori"; aumentare l'equity grazie, tra l'altro, ai mezzi liquidi rientrati con lo scudo fiscale. E poi? E poi andare dalle banche e richiedere nuovi finanziamenti: non diranno di no, questa volta.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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