L'Italia del malaffare, una spa da 560 miliardi
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 27 giugno 2011
Nei giorni in cui prende corpo una manovra "lacrime e sangue" da 40 miliardi,
è opportuno riflettere su una cifra: 120 miliardi, tre volte tanto. E' l'ammontare,
secondo le stime più prudenti fra quelle sfornate dall'Istat, dalla Corte dei
Conti, dalla Banca d'Italia, dell'evasione fiscale in un anno. A quest'ammontare
pazzesco se ne aggiunge un altro: 60 miliardi, ovvero anche qui si tratta
inevitabilmente di stime il costo della corruzione. Soldi sottratti all'economia,
al risanamento del paese. In pochi anni si azzererebbe il debito pubblico.
Invece quest'altra Italia continua impunita a galleggiare in un universo parallelo
senza sanzione né pentimento.
Sommando evasione tributaria, lavoro nero, economia sommersa, riciclaggio e altre
nefandezze, il risultato è da choc: 560 miliardi. Come in una catena diabolica,
il riciclaggio di denaro sporco proveniente dagli affari mafiosi o dall'evasione
(o anche di denaro pulito trasferito e accantonato in qualche paradiso fiscale),
calcola la Guardia di Finanza, supera i 150 miliardi ogni anno. Quanto alla mafia
stessa, comprese camorra e 'ndrangheta, stando alle stime del ministero
dell'Interno è una holding da 135 miliardi di giro d'affari, come i due maggiori
gruppi industriali italiani messi insieme, l'Eni e la Fiat, che fatturano
rispettivamente 83 e 50 miliardi. Ancora: la contraffazione, qui la fonte è la
Confindustria, ha un giro d'affari di 7,5 miliardi l'anno e provoca danni
all'economia legale in termini di mancata produzione per 18 miliardi. E il
lavoro nero sottrae risorse per 52,5 miliardi, mentre tremila incidenti sul
lavoro spesso le due piaghe si sovrappongono costano alla collettività 43 miliardi
l'anno. A prendersi la briga di calcolare tutte le cifre dell'Italia del malaffare,
utilizzando e riordinando esclusivamente notizie dalle fonti ufficiali, è stata
una giornalista economica, Nunzia Penelope. Ne è uscito "Soldi rubati", un
pamphlet che dovrebbe essere letto nelle scuole. Ad ispirarlo sono stati due fra
i magistrati italiani più esperti nei reati finanziari, già protagonisti della
stagione di Mani pulite, Piercamillo Davigo e Francesco Greco. Quest'ultimo,
tra i mille inquietanti aneddoti inseriti nel libro, racconta la vicenda di
Equitalia Giustizia, costola dell'Agenzia delle entrate. Sulla base dei risultati
di una commissione insediata al ministero da Mastella nel 2006 e presieduta
dallo stesso Greco, dovrebbe gestire l'ingente patrimonio di beni confiscati
ai malavitosi, multe milionarie ai truffatori, patteggiamenti, automobili
sequestrate, beni immobili pignorati. Sono gli attivi derivanti direttamente
dalla macchina della Giustizia, che però si limitano a finanziare le
intercettazioni: non più di 268 milioni nel 2009 (e non 1 miliardo come ha detto
ancora Minzolini nel suo editoriale giovedì scorso), sui quattro miliardi
recuperati dalle procure negli ultimi due anni. Il grosso del denaro finisce in
depositi postali pressoché infruttiferi: spetterebbe ad Equitalia Giustizia
rimetterlo in circolo per finanziare una delle amministrazioni più disastrate
fra quelle statali. Senonché, fra cambio di governo e difficoltà regolamentari,
siamo fermi al punto di partenza. Ma la disparità fra risorse esistenti sulla
carta ed effettivo recupero appare incredibile proprio se torniamo alla madre di
tutti i furti, l'evasione fiscale. Esistono, e qui non sono stime ma rendiconti
precisi, oltre 450 miliardi di imposte accertate negli ultimi dieci anni che
sarebbero "solamente" da esigere. Ma la raccolta prosegue con il contagocce:
nel 2010 non sono stati recuperati più di 10 miliardi. Intanto questo tesoro
nascosto continua a lievitare, come si diceva al ritmo di 120 miliardi l'anno.
Ma chissà quanti sono in realtà: secondo i dati 2010 del ministero dell'Economia,
la metà dei contribuenti dichiara un reddito inferiore ai 15mila euro, due terzi
non più di 20mila, l'1% più di 100mila, cioè 77mila persone in tutto. Eppure,
secondo il Censis, il 90% degli italiani condanna chi froda il fisco. «Se
riusciamo a far passare l'idea che l'evasore non è un furbo forse vinciamo»,
dice Attilio Befera, capo dell'Agenzia delle entrate. «Abbiamo bisogno dell'aiuto
di tutti i cittadini». Altrimenti, è l'amara conclusione, possiamo fare tutte le
banche dati e i redditometri che vogliamo, e sarà tutto inutile. Un appello simile
l'ha lanciato la Consob, rivolto stavolta alle imprese: dopo le ultime
depenalizzazioni del falso in bilancio volute da Berlusconi, non è rimasto che
chiedere la collaborazione degli amministratori delle società, «perché i bilanci
sono molto carenti quanto a chiarezza», scrive una relazione-appello. Non resta
che la moral suasion, insomma, «anche se le parola moral chissà se ha ancora
qualche significato», si legge nel libro. E per le piccole imprese e i
professionisti c'è un altro dato: secondo Bankitalia è stato sottratto fra il
2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell'Iva, pari a 30 miliardi l'anno,
come dire due punti di Pil ogni 12 mesi. Il problema, dicono i magistrati, è che
si sta andando indietro in tanti settori, dalla lotta all'evasione fino a quella
alla criminalità economica vera e propria. Ancora una volta, le farraginosità
dell'amministrazione pubblica (alimentate dal sospetto che una vera lotta al
malaffare non convenga a tanti) fanno abbondantemente la loro parte. Il governo
in carica, con la motivazione dei tagli al bilancio, ha cancellato con un colpo
di penna prima la commissione anticontraffazione e poi addirittura l'Alto
commissariato anticorruzione come entità indipendente (con 120 persone di staff).
Eppure, il prefetto Achille Serra, che questo commissariato ha retto fino al 2008,
aveva avvertito che dopo Tangentopoli si era abbassata la guardia come
testimoniato dal fatto che le condanne per corruzione sono crollate da 1.159 nel
1996 a 186 dieci anni dopo, quelle per peculato da 608 a 210, per abuso d'ufficio
da 1305 a 45, per concussione da 555 a 53. E' difficile che siano diventati tutti
santi. Al posto dell'Alto commissariato è stato insediato un miniorganismo con
20 dipendenti fra cui solo 3 magistrati, con la sede in tre stanzette in un
sottoscala, alle dipendenze del ministero della Funzione pubblica che però
sarebbe uno degli organismi da controllare. Perfino in Nigeria c'è una Financial
crimes commission che non si è fatta scrupolo di indagare il vicepresidente
americano Dick Cheney per mazzette su forniture di greggio. Fin qui il lavoro
della Penelope. Che potrebbe essere aggiornato 24 ore su 24. Non passa giorno
senza che nuovi fatti, nuove inchieste dimostrino la drammaticità del problema.
Ci sono, è anche vero, nuove iniziative che lasciano ben sperare. Una delle
indicazioni dei magistrati, a partire dal giudice antimafia Antonio Ingroia, è
per esempio quella di garantire la tracciabilità dei flussi di denaro. E in questa
direzione va il No-cash day della settimana scorsa. L'ha inventato un manager,
Geronimo Emili, che dice: «Uno sconcertante 52,1% dei cittadini, ad un nostro
sondaggio, ha risposto che usa il contante solo per mancanza di abitudine all'uso
della moneta elettronica». L'iniziativa ha avuto la sponsorizzazione della
MasterCard, ma anche l'appoggio di Abi e Confcommercio. Ancora più tranchant
è il prefetto Bruno Frattasi, che da sei anni presiede il Comitato per l'alta
sorveglianza contro le infiltrazioni mafiose negli appalti del ministero
dell'Interno: «Abbiamo stilato delle precise norme per tutte le stazioni
appaltanti, a partire da due fra le grandi opere più in vista del momento, la
ricostruzione dell'Abruzzo e l'Expo di Milano: assolutamente niente contanti
nei pagamenti e neanche assegni. Tutto deve avvenire mediante bonifici bancari
o postali, perfettamente tracciabili in qualsiasi momento». Anche qui c'è una
moral suasion: «La rivolgiamo alle aziende che partecipano alle gare
incoraggiandone l'inserimento nelle white list che compiliamo, cioè gli elenchi
delle società in grado di concorrere agli appalti con caratteristiche di
affidabilità finanziaria, correttezza, trasparenza. Sono liste che aggiorniamo
continuamente per verificare il mantenimento delle condizioni, e vorremmo che
diventassero uno strumento effettivo di selezione del mercato, accompagnato da
misure che incoraggino l'operatore a iscriversi come un titolo preferenziale
per l'accesso al credito: l'idea è di rendere appetibili i comportamenti virtuosi
in uno scambio fra trasparenza e vantaggi competitivi». Sarà un piccolo passo,
però andrebbe nella direzione giusta.
* * *
Il bilancio "nero"
Evasione fiscale: 120 miliardi
Stima prudenziale dell'evasione in un anno.
Evasione arretrata: 450 miliardi
Somma degli accertamenti già passati in giudicato e solo da esigere, negli
ultimi dieci anni.
Corruzione: 60 miliardi
Stima del Ministero degli Interni del giro di tangenti in un anno.
Lavoro nero: 52 miliardi
Risorse sottratte all'economia per le assunzioni senza tasse né contributi
Contraffazione: 18 miliardi
Danni economici in termini di mancata produzione per i prodotti falsi in
circolazione.
Mafia: 135 miliardi
Fatturato annuo della malavita organizzata, compresa camorra e 'ndrangheta.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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