Ma l'italiano ama ancora il vecchio Tfr
di Giorgio Lonardi
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 6 dicembre 2004
Quando nacque, negli anni venti, l'indennità di fine rapporto era
riservata ai soli impiegati ma non veniva corrisposta in caso di dimissioni o di
licenziamento per colpa del lavoratore; fu poi la Carta del Lavoro fascista a
prevedere che in tutte le imprese il lavoratore avesse diritto, in caso di morte
o di licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di
servizio, che sarebbe stata estesa più avanti a tutti i lavoratori dipendenti.
Adesso, e molto presto tutti i dipendenti saranno chiamati a scegliere se
trasferire le quote annuali del trattamento di fine rapporto in uno strumento di
previdenza integrativa o se continuare a "lasciarlo" in azienda. E il dibattito
sui pro e i contro la devoluzione del Tfr, già acceso, diventerà incandescente.
«Non sarà una scelta facile. Ci vuole un po' di tempo per
metabolizzare i concetti - pronostica Attilio Ferrari direttore generale di Arca
sgr -. I lavoratori sono affezionati al Tfr, è un po' come la coperta di Linus,
darla via sarà una cosa psicologicamente difficile, è da tanto tempo che
funziona, è qualcosa di collaudato. E dover entrare in un nuovo sistema, senza
avere molte nozioni e con poco tempo per decidere, è senz'altro traumatico». A
favore dell'attuale utilizzo del Tfr vengono elencate diverse ragioni: è
corrisposto interamente sotto forma di capitale, si possono ottenere
anticipazioni, funge da ammortizzatore sociale nel caso di perdita del posto del
lavoro e, per finire, la sua rivalutazione non è legata all'andamento dei
mercati finanziari.
In realtà, la possibilità di ottenere anticipazioni o il
capitale maturato in caso di perdita del lavoro è contemplata anche dai prodotti
di previdenza integrativa che, anzi, prevedono, nei casi specifici, il riscatto
dell'intero capitale accumulato, mentre la disciplina del Tfr limita
l'anticipazione al 70% del trattamento maturato.
Diverso il discorso sull'erogazione sotto forma di capitale del Tfr "aziendale",
limitata nei prodotti previdenziali a non più del 50%, con una riduzione dei
vantaggi fiscali se la quota capitale supera un terzo del maturato. Qui la
contrapposizione è chiara: con il Tfr in azienda il lavoratore entra in possesso
di una somma ed è libero di disporne come crede. Con la rendita vitalizia dei
fondi pensione, si "spossessa" di un capitale e riceve un assegno che ai più
appare modesto in rapporto al capitale accumulato; alla morte, se non si è
prevista la reversibilità (che riduce ulteriormente l'importo dell'assegno
periodico) quel capitale è perso, perché resta alla compagnia assicurativa.
Premesso che la legge delega prevede l'abolizione delle penalizzazioni per chi
richiede in contanti il 50% della cifra finale, va pure considerato che se
l'obiettivo dei fondi pensione è "l'erogazione di trattamenti pensionistici
complementari del sistema obbligatorio pubblico, al fine di assicurare più
elevati livelli di copertura previdenziale" può essere più che giustificata
l'esigenza di lasciare poco spazio alle iniziative del singolo che quel capitale
lo può investire male o rischia di esaurirlo anzitempo, prelevando cifre eccessive,
non adeguate ai rendimenti conseguiti o alla durata in vita, oppure, al contrario,
di vivere stentatamente, per paura di intaccarlo.
L'ultimo aspetto, forse il più controverso, è il rendimento del Tfr che la legge
pone pari al 75% dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed
impiegati, maggiorato di 1,5 punti percentuali. Un rendimento che, in presenza
di mercati volatili e poco redditizi, appare molto competitivo: sulla base delle
elaborazioni della Covip, negli ultimi cinque anni il rendimento medio dei fondi
pensione negoziali è stato pari al 15,4% mentre la rivalutazione del Tfr,
calcolata al netto dell'imposta sostitutiva dell'11% introdotta dal gennaio 2001,
è stata, nello stesso periodo, del 16,2%. Peggio hanno fatto i fondi pensione
aperti, con un rendimento del 5,7%. La comparazione, però, andrebbe fatta su un
arco temporale più ampio e in presenza di differenti condizioni di mercato. E in
questo confronto, Ferrari di Arca sottolinea l'importanza dell'aspetto fiscale:
«Il cammino europeo della previdenza integrativa prevede che il contribuito sia
defiscalizzato, il rendimento del fondo pensione non sia soggetto a ritenute e
sia invece pagata, al momento della percezione del reddito previdenziale,
un'imposta progressiva secondo la aliquote vigenti al momento del pensionamento.
Nei confronti tra cosa renda di più, se il Tfr o i fondi pensione, si dovrebbe
considerare che i fondi pensione aperti hanno un sistema di fiscalità che andrà
allineato nel tempo a questa struttura europea, definita Eet (ossia
esenzione-esenzione-tassazione) che è molto diversa dalla "trappola" attuale».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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