L'avanzata della locomotiva cinese
di Mirco Leonelli (Analista finanziario)
Giugno 2006
La Cina è una repubblica socialista divisa in 21 province, 5 regioni autonome e una amministrativa
speciale (Hong Kong). Stato dell'Asia, vanta indicativamente (nessuno è in grado di dirlo con
precisione) 1,3 miliardi di persone, con una superficie di 9.536.000 km quadrati e un prodotto interno
lordo (PIL), che vi ricordo essere l'unità di misura della ricchezza prodotta da un paese, pari a
2.262 miliardi di dollari americani. Fin qui niente di strano. Dati che da soli ci dicono poco: in
Cina vivono tantissime persone (come metro di paragone sappiate che in Italia siamo circa 57 milioni),
la superficie è enorme (lo stivale si estende per "soli" 301.000 km quadrati) e il PIL pro capite è di soli
1.732 dollari a persona. Ma se si scende in profondità nell'analisi si scoprono cose veramente
interessanti che spiegano molto di questa repubblica sconosciuta ai più, di questa economia
additata da molti come il vero motore della crescita mondiale, responsabile dei rialzi vertiginosi
dei prezzi delle materie prime ma anche del contenimento dell'inflazione mondiale. Seguitemi in
questo viaggio verso oriente e ne scopriremo delle belle... garantito!
L'inizio di questo duraturo e, per certi versi, impressionante processo di crescita data 1978-1979,
anni in cui si inizia a parlare di riforme economiche, di relazioni internazionali, di apertura al
mondo esterno. Da quegli anni il PIL è cresciuto a un tasso annuo superiore al 9% e il reddito
pro-capite è aumentato in modo vertiginoso. Il profondo e radicale cambiamento di mentalità è
sfociato nel socialismo di libero mercato, nella politica della "porta aperta" che ha attirato un
enorme flusso di capitali stranieri. La storica sottovalutazione della moneta locale (il renminbi o
yuan) che è mantenuta a un cambio semi-fisso contro dollaro ha poi contribuito ad attrarre ulteriori
capitali e soprattutto a rendere estremamente competitive le merci e i beni cinesi in tutto il
mondo, favorendo le esportazioni. Il tutto è stato poi ufficialmente legittimato e conclamato nello
storico ingresso nel WTO (World Trade Organization), l'organizzazione mondiale del commercio,
avvenuto con l'accordo firmato a Doha nel 2001 e ratificato negli anni seguenti per adattare il
proprio ordinamento interno alla disciplina prevista dagli accordi di cui sopra. La Cina apriva
definitivamente le frontiere, riduceva o aboliva molti dazi alle esportazioni, liberalizzava molti
servizi, privatizzava molte imprese. Processo ancora in corso, che ovviamente richiede molti anni
per vedere il definitivo passaggio da una economia pianificata ad una libera e aperta al mercato.
Sfida ambiziosa e difficile ma che ha già dato importantissimi risultati visibili a tutti, con
ripercussioni sul tessuto economico e industriale di tutto il mondo. Negli Stati Uniti che vedono
il disavanzo commerciale con la Cina crescere a vista d'occhio di anno in anno, ma anche in Europa
e in Giappone dove le aziende manifatturiere, incapaci di reggere la concorrenza cinese, stanno
perdendo progressivamente quote di mercato.
"Snobbato" il modello di produzione ad alta intensità di capitale, basato sulle macchine
industriali e i robot, i cinesi hanno sfruttato pienamente l'abbondante disponibilità di
manodopera a bassissimo prezzo sulla quale si fonda il loro processo produttivo (labour intensive).
Il salario medio di un operaio cinese equivale al 10% di quello percepito da un pari grado europeo
o americano.Terra e capitale a basso costo, alta dedizione al lavoro e al sacrificio, abilità e
disciplina della forza lavoro, stabilità politica, giovani con bassissimo potere contrattuale che
quotidianamente lasciano le campagne povere per trovare un lavoro in città, sono il corollario di
un sistema produttivo che non ha eguali.
Un caterpillar enorme, affamato di metalli industriali, di petrolio, di energia, di cemento e di
acciaio che ha contribuito in modo inequivocabile al rialzo vertiginoso che negli ultimi anni ha
caratterizzato le materie prime (e non solo). Alcuni dati vi faranno capire meglio la dimensione
del fenomeno e le potenzialità future. Il settore dei trasporti (stanno passando dalla bici alle
macchine) sta guidando la domanda di petrolio, di piombo (batterie) di platino (marmitte
catalitiche/motori euro 4), di acciaio e di alluminio. Nel 2002 c'erano 5 vetture per ogni mille
abitanti; si stima che arriveranno a 16 nel 2010 (in Italia ne abbiamo circa 560 per ogni mille
abitanti). La Cina consuma il 50% del cemento mondiale, il 34% dell'acciaio, il 31% del carbone
e nel 2005 ha inciso per più del 60% sulla crescita mondiale della domanda di petrolio e per il
100% di quella di rame. Nel 2004 ha istallato ulteriori 50 gigawatts di capacità di generazione
di energia che equivalgono all'intera capacità della Spagna. Intendono proseguire così ogni anno
per altri quattro.
La Cina nel 2005 ha visto il PIL crescere del 9.9% all'anno rispetto a 10,1% dell'anno precedente:
questo gli ha consentito di superare la Gran Bretagna e di diventare la 4ª potenza mondiale in
termini di valore assoluto della ricchezza prodotta (PIL), preceduta solamente da Stati Uniti
(al primo posto), Giappone e Germania.
Ma ovviamente non è tutto oro quello che luccica. Come in ogni economia e società che attraversa
profondi cambiamenti e stravolgimenti, anche quella cinese presenta squilibri e grossi problemi da
risolvere.
A tal fine nel mese di Marzo del corrente anno l'assemblea nazionale del popolo (una specie di
parlamento cinese) si è riunita per approvare l'XI° piano quinquennale (2006-2010); attraverso
una serie di riforme quest'ultimo si pone come obiettivo quello di raggiungere uno sviluppo
economico sostenibile e sanare molti degli squilibri della nazione al fine di creare una società
armoniosa.
Tra questi quello forse più importante è l'eccessivo squilibrio che esiste fra le aree rurali,
più depresse e povere, e le città; fra le zone centrali e quelle più benestanti situate lungo
la costa orientale.
Una polveriera che alimenta il malcontento e le proteste di una parte della popolazione, del resto
la stragrande maggioranza, e che rischia di sfociare in disordini ben più gravi di quelli già
esistenti. Un solo esempio: i due terzi della popolazione vive ancora nelle campagne e percepisce
un reddito inferiore ai 1.000 dollari l'anno, quasi un terzo della media classe cittadina. Il
vecchio motto coniato da Deng Xiaping alla fine del 1979 «arricchirsi è giusto» deve
quindi lasciare il posto alla nuova formula «prosperità condivisa».
Sono aumentati di riflesso gli investimenti nelle economie rurali, introdotti sussidi per gli
agricoltori ed è stata eliminata la tassa più antica del mondo: la tassa sull'agricoltura.
Importantissimo il messaggio e il significato politico che si cela dietro a questa decisione di
abolire l'unico prelievo fiscale rimasto in vigore senza interruzioni da 2.500 anni, che ha da
sempre garantito all'erario statale entrate stabili. Quasi sempre prelevato in natura (nel 1949 fu
fissato a 28 kg di grano pro capite all'anno) il gettito è andato però calando con il passare del
tempo fino a rappresentare poco più dell'1% di tutte le entrate dello Stato. Ora il fisco colpisce
soprattutto l'industria, i servizi e le attività produttrici di maggiore reddito, ma questa tassa
per i contadini più poveri rappresentava comunque un fardello psicologico molto forte, fonte di
malcontenti e proteste.
Passo molto importante ma che deve essere il primo di una lunga serie. Una delle cause della
disuguaglianza è infatti il diverso regime giuridico della proprietà: le case sono private e
liberamente negoziabili mentre le terre sono ancora in mano pubblica. Espropri selvaggi per
costruirvi fabbriche, centrali elettriche, strade con annessi problemi di inquinamento ambientale
e acustico continuano a pesare enormemente sui contadini.
Parallelamente a questi interventi, molti altri sono in cantiere nei prossimi 5 anni.
Oggi in Cina solo un anziano su tre gode dell'assistenza pensionistica la quale è prerogativa quasi
esclusiva dei dipendenti pubblici. La Cina si sta arricchendo ma sta anche invecchiando.Oggi su
1,3 miliardi di persone, 140 milioni sono ultrasessantenni. Si stima che nel 2040, su una
popolazione cresciuta a 1,5 miliardi, gli anziani saranno 450 milioni. Un trend anomalo: la Cina
è l'unico paese in via di sviluppo del pianeta con una popolazione che sta invecchiando,
prerogativa tipica dei paesi industrializzati e sviluppati.
Va rivisto anche il sistema sanitario che non raggiunge le campagne, lasciando scoperte troppe
persone.
Affiancati a questi vi sono i problemi del sistema economico: eccesso di capacità produttiva,
surriscaldamento del settore delle costruzioni, dei trasporti e immobiliare, sistema bancario
da riformare. Le banche che per finanziare questa enorme crescita avevano allentato eccessivamente
"la maglia del credito", si troveranno infatti a pagare il conto con crediti in sofferenza in
continuo aumento. Altro pericolo è rappresentato dal debito statale che cresce di anno in anno
per finanziare questi massicci investimenti e progetti di crescita (alcuni stimano che sia
salito ben oltre 100 volte il PIL) e rischia di rappresentare un fardello pesante ipotecando
la stabilità economica futura.
Ci troviamo quindi di fronte a importanti sfide; ad una locomotiva che deve essere ben guidata e
indirizzata sui giusti binari, riducendone la velocità (insostenibile a questi livelli) senza
però incorrere in frenate troppo brusche; il tutto per evitare deragliamenti pericolosi.
Una specie di atterraggio morbido, che porti la crescita economica ad un tasso inferiore ma
costante e sostenibile nel tempo. La sfida è davanti a voi: delicata per le ripercussioni che
potrebbe avere sull'intero sistema economico mondiale ma, allo stesso tempo, estremamente
affascinante.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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