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«La crisi non è colpa nostra: i rating non valutano i prezzi»
di Riccardo Sabbatini
Il Sole 24 Ore
Giovedì 20 settembre 2007

«Il rating non dice che un titolo con tripla A è più liquido di un altro e non da indicazioni di prezzo. Misura la eventualità di un'insolvenza, e non è poco». Nella crisi finanziaria delle ultime settimane, a giudizio del managing director italiano della Fitch, Marco Cecchi de Rossi, c'è anche un equivoco da chiarire. Le agenzie di rating sono sotto accusa per aver lanciato deboli segnali di allarme sulla difficoltà e sulla volatilità dei mercati. «Ma non è quello il ruolo del rating», sottolinea il manager della Fitch, il terzo player mondiale del settore, dopo Standard&Poor's e Moody's. «C'è un problema reale, il rallentamento dell'economia Usa di cui il mercato immobiliare è una manifestazione. E' una difficoltà che segnaliamo da tempo, il nostro primo report sui mutui statunitensi è del 2005. Ma, anche in questo frangente, le nostre triple A hanno tenuto; i downgrading hanno riguardato le classi di titoli più rischiosi».
Rimane però lo sconcerto di quegli investitori con in mano titoli dal punteggio massimo e che ugualmente vengono penalizzati dal mercato perchè non trovano alcun acquirente. In questi giorni gli altri due Big mondiali del rating hanno annunciato modifiche delle proprie metodologie per tenere maggiormente conto della liquidità e del valore di mercato dei titoli sottoposti al loro giudizio. Fitch farà altrettanto? «Anche noi valutiamo questi aspetti, fornendo un servizio separato da quello del rating. Una nostra sussidiaria, Derivative Fitch, ha un prodotto chiamato Rap Cd che genera una valutazione indipendente sulla volatilità dei portafogli per specifiche tranche di Cdo. Ma, appunto, si tratta di un'attività distinta da quella del rating».
Cecchi de Rossi non condivide neppure l'altra critica che è stata mossa alle agenzie in queste settimane, quella di non scrutinare con la stessa efficacia delle banche il merito di quei crediti che gli istituti trasformano in obbligazioni (attraverso le cartolarizzazioni) da offrire agli investitori, fornite di un rating. «Il nostro è un giudizio più oggettivo di quello di una banca che risente del rischio che ha assunto in precedenza. Basta guardare all'esperienza degli ultimi anni a come si erano allentate le condizioni dei crediti bancari».
Ma anche le agenzie di hanno i loro conflitti d'interesse, sono remunerate da coloro che debbono giudicare. Non sarebbe meglio che a pagare fossero gli utilizzatori, i gestori? «Non è una nostra scelta quanto, piuttosto la conseguenza delle decisioni dei gestori. Sono loro che, nei fatti, hanno imposto le regole del gioco».
Le attuali incertezze dei mercati provano una spiegazione anche nella complessità delle strutture finanziarie che l'industria genera in continuazione. Non è la stessa cosa scrutinare il bond di un'impresa quotata o un portafoglio di 3-4000 posizioni creditizie differenti sintetizzato in una cartolarizzazione. «Certamente, in quel caso si valuta l'insieme del portafoglio, la correlazione dei rischi, la loro dislocazione geografica o settoriale. Ma una tripla A rimane una tripla A, non c'è una diversa qualità del rating. Sono i numeri sull'evoluzione di quei portafogli che lo attestano».
Negli ultimi anni il ruolo del rating è cresciuto, i loro giudizi sono anche utilizzati in alcuni modelli di vigilanza prudenziale (Basilea II per le banche). Di fronte alle attuali incertezze e complessità dei mercato non è venuto il momento di sottoporre simili soggetti, attualmente non regolamentati, ad una maggiore vigilanza?«Non ci opponiamo per principio alla regolamentazione. Riteniamo però che la forma migliore sia quella attuale, il monitoraggio di come le agenzie rispettano i principi di comportamento dettati dai regulator internazionali dello Iosco».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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