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L'insostenibile leggerezza dei codici etici aziendali
di Luca Iezzi
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 ottobre 2009

Quando l'etica rimane sulla carta. Non sono bastati decenni di pratica internazionale, una legge nazionale con otto anni di servizio o la crescente pressione degli investitori per far diventare le aziende più responsabili.
Una ricerca capillare sull'uso dei codici etici nelle aziende in Italia realizzata dalla fondazione Unipolis (gruppo Ugf) circostanzia ciò che il senso comune e una crisi finanziaria figlia di troppi azzardi già suggerisce. L'utilizzo di codici etici, bilanci di sostenibilità, comitati di controllo sulla governance e tutto il vasto armamentario che va sotto il nome di corporate social responsibility (Csr) serve al massimo ad abbellire la "facciata", a ripulire l'immagine ammaccata da scandali e pratiche poco presentabili, ma non arriva al cuore delle pratiche aziendali.
La ricerca ha analizzato i codici etici di 96 aziende quotate e non (alcune anche cooperative) rappresentative di tutti settori produttivi, l'immagine di insieme è positiva specie di fronte al requisito minimo rappresentato dalla legge, il decreto legislativo 231 del 2001. Ben due terzi vanno oltre il dettato delle norme, soprattutto le società quotate, e tutte affidano a specifici organi il rispetto e il controllo dei principi.
E qui iniziano i problemi: l'efficacia dei vari comitati etici o organi di vigilanza, messi a guardia dei codici, è ridotta al minimo. Nella metà delle società non sono chiari i criteri di scelta dei componenti e solo nel 9% dei casi si cercano esplicitamente personalità esterne. Se l'organo di vigilanza diventa solo un altro "ufficio", è ovvio che per quanto le segnalazioni possano arrivare dall'esterno (il 50% dei codici permette a «tutti gli stakeholder» di farsi sentire), è difficile che producano inchieste e sanzioni. Né le aziende sembrano ansiose di raccontare nei propri bilanci di sostenibilità che qualcuno cerca di attivare gli organi di vigilanza: solo 12 società danno notizia di aver ricevuto comunicazioni e 8 di loro si limitano a dire che erano irrilevanti. Se si va più in profondità la realtà è ben diversa. I ricercatori di Unipolis hanno affiancato all'analisi dei codici anche una serie d'interviste ai manager di 20 aziende. Un primo dato è che le violazioni sono comuni, nel campione più ristretto risulta che in almeno la metà il codice è stato violato portando anche a dei licenziamenti.
«La connotazione di particolare domesticità della composizione degli organi di controllo - commentano Pierluigi Morara e Francesco Vella, professori di Diritto commerciale all'università di Bologna, intervenendo sui risultati - costituisce uno dei fondamentali strumenti per la neutralizzazione dell'efficacia del codice etico all'interno della società».
La pratica di distribuire, o persino far firmare ai dipendenti il codice etico ha creato un effetto culturale o poco più «E' emersa la necessità di coerenza tra quanto i dirigenti enunciano e le azioni concrete - spiega uno dei responsabili dell'applicazione dei vari codici etici intervistato per la ricerca - in Italia non piacciono coloro che possono essere etichettati come spioni, per questo l'impatto del codice nella governance è stato così poco importante».
Proprio tra i responsabili dell'applicazione dei vari codici etici emergono picchi di "realismo" che sono in realtà l'epitaffio delle illusioni sugli effetti benefici della Csr sul business: «Il Codice Etico è una moda, una spinta massmediatica alla luce degli ultimi imbarazzanti scandali societari. La Responsabilità Sociale d'Impresa è una possibile risposta ad alcune campagne mediatiche che contengono comunque quel po' di sostanza che porta ad un buon risultato».
Inoltre nel percorso che dovrebbe portare le imprese a essere sempre più responsabili il rispetto della legge e l'adozione di un codice etico interno sono solo i primi due passi, dovrebbero seguire azioni coerenti nei rapporti con i fornitori e gli altri portatori d'interessi: sindacati, associazioni, consumatori, comunità locali. Alla fine di tale percorso una società pienamente responsabile dovrebbe usare la sua "massa critica" (forza economica, reputazione, capacità di generare consenso) per promuovere i propri valori all'esterno chiedendo standard minimi ai propri fornitori sulla sicurezza dei lavoratori o sul rispetto delle norme ambientali.
Nella pratica, nazionale e internazionale, essere all'avanguardia nella Csr non è affatto una garanzia: Parmalat era in regola con la legge 231, Enron pubblicava regolarmente bilanci sociali, si concentrava sul suo ruolo di società energetica e stava attenta a non rovinare più di tanto l'ambiente, aveva politiche che colpivano la corruzione e un programma per gestire i rapporti con le comunità locali. Lehman Brothers impiegava decine di milioni di dollari per finanziarie attività caritatevoli e programmi mirati, come il sostegno all'educazione per le imprenditrici di colore negli Usa.
Nulla di tutto questo ha impedito a questi grandi gruppi di implodere a causa dei propri comportamenti criminosi (Parmalat ed Enron) o politiche poco accorte (Lehman Brothers). Precedenti che sconsigliano di affidare all'etica in azienda e alle best practice internazionali il compito di coniugare profitto e responsabilità. Eppure non sembrano esserci alternative: la Sec nel 2004 per chiudere uno dei tanti contenziosi aperti con Parmalat dopo il crac chiese alla nuova gestione di adottare un nuovo codice etico.
Anche perché la ricerca Unipolis pone un ulteriore dilemma: è colpa dell'autoregolamentazione se poi i codici etici si rivelano inefficaci? Una legge più invasiva servirebbe a migliorare i controlli interni? La 231 ha molti limiti: troppo vaga sulle sanzioni, troppo estesa sugli ambiti che dovrebbero regolare i vari codici etici (si mettono allo stesso livello sicurezza sul lavoro, rispetto dell'ambiente e miglioramento della governance).
Inoltre permette alle aziende di usare la violazione del codice etico commessa dai eventuali manager disonesti per rivalersi su queste figure apicali e ridurre la responsabilità diretta. Nonostante queste debolezze, la risposta non sembra una maggiore regolazione: «Emerge chiaramente la volontà di operare non mediante vincoli legislativi, ma creando un nuovo ambiente dove venga riconosciuta l'autonomia imprenditoriale e la self regulation - insistono Morara e Vella - è un percorso del quale sono ormai conosciute e studiate le potenzialità, ma anche i limiti. Tuttavia appare un percorso obbligato per evitare che il rapporto cooperativo pubblico privato si squilibri a favore del regolatore pubblico».
Se la ricetta per rendere il business più etico non sta nella legge, forse va cercata nella pressione dell'opinione pubblica suggerisce Giorgio Riccioni, presidente dell'associazione delle cooperative di consumatori di Legacoop: «L'impresa deve confrontarsi con un'opinione pubblica più attenta, più informata più sensibile e sempre meno disponibile ad accettare meccanismi di sviluppo avulsi da processi di promozione sociale o di distruzione di fattori non rinnovabili come il clima, l'ambiente, il paesaggio. Una simile cultura non è a priori nemica del profitto, del mercato, ma apre orizzonti di ricerca assolutamente nuovi».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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