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La persona torna al centro, la tecnologia fa da supporto: è l'ultima sfida in azienda
di Christian Benna
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 ottobre 2017

Altro che intelligenza artificiale e robot collaborativi. Il futuro del business è il risveglio dell'umanesimo in formato capitalista e aggiornato ai tempi del 4.0. In sostanza l'uomo tornerà al centro dei processi aziendali e a dargli una mano ci sarà la tecnologia, per valorizzarlo e liberarlo dalle incombenze meno gratificanti del lavoro. Almeno questo è il senso dell'Humanification, la nuova parola d'ordine che comincia a imporsi come argine al fiume in piena della digitalizzazione che sta attraversando tutta la nostra società. Se i guru della Silicon Valley si accapigliano sui rischi dello sviluppo senza freni dell'intelligenza artificiale, che minaccia l'esistenza dell'umanità, secondo il patron di Tesla Elon Musk, e che invece migliorerà la nostra vita, seguendo il pensiero di Mr Facebook Mark Zuckerberg, il World Business of Ideas (Wobi) ha provato a cambiare prospettiva commissionando una ricerca a Manager Italia sull'Humanification, ovvero come rimettere al centro le persone della vita aziendale. La sfida, fuor di retorica e al di là dei risultati dell'indagine, non è di poco conto. Tutte le aziende si propongono di mettere al centro clienti e lavoratori, poche però lo fanno davvero. La novità oggi è che le promesse che ci hanno incantato negli ultimi 10-15 anni, come le offerte "estreme" dell'economia low cost, la delocalizzazione come efficace soluzione ai problemi di produttività, e così l'ascesa delle tecnologie digitali su cui prospera la "gig economy, cominciano ad avere il fiato corto. Ne sono una prova i velivoli "no frills" di Ryanair che rimangono a terra per l'esodo dei piloti, la disoccupazione alle stelle che prosciuga i consumi anche di quelle aziende che producono all'estero per risparmiare sul costo del lavoro, gli scioperi e le proteste dei fattorini del food delivery e delle consegne "gratuite" a domicilio.
«Il momento storico che stiamo vivendo è un vortice di rivoluzioni tecnologiche che impattano fortemente sull'evoluzione delle aziende e sui consumatori — dice Francesco Manzullo, direttore marketing Europa per Wobi —. Tutto ciò non significa che l'hi tech e processi digitali sostituiranno l'uomo. Anzi, è avvertita l'esigenza di rimettere al centro la persona. Chi segue queste logiche prospererà in futuro. Altrimenti non c'è tecnologia o business model che tenga». L'Italia è stata a lungo la culla di tante esperienze del cosiddetto capitalismo dell'umanesimo: dai villaggi degli operai di Trezzo sull'Adda, all'azienda nutrice di cultura e di benessere di Adriano Olivetti e da ultima quella di Brunello Cucinelli. Esperienze visionarie che hanno legato successo economico con il progresso sociale e che oggi si impongono come nuovi modelli di core business, prendendo le sembianze di welfare aziendale, smart working, premi di produttività. «L'Humanization — spiega Manzullo — è un neologismo che nasce da esigenze del business. Perché l'azienda è fatta da persone, anche se a volte ci si concentra troppo sulla struttura organizzativa perdendo di vista i veri protagonisti. Il nuovo umanesimo intende liberare quelle energie creative che se soddisfatte conseguono risultati positivi per tutti». Il nostro paese, secondo la ricerca fatta da Manager Italia, si muove a due velocità lungo i percorsi della Humanization. L'80% dei manager intervistati ritiene che la società per cui lavora metta, in modo più o meno deciso, le persone al centro del proprio contesto aziendale. Ma gli stessi manager non sono così convinti che si respiri un clima simile nelle altre società della Penisola: il 50% dirigenti interpellati infatti ritiene che il mondo del business valorizzi poco o niente le persone. «Lo spaccato che emerge dalla ricerca è un'Italia a due velocità — dice Enrico Pedretti, direttore marketing di Manager Italia — ci sono le grandi e medie aziende, quelle più strutturate, dove il vocabolario di welfare aziendale, smart working e premi di produttività è entrato a far parte del quotidiano cercando conciliare vita lavorativa e vita privata. In altre parole, la tecnologia è accolta con favore perché permette di gestire tempo e mansioni in modo più efficiente. Tuttavia, non c'è altrettanta fiducia riposta sull'intero tessuto produttivo, che è frammentato in tante piccole imprese non sempre aggiornate sul fronte tecnologico e sulle possibilità di migliorare la vita e la professionalità dei propri addetti». Oltre il 51% degli intervistati dal sondaggio di Manager Italia ha dichiarato di aver visto nascere nuove opportunità all'interno della propria azienda, mentre solo il 16,4% crede che questa abbia tolto spazio alle persone. Nelle aziende italiane non si respira aria da tecno-fobia. Anzi per il 39,6% degli intervistati la perfetta integrazione tra fattore umano e fattore tecnologico rappresenta la soluzione più idonea per lo sviluppo del business sia nel mondo di oggi (39,6%) che in quello futuro (38.6%). Questi numeri vengono quasi pareggiati da chi reputa più importante il fattore umano (35,05%) mentre si dimezzano nel caso dei "fortemente convinti che il fattore umano rappresenti l'elemento chiave" (17,03%). Non dimentichiamo che l'Italia esce da un periodo di profonda crisi. La parola d'ordine negli ultimi anni era ristrutturare che spesso coincide con tagliare teste. Oggi avviene il contrario e le aziende cercano di attrarre e conservare talenti. Per farlo la tecnologia arriva a supporto: pensiamo al lavoro da remoto, ma anche all'utilizzo del digitale che libera le persone da mansioni ripetitive e poco appaganti. Sono tanti i vantaggi di avere un capitale umano forte e soddisfatto in azienda. Innanzitutto gli intervistati scommettono su creatività (37%), empatia (35%), problem solving (12,48%) e intraprendenza (9,31%). Non a caso, dalla ricerca emerge che i settori dell'industria in cui il fattore umano è maggiormente importante sono proprio quegli ambiti in cui queste caratteristiche la fanno da padrona: come la comunicazione (30,5%), la salute (19,6%), l'arte e la moda (17,4%).

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