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Rassegna stampa - Documento |
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La profezia di Montesquieu e le difficoltà di creare una "grande costruzione"
di Timoty Garton Ash
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 luglio 2011
Accusatemi pure di catastrofismo alla Oswald Spengler, ma è arduo non concludere
che Stati Uniti e Unione Europea, chi più chi meno, sono in decadenza. Le due
principali entità politiche dell'Occidente appaiono incapaci di gestire il debito
e il deficit accumulati dai sistemi gemelli di capitalismo democratico liberale
su cui si fondano. I loro politici brancolano come ubriachi sul ciglio
dell'insolvenza.
L'America riuscirà, pare, ad allontanarsi dal baratro, pur non risolvendo
radicalmente i problemi. Ma l'Europa? Io non ci conterei. I due sistemi gemelli
impegnati in questa tragica gara di decadenza sono diversi sotto molti aspetti.
L'impennata del debito americano mette a rischio la credibilità ed il potere
degli Usa nel mondo, ma non mina l'unità della nazione. La crisi dell'Eurozona
mette in discussione il futuro stesso dell'Ue, unione più recente e meno coesa.
L'Ue è un commonwealth di 27 stati sovrani, e il bilancio dell'Unione
distribuisce solo l'uno per cento del Pil combinato. Il debito pubblico dei
singoli stati varia dal 150% della Grecia a meno del 7 per cento della virtuosa
Estonia. Gli Usa sono una federazione di 50 stati ma i governi nazionali
redistribuiscono meno di un quarto del Pil del paese, mentre il governo nazionale
di un paese europeo ne distribuisce in genere la metà.
La politica americana è più polarizzata di quella europea. Gli americani sono
divisi dall'ideologia, gli europei dalla nazionalità. Nella crisi dell'Eurozona,
i tedeschi sono assimilabili ai Repubblicani americani.
La cancelliera tedesca Angela Merkel è per Bruxelles ciò che il capogruppo dei
deputati repubblicani Eric Cantor è per Washington: un ostacolo, potente ma miope.
Il debito americano è cresciuto grazie agli sgravi fiscali e alle spese belliche
sotto la presidenza di George W. Bush, nonché per l'aumento della spesa sanitaria
e previdenziale e anche per i salvataggi e le grosse spese intrapresi da Obama
dopo la crisi finanziaria per sanare il deficit in un'ottica keynesiana.
Gli europei in genere non hanno accumulato debito per colpa degli sgravi fiscali
né, tantomeno, delle guerre. Con qualche eccezione, come Gran Bretagna e Francia,
la spesa per la difesa, già limitata, è stata ulteriormente ridotta.
Ma negli ultimi dieci anni anche loro hanno esagerato. Spese pazze e indebitamento
irresponsabile da parte degli stati membri ai margini dell'Eurozona, come Grecia,
Portogallo e Spagna, facilitati da prestiti altrettanto irresponsabilmente concessi
da banche francesi e tedesche. Entrambe le parti si cullavano nella falsa
sicurezza dei tassi di interesse apparentemente generosi e delle promesse
dell'Eurozona.
Esistono quindi chiare differenze tra le due sponde dell'Atlantico. Ma scavando
un po' più a fondo si riscontrano profonde analogie. Perché in verità stiamo
vivendo una crisi strutturale del capitalismo democratico liberale, oppure, se
preferite leggerla in chiave politica, della democrazia capitalista liberale per
come si è evoluta nel cuore dell'Occidente negli ultimi decenni.
Su entrambe le sponde dell'Atlantico abbiamo vissuto al di sopra delle nostre
possibilità. I grafici pubblicati a fianco di quest'articolo mostrano chiaramente
come il debito delle imprese, delle famiglie e dello stato si è accumulato da
quarant'anni a questa parte. Ora con la nazionalizzazione del debito privato
seguita alla crisi finanziaria e al crollo della crescita economica e del gettito
fiscale, il debito pubblico sale a poco a poco, come l'indicatore della
temperatura dell'acqua di un'auto surriscaldata, ai livelli pericolosi del 90,
100, 110 per cento del Pil.
Una buona parte della responsabilità va ascritta al nostro sistema finanziario,
che ha privatizzato il profitto e socializzato il rischio. L'anno scorso, stando
ai dati dell'Ufficio Nazionale di Statistica britannico, i banchieri e i broker
assicurativi si sono ritenuti ancora degni di 14 miliardi di sterline in bonus.
Responsabile è anche il consumismo sfrenato, con i pubblicitari impegnati a
scovare modi sempre più raffinati di costruire "bisogni" in realtà del tutto
superflui.
E la colpa è anche delle alte aspettative dei baby boomers riguardo alla sanità,
alla previdenza, alla sicurezza sociale e alle pensioni: aspirazioni legittime,
direte, se non si realizzassero alle spese dei nostri figli.
Ancora una volta le differenze tra America e Europa sotto questo profilo sono
fortemente sovrastimate. Un'analisi pubblicata sul sito
factcheck.org
mostra che quasi la metà della spesa del governo federale Usa è già destinata al
"welfare state" secondo l'accezione europea del termine. Per essere precisi: si
tratta dei programmi Social Security, Medicare, Medicaid, Children's Health
Insurance Program e LowIncome Assistance. Tutti insieme questi programmi hanno
monopolizzato il 46,9% della spesa pubblica nell'anno fiscale 2010.
Si tratta, è vero, di una percentuale limitata del Pil rispetto alla generosa
spesa sostenuta per il welfare dagli stati europei, ma fa pur sempre la parte del
leone. Ed è in crescita.
E poi c'è la politica. Oggi su entrambe le sponde dell'Atlantico va in scena una
versione perversa della democrazia. Consiste nel concedere a parte della
popolazione tutto ciò che chiede, nel breve periodo, invece di garantire i bisogni
della maggioranza della popolazione nel lungo periodo, accollandosi il rischio
dell'impopolarità temporanea, come hanno fatto tutti i buoni leader. David Brooks
ha scritto sul New York Times che i repubblicani la settimana scorsa hanno
bocciato un accordo che avrebbe permesso un risparmio di spesa pubblica di come
minimo 3 trilioni di dollari nell'arco di dieci anni.
Tornando all'Europa, mettiamo a confronto Helmut Kohl e Angela Merkel. Il primo
guidava l'opinione pubblica tedesca, la seconda l'ha seguita fino all'orlo del
baratro. E' una politica ipersensibile al denaro, agli interessi particolari,
alle campagne mediatiche, ai gruppi di pressione, ai focus group, ai sondaggi
d'opinione dell'ultima ora o alle elezioni amministrative. Non a caso Washington
e Bruxelles competono per il titolo di paradiso dei lobbisti. Emerge che entrambe
queste enormi, tentacolari, eterogenee entità politiche, l'Unione Europea e gli
Stati Uniti, sono bravissime nell'aggregare interessi particolari e a soddisfarne
il più possibile in contemporanea.
Già James Madison, nel libro Il Federalista, sosteneva che una grande repubblica
sarebbe riuscita meglio di un piccolo stato a tutelare il bene pubblico contro
interessi e fazioni particolari. Avrebbe reso più difficile «l'esercizio delle
arti perniciose troppo spesso impiegate nelle competizioni elettorali» da parte
di candidati indegni. Rappresentanti saggi, lungimiranti, avrebbero «affinato e
sviluppato il pensiero dell'opinione pubblica». Montesquieu aveva quindi torto
quando diceva che la democrazia funzionerebbe meglio nel piccolo e sarebbe più
difficile da gestire nel grande.
Il partito comunista cinese va oltre Montesquieu. Con tremila miliardi di dollari
in cassaforte, sostiene che la Repubblica Popolare ha trovato un modo migliore,
più efficace, di governare un territorio enorme e eterogeneo.
Il compito che aspetta oggi i due giganti dell'Occidente liberale democratico è
dimostrare che Madison ha ragione e che Spengler e il partito comunista cinese
hanno torto. Per ora stiamo solo facendo un gran pasticcio.
Traduzione di Emilia Benghi.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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