La recessione affonda i rating
di Jacopo Giliberto
Il Sole 24 Ore
Sabato 21 novembre 2009
Due aziende su tre hanno le ossa rotte dalla crisi economica: il rating Lince-Cerved sulle piccole e medie
imprese dice che il 67,3% è in peggioramento. La svolta si avrà a fine anno, quando chi non è riuscito a
medicare le ferite economiche dovrà decidere se tenere aperta l'attività: si stima che il 32%, una Pmi su tre,
comincerà l'anno nuovo con scarsi risultati in banca e con il rischio della chiusura definitiva.
Come è prevedibile, le piccole imprese del Mezzogiorno sono più fragili. L'insolvenza potrebbe essere un
fenomeno diffuso.
Lo studio condotto da Lince (del gruppo Cerved) con il coordinamento di Francesca Negri delinea un panorama
di sofferenza; il vero problema del quadro dipinto da Lince è la prospettiva profonda dello scenario
raffigurato, prospettiva che guarda fino all'estate prossima. La ricerca è stata condotta su un campione
di 22mila imprese (con una focalizzazione su quelle di dimensioni contenute) e sarà ufficializzata martedì
prossimo.
Ancora oggi tante piccole e medie imprese si trovano in grandi difficoltà, prima fra tutte quella dell'accesso
al credito che mette a rischio investimenti e posti di lavoro.
«La chiave di lettura è che la situazione delle Pmi italiane è ancora difficile - osserva Francesca Negri,
responsabile dell'ufficio studi Lince - e a fine anno ci sarà il momento della verità: si vedrà quanti
imprenditori ce l'hanno fatta a superare il momento più duro e quanti invece devono chiudere l'attività».
Il rating è in peggioramento continuo dal 2006 fino al 2008 «e anche nel primo semestre del 2009. Qualcuno
parla di segnali di ripresa, ma sono davvero segnali flebilissimi. Gli indicatori purtroppo fanno immaginare
che la crisi non si sia fermata, e per questo motivo le imprese si scontreranno sempre più con la restrizione
del credito bancario. Il dramma è che lo studio - conclude Negri - è predittivo, e che il rating rilevato
nel primo semestre 2009 indica la tendenza fino all'estate 2010».
Nel triennio 2006-2008 le aziende in sostanziale stato di insolvenza e vicine al default o in default sono
cresciute dell'1,59% passando dal 6,08% al 7,68%. Le imprese del gruppo "con affidabilità molto elevata"
sono rimaste stazionarie.
Nel primo semestre 2009 è evidente un peggioramento: il 67,3% delle imprese del campione ha subito un
downgrading e il 32,7% ha mostrato un'affidabilità creditizia modesta e una discreta probabilità di default.
Se si analizza la rischiosità dei diversi comparti, emerge una tendenza a un peggioramento nel triennio
2006-2008 per tutti i settori lungo la filiera, con condizioni di rischiosità media più elevate per le
imprese del dettaglio, ovvero per quelle collocate più a valle nella filiera. Le aziende di produzione
risultano più meritevoli di fido.
Nel primo semestre 2009, predittivo per il 2010, il dettaglio peggiora visibilmente con il 21,65% delle
attività sostanzialmente non solvibili; nella sezione dell'ingrosso la percentuale di attività non affidabili
è più contenuta (10,39%), per arrivare al 9,36% del comparto produttivo. Aumentano di oltre il 2% le imprese
produttive e del segmento dell'ingrosso che si concentrano nelle classi di scarsa affidabilità.
Secondo l'analisi di Lince, i settori più esposti al rischio sono costruzioni, chimica al consumo,
abbigliamento, prodotti in metallo, maglieria, pelli, mobili in legno, calzature, tessile, prodotti per
l'edilizia, alberghi e ristoranti, agricoltura e caccia.
Al contrario, i segmenti più solidi (cioè con una percentuale di aziende insolventi contenuta) sono
farmaceutico, energia elettrica e gas, fibre sintetiche e artificiali, vetro, macchine utensili e per ufficio.
C'è anche un'analisi per zone geografiche. Il Nord Ovest e il Triveneto sono le aree più affidabili mentre il
Centro, il Sud e le Isole mostrano i risultati più preoccupanti.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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