La riforma del fisco per aiutare le Pmi sulla via della ripresa
di Vito De Ceglia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 24 ottobre 2011
Il Paese vive una crisi economica pesante aggravata da una crescita debolissima.
E', quindi, arrivato il momento di agire: perché l'Italia deve tornare a
crescere, e per farlo ha bisogno di una redistribuzione del carico fiscale
a favore del lavoro e delle imprese. A sollecitarlo è la Cna, la confederazione
guidata da Ivan Malavasi, presidente anche di Rete Impresa Italia, l'associazione
costituita con Casartigiani, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti e
nata per dare voce a quella galassia di Pmi, che oggi è profondamente delusa dal
nuovo disegno di legge di riforma fiscale che, in teoria, avrebbe dovuto ridurre
il prelievo sui redditi da lavoro e semplificare tutta l'architettura tributaria
ma che, in pratica, insieme alle due manovre che lo hanno preceduto, ha invece
aumentato le entrate con l'obiettivo di arginare l'indebitamento. Secondo la
Cna, questa bozza di riforma non è sufficiente a ricostruire il patto di fiducia
tra Stato e cittadini e non permette di aggredire quell'autentico vulnus per
le imprese "fedeli" rappresentato dagli oltre 250 miliardi di sommerso. Non solo,
la natura di questo provvedimento non avvia il cambiamento culturale per
riportare il lavoro, la fedeltà fiscale e la responsabilità al centro del sistema
tributario anche attraverso strumenti di premio, stimolo e agevolazione
dell'efficienza produttiva delle imprese. La Cna ha messo a punto un pacchetto
di proposte che parte da una constatazione di fondo: il sistema tributario
italiano, nel suo impianto generale, è fermo ai primi anni Settanta. Qualsiasi
modifica deve quindi partire, in via preliminare, da una lettura attenta e da
una ricognizione puntuale della struttura economica del Paese. In particolare,
deve tenere conto che le imprese fino a 10 addetti sono il 94,4% del totale con
il 49,8% degli occupati; quelle fino a 50 dipendenti il 99,3% del totale con il
73,9% degli addetti. E'necessario, allora, evitare di inseguire il mito della
"taglia unica". Il terreno comune tra lavoratori e piccola imprenditorialità è,
infatti, proprio una riforma fiscale che trovi la ragion d'essere nel passaggio
dal concetto di reddito dell'individuo a quello di reddito della famiglia: a
cominciare dalla concessione delle detrazioni per il lavoro, per la quale è
importante che i soggetti lavorino o meno nell'attività imprenditoriale, e non,
come oggi, la tipologia di contabilità adottata. Riguardo all'Iva, la Cna ha
accolto con favore l'introduzione nella legislazione italiana del regime speciale
per i soggetti con un volume d'affari inferiore ai 200 mila euro, tuttavia
ritiene si possa fare di più. Basterebbe che l'Italia adottasse la direttiva
comunitaria 2010/45 del 13 luglio 2010. Questo regime, potenzialmente applicabile
a tutte le imprese con un volume d'affari fino a 500 mila euro (ma lo si può
innalzare fino a 2 milioni), se adottato entro il 31 dicembre del 2012, aiuta
infatti l'equilibrio finanziario delle imprese. Da una parte, obbliga al
versamento dell'Iva soltanto dopo il pagamento del corrispettivo da parte del
proprio cliente circa il 95% delle imprese italiane; dall'altro, rende più
celeri i pagamenti relativi alle operazioni commerciali tra imprese, dal momento
che i clienti possono detrarre l'imposta solamente dopo il pagamento del
corrispettivo. Sul fronte dell'Irap, la Cna propone prima di tutto di procedere
alla graduale riduzione dell'imposizione a partire dalle imprese di minori
dimensioni (in sostanza, allargando la no tax area) e di incrementare la
deduzione forfettaria sui primi cinque dipendenti, estendendo o eliminando
addirittura l'attuale limite di 400 mila euro. La confederazione è contraria,
inoltre, alla implicita decisione, adottata con il Dl 98/11, di eliminare
l'attuale regime speciale dei contribuenti minimi, l'imposta proporzionale del
20%, cui avevano aderito oltre 500 mila attività produttive, in particolare
avviate dai giovani imprenditori sotto i 35 anni. Perlomeno, secondo la Cna, il
vuoto creato da questa decisione andrebbe colmato con l'introduzione del
concordato minimo biennale. Un problema che la Confederazione ha deciso di
affrontare è anche quello delle agevolazioni fiscali. La loro razionalizzazione
non può passare per il taglio lineare del 20%. Piuttosto, viene richiesta cautela
nella riduzione di agevolazioni indirizzate a evitare doppie imposizioni o a
semplificare il sistema e l'aggiornamento degli estimi catastali, che non
rispondono alle quotazioni correnti e rappresentano quindi un'indiretta forma
di agevolazione. Nella lotta all'economia sommersa, la Cna chiede prima di tutto:
una valutazione disaggregata per misurare la concentrazione e la relativa
evasione, al di là dei tanti luoghi comuni che circolano sull'argomento. E,
quindi, un approfondimento degli effetti del contrasto di interessi, già
sperimentato positivamente in materia edilizia, con le agevolazioni per la
riduzione dei consumi di energia, per valutare fino in fondo la sua efficacia
come strumento in grado di ridurre l'evasione; un confronto con gli altri
Paesi per mettere "ai raggi x" la relazione tra complessità del sistema
burocratico e l'ampiezza del sommerso; e il recupero generale di legalità in
grado di focalizzare l'attenzione, verso i cosiddetti evasori totali. Non
vanno in questa direzione, conclude la Cna, le ultime manovre e il loro approccio
agli studi di settore che, pure, dall'introduzione nel 2006, grazie al
confronto costruttivo tra fisco e categorie, hanno incrementato il valore della
congruità dei ricavi.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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