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  :: Approfondimenti - Documento

La valutazione delle aziende in fase di quotazione
di Mirco Leonelli (Analista finanziario)
Aprile 2006

1. Introduzione
La valutazione delle aziende non è mai un'applicazione meccanica di criteri e formule. Affinché si giunga a un risultato credibile, è infatti necessario avere a disposizione una serie di strumenti concettuali e di informazioni utili per comprendere l'impresa, le sue politiche, le sue strategie. Nel processo valutativo si apprezza il futuro esprimendo un giudizio sempre più legato alla conoscenza della gestione, dell'efficacia con cui è condotta e dei miglioramenti realizzabili nonché degli orientamenti di lungo periodo in termini di crescita e di capacità di controllarla.
Appare inoltre opportuno inquadrare l'impresa nel sistema in cui opera cioè il quadro macroeconomico dei paesi in cui è presente e le caratteristiche del settore cui appartiene.
Fatta questa doverosa premessa, è bene ricordare come all'insieme dei criteri e metodi utilizzati nel processo valutativo si richiede in genere di rispondere il più possibile alle seguenti
caratteristiche(1):
• razionalità nel senso che la valutazione deve esprimere un processo logico chiaro e convincente, e come tale largamente condivisibile;
• dimostrabilità nel senso che dev'essere possibile attribuire ai fattori che entrano nella formula grandezze supportate da dati controllabili;
• neutralità nel senso di escludere scelte meramente soggettive, arbitrarie e immotivate;
• in qualche caso, stabilità, intesa nel senso di evitare continue oscillazioni di valore legate a fatti marginali e contingenti.
Essendo però estremamente difficile ottenere la compresenza di tali requisiti in un unico criterio di valutazione, spesso si ricorre ad una pluralità di metodi comparando o sintetizzando i risultati a cui ciascuno di essi conduce. Ciò consente di soppesare punti di vista diversi ai fini della stima e di ottenere un reciproco controllo dei risultati espressi.
Da un'analisi della frequenza di applicazione e dell'importanza data ai singoli criteri nella realtà italiana(2), risulta che quello più comunemente impiegato nella valutazione delle aziende in fase di quotazione è il metodo finanziario nella versione dell'Unlevered Discounted Cash Flow (DCF), integrato eventualmente, come metodo di controllo, dai multipli di mercato per i quali si sta progressivamente assistendo ad un incremento del loro utilizzo a livello operativo.
Non vanno però dimenticati due ulteriori metodi i quali, pur essendo caduti progressivamente in disuso ai fini qui trattati, rimangono di valido utilizzo per la valutazione del capitale a seguito di operazioni di acquisizione e fusione. Si tratta del metodo reddituale (basato sui flussi di reddito) e del metodo patrimoniale(3) il quale, pur dotato di semplicità e, entro certi limiti, di obiettività, è privo di requisiti di razionalità e universalità tipici dei metodi fondati sui flussi e ciò dimostra la sua scarsa considerazione pratica e teorica.
All'interno del seguente lavoro ci soffermeremo prevalentemente sul metodo finanziario integrando l'analisi svolta con una trattazione dei multipli di mercato. A tale proposito però è necessaria una precisazione. Nel corso del processo di valutazione dell'azienda utilizzando i metodi fondati sui flussi si incontrano non poche difficoltà derivanti dall'incertezza nelle scelte di tre variabili: i flussi attesi, la durata degli stessi e il livello del tasso di attualizzazione. Il punto focale è se questa incertezza sia per qualche aspetto misurabile (la chiameremo in questo caso rischio) oppure non lo sia. Il convincimento a cui si è pervenuti dopo un lungo travaglio concettuale, peraltro non ancora concluso, è che sui flussi attesi come sulla loro durata regni l'incertezza e la soggettività, mentre per quanto concerne il tasso esistono possibilità di misurazione del rischio(4), incrementando il "tasso di investimenti privi di rischio" (rf) di una componente atta a misurarlo(5).
E' bene però notare come l'attribuzione di una grandezza ai tassi da utilizzare per riportare all'attualità i flussi di reddito o di cassa che l'azienda produrrà in futuro, è tra i temi più complessi e ardui che la teoria e la pratica valutativa debbano affrontare.
Non ci si deve perciò sorprendere se nella pratica gli operatori si disinteressano di tale analisi e della dimostrazione delle scelte effettuate, limitandosi a decisioni imitative (le perizie si copiano l'un l'altra) o intuitive. Il che è sommariamente inopportuno poiché la sensibilità dei risultati delle stime alle scelte di tale variabile è molto elevata.

2. Il metodo finanziario
Il metodo finanziario dell'attualizzazione dei flussi di cassa è generalmente l'approccio più utilizzato sia nella cultura accademica anglosassone che negli usi delle merchant bank e dei consulenti di tutto il mondo. Viene infatti considerato il criterio più razionale perché meglio approssima la teoria di misurazione del valore degli investimenti finanziari, anche se ha il limite della necessità di fare numerose previsioni con riferimento ad orizzonti temporali molto estesi.
Le formule su cui si basa il metodo finanziario nella versione che oggi va per la maggiore (l'Unlevered Discounted Cash Flow Analysis) sono le seguenti:
[1] I = n CFt  vt  + Vf  vn
 å
t=1

[2] W = I - Da

dove:

I=valore dell'investimento globale netto al tempo "zero";
CF=flussi di cassa attesi anno per anno;
n=durata (in anni) del periodo di previsione analitica del flusso;
v=coefficiente di attualizzazione in base al costo medio ponderato del capitale (WACC);
Vf=valore finale (all'anno n) dell'investimento (Terminal Value);
Da=valore attuale dei debiti finanziari(6)

Dalla [2] si evince chiaramente come il presente metodo porta ad esprimere il valore dell'azienda (W) come differenza tra il valore dell'investimento globale netto (I) e il valore attuale dei debiti finanziari.
In particolare, il valore I (che già tiene conto dei debiti non finanziari, cioè di quelli non compresi in D) si determina attualizzando il flusso di cassa disponibile o free cash flow (stimato analiticamente fino all'orizzonte di valutazione n) al costo dei capitali dell'azienda (WACC). A tale valore va poi sommato il valore finale detto anche "valore residuo" dell'impresa al tempo n, appositamente attualizzato.
L'utilizzo di un modello a due stadi risultante dalla suddivisione dell'orizzonte temporale in sottoperiodi, deriva dalle difficoltà pratiche nella previsione dei flussi di cassa di lungo. Si riduce così il periodo di stima analitica dei flussi facendolo seguire da una stima sintetica.
Cerchiamo ora di analizzare i singoli componenti della formula al fine di una maggiore comprensione.
Una delle più grandi difficoltà incontrate dagli operatori riguarda sicuramente la stima, il più possibile attendibile, del valore dei singoli flussi di cassa attesi anno per anno.
Con l'aiuto della tabella 1 si nota come, per arrivare al FCD, sia necessario aggiungere al reddito operativo al netto delle imposte i costi che non generano uscite di cassa (ammortamenti e accantonamenti) e sottrarre gli investimenti in immobilizzazioni e capitale circolante in quanto, o hanno comportato impieghi di liquidità non rilevati a conto economico, o hanno aumentato l'utile ma non la cassa (ad esempio, vendite a credito).

Tabella 1 Definizione del flusso di cassa disponibile
+ Fatturato
- Costi operativi
= Reddito operativo (EBIT)
- Imposte pagate
= Reddito operativo netto
+ Ammortamenti e accantonamenti (es. TFR)
= Flusso di CCN
- Incremento Cap.Circ. (es. aumento crediti verso clienti)
+ Diminuzione Cap.Circ (es. aumento debiti vs fornitori)
= Flusso monetario (di cassa) della gestione corrente
- Incremento attività fisse
+ Diminuzione attività fisse
= Flusso di cassa disponibile (FCD) o free cash flow

Fonte: elaborazione personale.

E' interessante inoltre rilevare come il risultato finale sia un flusso al lordo degli oneri finanziari(7), che considera quindi le politiche di investimento ma non quelle di finanziamento dell'impresa (non vengono considerati infatti i movimenti di liquidità originati da un aumento o diminuzione dell'indebitamento e gli interessi passivi).
In pratica rifacendosi ai modelli di finanza aziendale, si finge che l'impresa non sia indebitata ricorrendo esclusivamente al capitale netto come fonte di finanziamento. Questo è uno dei motivi per il quale il FCD viene anche detto Unlevered ossia non sfrutta l'effetto leva finanziaria (indebitamento).
In coerenza con la struttura dei cash flow utilizzata, il tasso di attualizzazione si determina assumendo a riferimento il costo medio ponderato dei capitali(8) (WACC). Si tratta di una media aritmetica ponderata tra il costo del capitale proprio ed il costo dei debiti, nella quali i pesi corrispondono alle entità del CN e dei D tipici di una struttura finanziaria target(9):

D
   
CN
ra = WACC =
rd (1 - t)
-------
 +
rcn 
-------
CN+D
   
CN+D

dove:

rd = costo dei debiti;
rcn = costo del capitale proprio;
ra = costo medio ponderato dei capitali aziendali;
t = aliquota d'imposta sui profitti aziendali;
D = valore del debito;
CN = valore del capitale netto.

Mentre non esistono significative difficoltà per il calcolo del costo del debito, ottenibile attraverso una media ponderata dei tassi delle varie fonti di finanziamento in atto (al netto delle imposte(10)), maggiori problemi si incontrano nell'individuazione del costo del capitale proprio. Il modello preso a riferimento per tale calcolo è il CAPM (capital asset pricing model)(11), sintetizzabile con la formula:

rcn = rf + ßcn(rm - rf)

dove:

rcn = tasso di rendimento atteso sulle azioni dell'impresa;
rf = tasso degli investimenti senza rischio;
ßcn = beta medio di imprese simili (rispetto al rischio) e appartenenti allo stesso settore dell'impresa. Tale indicatore misura il rischio sistematico dell'investimento, cioè quello non eliminabile con la diversificazione;
rm = tasso di rendimento medio del mercato azionario;
(rm - rf) = premio atteso per il rischio azionario.

Passando alla durata del periodo di valutazione analitica (n) si nota come spesso tale entità venga scelta arbitrariamente (talvolta si utilizzano 10 anni semplicemente perché è una cifra tonda) ma nella maggioranza dei casi pratici il valore è compreso fra 7 e 10 anni.
E' indiscutibile che al di la di una certa soglia (3-5 anni) la previsione dei flussi di cassa sconfini nell'incertezza, ma è anche vero che tale stima deve comprendere l'intero ciclo economico (nei settori soggetti a forte ciclicità) al fine di evitare che ricada sulle fasi alte o basse della congiuntura, con effetti distorcenti soprattutto sul valore dell'investimento globale.
L'ultimo problema che intendo trattare è proprio quello relativo alla definizione del valore residuo (terminal value) all'orizzonte di valutazione n. Tale tema è di grande rilevanza in relazione al peso tendenzialmente elevato che questa componente assume rispetto al valore totale dell'investimento (varia di solito tra il 50% e il 70% di I).
I procedimenti a tal fine consigliati si possono riassumere come segue:
• l modello della crescita costante (g) del flusso di cassa (Perpetual Growth Rate Method);
• il modello del reddito atteso in perpetuo;
• l'approccio dei "multipli di uscita"; Nella pratica, si è soliti adottare il primo metodo, scontando il cash flow del periodo n+1 ad un tasso di attualizzazione pari a quello usato per gli altri flussi (WACC) e corretto per un coefficiente di crescita attesa all'infinito degli stessi nel medio-lungo periodo (g) secondo la formula:

 FCDn+1
Vf =  ------------
   ra - g

dove:

Vf = terminal value;
FCDn+1 = cash flow del periodo n+1;
g = tasso di crescita attesa del FCD supposto costante all'infinito(12).

3. L'approccio di mercato: i multipli di Borsa
Il metodo dei multipli di Borsa(13) giunge a determinare il valore del capitale aziendale sulla base dei prezzi negoziati su vasti mercati organizzati per titoli rappresentativi di quote del capitale di imprese comparabili (c.d. guideline companies) con quella oggetto di valutazione.
Scopo dello stesso, è sviluppare rapporti (indici) fondati sugli effettivi prezzi di quotazione delle azioni delle società scelte e finalizzati a individuare la relazione che lega il prezzo di mercato con variabili economiche aziendali (per esempio utili, cash flow, patrimonio netto). Il multiplo così calcolato viene poi "applicato" alla medesima variabile economica dell'azienda oggetto di valutazione in modo da giungere, per moltiplicazione, al valore ricercato.
Le due principali ipotesi che sottostanno a tale metodo sono:
• l'uguaglianza tra l'impresa da valutare e il campione selezionato nei saggi di crescita attesi dei flussi di cassa aziendali e nel grado di rischiosità;
• assumere che il valore dell'impresa vari in proporzione diretta con le variazioni intercorrenti nella variabile economica scelta come parametro di performance.
Se queste premesse sono verificate, tale criterio fornisce una misurazione anche migliore rispetto a quella ottenuta con i metodi basati sui flussi. Infatti, consente di evitare le stime tipiche di questi ultimi assumendo direttamente dal mercato, attraverso i multipli stessi, le attese di crescita dei risultati economici e l'apprezzamento del rischio. Inoltre, si caratterizza per la facilità di applicazione e la rappresentatività in quanto i prezzi di mercato sono il risultato delle negoziazioni di un grande numero di compratori e venditori(14).
Nei fatti, tuttavia, le imprese comparabili raramente soddisfano le ipotesi sopra trattate (soprattutto la prima) e i multipli vengono usati come puro metodo di controllo delle valutazioni analitiche (DCF).
A sostegno di questa affermazione vi è l'ulteriore constatazione secondo la quale, pur essendo vero, come precedentemente analizzato, che l'affidabilità del metodo "Discounted Cash Flow" dipende dall'accuratezza con cui vengono realizzate le stime sui flussi, la misurazione della rischiosità e dal realismo delle ipotesi utilizzate nel calcolo del costo del capitale, con i multipli di mercato il problema della soggettività è solo apparentemente eluso.
Infatti, da un lato la selezione del campione di società confrontabili comporta pur sempre un giudizio soggettivo; dall'altro, il grado di comparabilità tra le imprese è sempre limitato sia per il tipo di attività svolta (area di business), sia per le dimensioni, sia per i diversi rapporti di leverage.
Prima di passare ad un'analisi di alcuni degli indicatori più utilizzati è necessaria una breve premessa volta a porre in evidenza uno dei problemi più rilevanti riscontrabili nell'applicazione dell'approccio suddetto.
Si tratta, come visto, della scelta delle società comparabili appartenenti al campione preso come punto di riferimento la quale, data l'impossibilità concreta di trovare due imprese perfettamente identiche, sfocia inevitabilmente in scelte dotate di un certo grado di approssimazione.
Ciò nonostante, esistono alcuni fattori comunemente usati per la selezione delle imprese suddette così sintetizzabili:
• l'appartenenza allo stesso settore, espressa in termini di mix di prodotti e/o grado di integrazione delle varie fasi della produzione e della distribuzione; • la dimensione;
• l'entità dei rischi finanziari (in primo luogo il leverage);
• gli andamenti storici e le prospettive di sviluppo dei risultati e dei mercati;
• la diversificazione geografica.
Dall'analisi di questi criteri e dal grado comparabilità tra gli stessi si sfocia nella scelta suddetta sapendo inoltre che, per ovvi motivi, nei paesi caratterizzati da un maggior numero di società quotate la selezione è molto più agevole rispetto agli altri, i quali, per ottenere una sufficiente rappresentatività, dovranno ricorrere a confronti con aziende straniere.
Vediamo ora gli indicatori più utilizzati nella pratica premettendo che in realtà non esistono regole precise che spiegano perché un multiplo sia preferibile ad un altro, tant'è che quelli che si adattano bene ad un settore non è detto che siano corretti per un altro.
Una prima distinzione avviene tra multipli calcolati con riguardo al valore di mercato del solo capitale (P) e quelli che si riferiscono al valore totale dell'impresa (Enterprise Value o EV). Tra i primi spicca come importanza il P/E (rapporto tra prezzo di borsa e utile netto per azione) e il P/CF (prezzo di borsa/utile netto per azione più ammortamenti); nella seconda categoria invece, che giunge alla stima del valore del capitale per differenza tra EV e valore di mercato dei debiti finanziari, abbiamo l'EV/Ebit (Enterprise Value/risultato operativo prima delle imposte e degli oneri finanziari) e l'EV/Ebitda (Enterprise Value/Ebit più ammortamenti).
E' importante inoltre rilevare come, secondo un'impostazione tipicamente anglosassone, "più in alto" si colloca nel conto economico la misura di performance scelta (denominatore degli indici), meno essa risente delle politiche discrezionali seguite nella formazione del bilancio. Una diretta conseguenza di questa corrente di pensiero è che il MOL e l'EBITDA(15) (oltre naturalmente alle Vendite) sono i rapporti più protetti sotto questo profilo.
D'altro lato però, più la performance si avvicina all'utile meglio riflette la diversità di efficienza operativa delle società che entrano nel confronto. Infatti le sole vendite annue non danno alcuna informazione riguardo all'efficienza produttiva, di marketing, amministrativa, alle politiche finanziarie e a quelle fiscali.

Il moltiplicatore P/E
Il più noto e ampiamente utilizzato dei moltiplicatori è il classico P/E che usa l'utile netto come misura della performance aziendale.
La sua diffusione è tale che nel mondo non vi sono organi di stampa che non pubblichino giornalmente i suoi valori riferite a tutte le società quotate.
Al di la delle informazioni giornalistiche, gli esperti mettono sovente in guardia dal fatto che il valore dell'utile annuale non è necessariamente quello espresso dal bilancio. Per una maggiore correttezza, deve essere infatti rettificato per eliminare i componenti straordinari del reddito e, più in generale, per correggere le politiche di bilancio che risultino distorsive del risultato d'esercizio. Inoltre, può essere ulteriormente opportuno assumere un utile medio di più esercizi per evitare punte eccezionali nei valori, o un risultato normalizzato.
Le correzioni di solito consigliate per tutte le società interessate al confronto riguardano quindi sia l'eliminazione delle poste straordinarie, che delle cause di disomogeneità nei criteri contabili (riguardanti per esempio le stime di magazzino, gli ammortamenti, i fondi rischi, le partecipazioni) ottenendo l'adattamento a quelli di generale accettazione.
Una distinzione tecnica viene fatta tra P/E storici e P/E attesi. I primi utilizzano l'utile dell'ultimo anno e il prezzo corrente; i secondi, accanto a quest'ultimo, stimano l'utile atteso (cosiddetto di consenso). Quest'ultima è certamente l'opzione preferita pur richiedendo la stima dei risultati d'esercizio di più imprese.
Molta attenzione viene oggi dedicata dagli esperti per spiegare l'andamento nel tempo di tale indicatore e le differenze che intercorrono tra quelli dei diversi paesi, settori e imprese.
A tale proposito si è soliti distinguere l'impresa con assenza di crescita da quella in "sviluppo". Nel primo caso ci troviamo di fronte ad un'azienda che produce un flusso costante di dividendi corrispondenti all'utile netto per azione; quest'ultimo inoltre corrisponderà al flusso di cassa spettante agli azionisti dal momento che vale l'ipotesi che gli ammortamenti coprano esattamente le esigenze di investimenti di rinnovo e non si verifichino variazioni nel capitale circolante commerciale. Verificate queste ipotesi, si ottiene l'uguaglianza tra il multiplo P/E e il reciproco del costo del capitale di rischio (levered) per l'impresa(16).
Nel caso invece di un'impresa in crescita (e che quindi investe parte degli utili in progetti necessari per sostenerne lo sviluppo), si usa legare la variabilità del P/E ad alcuni fattori giudicati fondamentali quali:
• fattore di crescita "g", riferito all'utile;
• rapporto di pay-out (dividendi distribuiti/utile d'esercizio);
• tasso di attualizzazione dei flussi applicato alla specifica impresa, comprendente sia il tasso senza rischio, sia le componenti specifiche dello stesso (ad esempio, il beta).
In particolare risulta(17) come il P/E sia inversamente correlato sia al tasso rish free (rf) che a quello di attualizzazione e quindi alla rischiosità dell'impresa; è invece correlato positivamente col fattore di crescita "g".

Il moltiplicatore P/CF
Spesso affiancato nell'uso al precedente, appare particolarmente significativo per aziende caratterizzate da costi che non generano contemporaneamente uscite di cassa (ad esempio, ammortamenti), tipicamente aziende industriali con rilevanti immobilizzazioni tecniche.
A questi fini il flusso di cassa è inteso in senso restrittivo ovvero come somma del reddito, degli ammortamenti su beni materiali e immateriali e degli accantonamenti a fondi rischi. Così facendo però si eludono alcune componenti importanti rispetto alla sua versione completa e tipica, quali:
• gli interessi passivi;
• la dinamica degli investimenti in capitale fisso e circolante;
• esprime inoltre alcuni costi (per esempio, le imposte) per competenza anziché per cassa.
Nella versione restrittiva l'unico vantaggio che tale indicatore presenta rispetto al P/E è la neutralizzazione di alcune politiche di bilancio, tipicamente quelle attinenti gli ammortamenti e accantonamenti a fondi rischi.

Il multiplo P/BV
E' un indicatore particolarmente significativo in paesi che non hanno alle loro spalle periodi di forte inflazione in quanto, in caso contrario, risulta fortemente inficiato dalla sostanziale eterogeneità dei valori contabili formatisi in tempi diversi (salvo naturalmente correzioni di tali anomalie).
Vede infatti al denominatore il Book Value (valore di libro), grandezza che non esprime, a differenza dei casi precedenti, una performance, ma è dato dalla differenza tra il valore netto contabile delle attività dell'impresa e il valore contabile delle sue passività (è tipicamente il valore contabile del Patrimonio Netto).
Queste considerazioni spiegano il perché solo negli ultimi anni abbia riacquistato credito in gran parte dei paesi europei tra i quali il nostro.
Tra i limiti più significativi vi è la difficoltà di ottenere un campione omogeneo di società comparabili con riguardo alle politiche di ammortamento e agli accantonamenti prudenziali. In ogni caso i sostenitori dell'indice ne raccomandano l'applicazione con l'esclusione dei valori contabilizzati dei beni immateriali per i quali le tecniche valutative si presentano difficili ed eterogenee.
Nota la forte correlazione che lega il P/BV al ROE(18) (se l'uno aumenta lo fa anche l'altro e viceversa), nella scelta del campione di società omogenee potrebbe essere opportuno limitarsi a quelle imprese con valori del ROE prossimi a quello della società da valutare.

Il moltiplicatore EV/EBIT
Il rapporto in questione consente di calcolare il valore complessivo dell'impresa come multiplo dell'EBIT. E' un indice molto usato dagli investitori internazionali perché permette di confrontare gli indicatori delle diverse imprese depurati dagli effetti dovuti a differenti aliquote di tassazione e disomogenee politiche finanziarie, pur essendo tuttavia influenzato dalle politiche di ammortamento.
Un problema nel suo calcolo potrebbe derivare dalla quantificazione corretta del valore di mercato delle attività operative (EV). Assumendo per semplicità l'ipotesi di crescita costante dell'impresa al tasso "g", si ottiene:

 EBIT0 (1 - tc) - I - DCC
EV0 = 
------------------------------
           WACC - g


dove:

tc = imposte pagate;
I = indica gli esborsi per nuovi investimenti (assumendo che quelli di rinnovo siano invece pari agli ammortamenti);
DCC = indica la variazione positiva del capitale circolante commerciale.
Dividendo inoltre entrambi i termini per il valore dell'EBIT, si ottiene:

EV0
 (1 - tc)
I/EBIT
DCC/EBIT
-------
 =
------------
-
------------
-
------------
EBIT0
WACC - g
 
WACC - g
WACC - g


Tale scomposizione mostra che, a parità di tasso di crescita "g", le imprese caratterizzate da maggiore incidenza degli investimenti presenteranno un multiplo EV/EBIT meno elevato. Per le relazioni tra il rapporto in esame e le altre variabili (costo del capitale, tasso di crescita) vale quanto già precisato a proposito dell'analisi del multiplo P/E(19).
Concludiamo quest'analisi con due ulteriori considerazioni. La prima si rifà al problema che si pone quando, confrontando società quotate comparabili con una non quotata al fine della valutazione di quest'ultima, ci si chiede se al risultato ottenuto debba applicarsi uno sconto per la non negoziabilità. La ragione di ciò deriva dal fatto che le azioni di una società non quotata e priva di mercato sono molto meno liquide rispetto a quelle delle omologhe imprese presenti sul listino(20). A mio avviso il problema non si pone (soprattutto in questa sede) in quanto l'obiettivo del metodo basato sui multipli è semplicemente quello di fornire grandezze ausiliarie a quelli basati sui flussi, che non vanno quindi confuse con problemi di immediato realizzo del prezzo.
L'ulteriore precisazione vuole sottolineare come, oltre che per i fini propriamente valutativi qui trattati, il metodo suddetto può essere impiegato anche per altri scopi. Tra questi, particolarmente rilevanti nelle applicazioni da parte di analisti e intermediari sono:
• il giudizio sul "livello" della quotazione corrente di una società in rapporto ad altre omogenee, in vista dell'emanazione di consigli operativi (acquistare, vendere, mantenere, ridurre);
• la stima di un prezzo-target, cioè di un obiettivo di prezzo giudicato raggiungibile in un certo periodo di tempo (per esempio, 1-3 anni).

* * *
Note:
(1): Il concetto di valore che sa meglio combinare e ottimizzare le seguenti caratteristiche, esprimendo una valutazione generale, razionale, dimostrabile e possibilmente obiettiva/stabile è il capitale economico (W). Si veda L. Guatri, "Trattato sulla valutazione delle aziende", EGEA, Milano, 1998, pag.38 e seguenti (torna su).
(2): Dato generalizzabile agli altri paesi con scarsissime eccezioni (scuola giapponese) per lo più orientate verso metodi misti patrimoniali-reddituali (torna su).
(3): Il metodo patrimoniale, fondato su valori stock, assume a valore di mercato di una azienda la sua reale consistenza patrimoniale data dalla differenza tra il valore attuale delle attività e il valore attuale delle passività. Trascura così le dinamiche di creazione del valore e prescinde del tutto dalla capacità future di reddito dell'azienda (torna su).
(4): L'esempio classico è il modello CAPM in cui il coefficiente ß ed il premio per il rischio azionario dedotto dal mercato rappresentano una forma di valutazione obiettiva del rischio (torna su).
(5): Ho appositamente trascurato la via dell'"equivalente certo" non considerandola un concreto progresso per la nostra analisi (torna su).
(6): Si usa sostituire il valore nominale col valore di mercato o col valore attuale dei debiti finanziari (torna su).
(7): Alla base di tale ragionamento vi sta l'obiettivo di neutralizzare la posizione finanziaria dell'impresa (torna su).
(8): Quasi sempre riferito ai capitali dell'azienda oggetto di valutazione; solo in casi specifici ai capitali dell'acquirente effettivo o potenziale (torna su).
(9): E' opinione comune che la scelta dei pesi vada compiuta a valori di mercato e non a valori contabili. L. Guatri, op. cit., pp. 183 e seguenti (torna su).
(10): Per tenere conto della nota deducibilità fiscale degli interessi passivi (torna su).
(11): L. Guatri, op. cit., pp. 92 e seguenti (torna su).
(12): Con "g" obbligatoriamente inferiore al costo medio ponderato del capitale (torna su).
(13): M. Massari, "Finanza aziendale: valutazione", McGraw-Hill, 1998, Cap 7, pp. 209-213, e L. Guatri, op. cit. 1998, pp. 329-335 (torna su).
(14): Salvo, naturalmente, problemi di liquidità dei titoli del campione (torna su).
(15): La differenza tra i due concetti è molto sottile a tal punto che nella maggioranza dei casi vengono utilizzati come sinonimi. Il MOL sarebbe calcolato utilizzando l'utile prima di ammortamenti, accantonamenti, oneri e proventi finanziari, straordinari e imposte; l'EBITDA invece rappresenterebbe semplicemente l'utile prima degli interessi passivi, imposte e ammortamenti su beni materiali e immateriali (torna su).
(16): Massari M., op.cit., 1998, p. 219 (torna su).
(17): Si veda L. Guatri, op. cit., 1998 ,pag 330 e Benninga-Sarig, "Corporate Finance. A Valutation Approach", McGraw Hill, 1997, pp. 316 e seguenti (torna su).
(18): Return on equity ovvero Reddito Netto/ Capitale Netto (torna su).
(19): M.Massari, op. cit., 1998, pp. 222 e seguenti (torna su).
(20): Il problema riguarda soprattutto quote minoritarie di società non quotate per le quali il rischio che il valore così trovato sia solo una grandezza sperata è concreto (torna su).



Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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Quali strategie per i confidi? Le sfide aperte
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Direttore finanziario garante della trasparenza
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Rassegnamoci, i mercati non sono perfetti
Gruppi cooperativi e gruppo cooperativo paritetico
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Più crescita quando la Pmi va in Borsa
Private equity, uno strumento interessante
Rating, modelli di previsione delle insolvenze e z-score
La finanza in azienda non è solo conti
Basilea 2 e le piccole e medie imprese
Per sopravvivere è necessario un «kit»
Ias 19: valutazioni attuariali del TFR nel bilancio Ias/Ifrs
Trust, patrimoni sotto tutela
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Il collegio dei sindaci allontana la crisi d'impresa
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Outsourcing e flessibilità delle imprese
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Un vademecum per il passaggio agli Ias
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Basilea 2, soltanto un'impresa su tre è in regola
Nuove sfide per le imprese. Ecco chi le prende per mano
I revisori «conquistano» la consulenza tributaria
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