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La via obbligata porta a Basilea 3
di Luigi Zingales
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 15 ottobre 2008

Le decisioni prese dai Paesi europei domenica sono appropriate. Garantire i nuovi prestiti alle banche, con priorità rispetto ai debiti esistenti, è la soluzione giusta. La garanzia dello Stato rende questi prestiti più sicuri senza eccessivi rischi per il contribuente, visto che lo Stato sarà il primo a essere rimborsato in caso di liquidazione. Anche l'idea di sospendere il mark-to-matket in un momento di crisi come questa è giusta.
Ma per valutare le conseguenze di breve e lungo periodo di questa decisione (da noi suggerita sul Sole 24 Ore del 17 settembre scorso) bisogna fare un passo indietro e capire cosa si cela dietro al mito del mark-to-market. I principi contabili permettono una diversa classificazione dei titoli in portafoglio a seconda che siano considerati "disponibili per la vendita" o "da detenere fino alla scadenza". Questi ultimi devono essere valutati al minimo tra il costo storico e il valore scontato dei proventi futuri (conosciuto anche come mark-to-model). I titoli "disponibili per la vendita" devono essere valutati ai prezzi di mercato, sempre che un mercato liquido esista. Se questo mercato liquido non esiste, come per i famigerati titoli legati ai mutui subprime, si ricorre comunque al mark-to-model.
Questo sistema pone tre problemi. Innanzitutto, la modellizzazione del fair value in assenza di mercato liquido è molto soggettiva e non chiaramente spiegata nei bilanci. Le diverse valutazioni finiscono quindi per dipendere più da quanto tolleranti sono i vari revisori esterni, piuttosto che da differenze nel valore dei titoli in portafoglio. Questo problema accentua variazioni cicliche. Durante un periodo di boom i revisori esterni non temono di essere trascinati in tribunale dagli azionisti e quindi tollerano valutazioni più ottimistiche. Ma in periodi di crisi diventano molto più prudenti, tagliando le loro valutazioni e quindi accentuando l'effetto del ciclo.
Il secondo problema del mark-to-market nasce dalla sua interazione con i principi di Basilea per i coefficienti patrimoniali delle banche. Le perdite di bilancio (anche se non realizzate) vanno a intaccare i coefficienti patrimoniali costringendo le banche ad aumentare il proprio capitale o a ridurre i prestiti. Il vantaggio di una sospensione temporanea del mark-to-market è che le perdite contabili non andranno ad intaccare i coefficienti patrimoniali. La sospensione del mark-to-market diventa quindi un modo per aggiustare in maniera anticiclica i coefficienti patrimoniali. Paradossalmente questo vantaggio viene ottenuto senza alcuna perdita di trasparenza. I principi contabili richiedono che ad ogni cambio di criteri di valutazione si provveda in bilancio a una spiegazione di come sarebbero stati i bilanci se si fossero applicati i vecchi principi. Quindi anche se i profitti di dicembre saranno calcolati secondo i nuovi principi, le note di bilancio permetteranno di vedere quali sarebbero stati i profitti se si fossero applicate le vecchie norme. Ovviamente questo vantaggio si perde nel lungo periodo, perché i bilanci non riporteranno più le valutazioni mark-to-market. Questo è il motivo per cui una sospensione temporanea è senza costi, mentre una permanente no.
Il terzo problema del mark-to-market è più sottile e ha a che vedere con le implicazioni macroeconomiche della trasparenza. Dal punto di vista di una singola impresa, il principio che è sempre meglio avere maggiore trasparenza vale sempre. Ma quando prendiamo in considerazione il fatto che la liquidità del mercato è endogena, cioè è il risultato delle scelte di compravendita degli operatori che osservano i bilanci delle aziende, lo stesso principio non vale sempre. Se il mercato conosce esattamente i titoli in portafoglio di una istituzione finanziaria, basta un sospetto (magari infondato) sulla sua solvibilità per abbassare il prezzo di mercato dei titoli che ha in portafoglio (perché il mercato si aspetta forti vendite). Questo provoca un peggioramento della situazione di bilancio che autoalimenta il sospetto di insolvenza.
Il mark-to-market, quindi, è lungi dall'essere perfetto e una sua sospensione temporane nell'attuale situazione di mercato è stata una decisione giusta. Ma non bisogna eccedere nella direzione contraria. La possibilità che il mark-to-market condanni imprese solventi non significa che tutte le imprese insolventi siano tali a causa del mark-to-market. Al contrario, la stragrande maggioranza sono insolventi per scelte finanziarie o di business sbagliate, ma amano usare il mark-to-market come capro espiatorio. E' quindi importante che una soluzione temporanea non diventi permanente, a svantaggio della trasparenza del mercato.
Dove un intervento permanente è necessario è sugli accordi di Basilea. La crisi ha messo in evidenza la necessità di un aggiustamento anticiclico di questi coefficienti. Nei periodi di boom le banche devono accumulare riserve in eccesso che permettano loro di fronteggiare i momenti di crisi. Viceversa quando le valutazioni di mercato sono molto basse è ragionevole abbassare questi coefficienti perché il rischio di ulteriori perdite è più limitato. L'altro aspetto degli accordi di Basilea che deve essere modificato è l'importanza attribuita alle agenzie di rating. L'errore è stato pensare che l'enorme potere attribuito dai nuovi meccanismi a queste società non avrebbe avuto nessun effetto sulla loro indipendenza di giudizio. Il potere - scriveva Montesquieu - corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto. Le agenzie di rating non si sono sottratte a questo principio e il loro ruolo in Basilea 3 dovrà essere fortemente ridimensionato.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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