Le banche si preparano alla svolta
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 6 giugno 2005
Liquidi, in giro, ce n'è a volontà. Tuttavia il cavallo,
soprattutto il piccolo, beve poco. Un po' per la storica arretratezza del
rapporto tra le Pmi e le banche, chiamato a mutare di pelle davanti alle sfide
del mercato globale. Un po' per "l'astinenza" delle Pmi sul fronte vitale degli
investimenti, che negli anni passati ha mantenuto a un livello quasi accademico
la correlata discussione sui finanziamenti. Oggi, col paese in mezzo al guado
del declino, l'essersi seduti sulle glorie passate rende necessario rifondare
quel rapporto, e correre ai ripari. Il presente e il futuro prossimo sono quindi
in salita, ma non è detto che le medicine amare non portino a quella mutazione
dei comportamenti e delle competenze, sia in impresa che in banca, che in ogni
caso non può attendere oltre. Per trasformare le consolidate relazioni tra
"l'aziendina" e "il direttore di filiale" in un rapporto di credito e
- soprattutto - di consulenza che sappia tener conto della realtà globalizzata.
I paletti rigorosi di Basilea 2, almeno, obbligano a riscrivere la forma e la
sostanza di queste relazioni, pertanto sono vissute come un male che non nuocerà
del tutto.
Le banche lo sanno, che il quadro è in violenta evoluzione, e lavorano da
tempo al nuovo scenario. I grandi operatori, come spesso avviene,
danno l'esempio. Così è stato per Unicredit e Banca Intesa, i due principali
istituti nazionali che sono anche i maggiori operatori del Nord, dove le imprese
sono più concentrate. La banca di Piazza Cordusio ha chiamato il sistema alla
"rivoluzione culturale" giusto un anno fa, con l'annuncio di una nuova alleanza
tra prestatori e fruitori professionali di denaro, per spostare in avanti la
scadenza dei finanziamenti e favorire le ricapitalizzazioni aziendali, anche
tramite la proposta di un uguale ammontare di prestiti senza garanzie forniti
dal gruppo di Alessandro Profumo. Dentro Unicredit i primi bilanci
dell'iniziativa rilevano 3,5 miliardi di crediti a medio lungo termine, in
prevalenza nuovi; ma, se lo spostamento sulle scadenze lunghe funziona, langue
invece l'autofinanziamento degli imprenditori. I tassi bassi, l'incertezza e la
concorrenza (che erode ricavi e margini a favore delle varie Cine del mondo),
tolgono ai padroni la voglia mettere soldi propri in fabbrica. E quando i soldi
ci sono, paradossalmente, spesso si preferisce investire in qualcosa di meno
insicuro che la propria azienda.
Sul versante della rivale Banca Intesa, con simile tempismo un anno fa si è
iniziato a riscrivere i rapporti di credito con le Pmi, sull'analisi
un'urgenza suddivisa in quattro nodi in cui rimontare le posizioni. Nel
presente tali istanze si stanno rivelando - dolorosamente, per l'Italia -
piuttosto azzeccate. Primo, l'internazionalizzazione come orizzonte
molto più ampio della mera gestione dell'import-export, nel senso che abbraccia
la delocalizzazione e gli approdi produttivi o commerciali ai nuovi mercati
emergenti. Secondo, l'innovazione di prodotto e di processo, specie sul versante
informatico dove il nostro paese paga un'arretratezza ormai strutturale frutto
di una spesa che non supera il 33% di quella delle rivali Francia e Germania.
Terzo, la dimensione proprietaria, chiamata al passaggio dal familismo
imprenditoriale alla gestione manageriale, possibilmente con gradi di
separazione rispetto ai soci di riferimento. Quarto, la consulenza sulle
attività non strategiche delle Pmi, ma che alla lunga rivelano la loro
importanza: la previdenza assicurativa e la gestione di fondi pensione, i
servizi non bancari che permettono risparmi di costi eccetera. «In queste
quattro macroaree una banca come la nostra ha il dovere di specializzarsi, per
non ridursi a mero erogatore di finanziamenti a un certo tasso - spiega Fabio
Bolognini, responsabile marketing Pmi di Banca Intesa -; il rapporto con
l'imprenditore deve andare molto oltre la necessità dell'azienda di gestire il
circolante, le banche possono fare molto di più».
E le imprese, non possono fare di più? Altro che: devono. Negli ultimi tempi,
è evidente il cambiamento di tono e di linguaggi degli industriali, a partire
dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Le imprese hanno
smesso di dare la responsabilità ad altri, di cercare alibi all'esterno. Se
proprio non siamo arrivati al mea culpa, nei silenzi e nelle circonlocuzioni
si notano varie ammissioni, in testa a tutte quella di non avere investito
abbastanza negli ultimi anni. Forse è stata una crisi di stanchezza o di
benessere, forse l'irrompere della globalizzazione ha preso d'infilata,
allorché si incolpava la congiuntura mentre cambiavano le condizioni
strutturali dei mercati.
E dire che il denaro, nel passato recente, non è mancato. Almeno quello da
prendere a prestito, con l'inflazione sotto controllo e i tassi di interesse
ai minimi da mezzo secolo. Di stretta creditizia sulle aziende, specie sulle
piccole, non è dunque il caso di parlare. Lo illustrano gli ultimi numeri
forniti dalla Banca d'Italia: +3,5% nel 2004 il credito bancario alle imprese,
e +5,7% nelle nicchie produttive con meno di 20 addetti. «A questi tassi il
finanziamento non è più un alibi continua Bolognini. I nostri dati e quelli
del sistema ci confermano che il grado di utilizzo dei finanziamenti è tra il
50-60% di quanto accordato alle Pmi: il denaro restante lo teniamo in
magazzino». La media delle aziende più "levereggiate", che spesso sono anche
quelle di maggiori dimensioni, è intorno all'80% degli utilizzi sui fidi.
Tuttavia, parlare di funding come di un unicum è fuorviante, secondo i
manager Intesa, perché vi sono nicchie peculiari, oltre che eccellenti:
«Abbiamo individuato a suo tempo il nostro parco di Pmi clienti ricche di
prospettive di futuro, e l'incremento dei loro finanziamenti è stato a due
cifre; è la parte migliore del paese, ciò da cui occorre ripartire».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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