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Le piccole imprese salvate dalle reti
di Francesco Jori
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 6 giugno 2011

Per una lunga stagione hanno fatto da propellente al boom dell'economia italiana. Poi sono morti al buio, senza che nessuno se ne accorgesse, addetti ai lavori a parte. Ma i buoni vecchi distretti industriali non si sono spenti senza eredi: il loro posto è stato preso dai contratti di rete d'impresa; formalmente uno strumento giuridico, all'atto pratico un modo più elastico ed efficiente per mettere insieme le competenze, integrare le soluzioni e mantenere bassi i costi, in una fase in cui la globalizzazione porta con sé più concorrenti e meno clienti, e le risorse finanziarie della singola azienda bastano appena per sviluppare il "core business". Con poco più di un anno e mezzo di vita alle spalle, l'esperienza si sta diffondendo rapidamente: a metà maggio i contratti formalizzati erano già 54, con 291 imprese coinvolte. Altri sono in dirittura d'arrivo, mentre in parallelo si sta lavorando per formare manager di rete. Su un fronte tecnologicamente avanzato opera "Sistema Brescia", dedicato ai servizi per la ricerca, l'innovazione e l'alta formazione, e che coinvolge istituzioni, enti economici, associazioni imprenditoriali e aziende, oltre alla stessa università. Tra gli obiettivi, lo sviluppo di relazioni internazionali per l'accesso a fondi nazionali e stranieri, e la scelta di concedere a ciascuna parte il diritto di prima opzione nell'esecuzione di commesse acquisite da una parte per le materie di competenza. Ha invece un richiamo storico ("Calegheri 1268": gli antenati veneziani dei calzaturieri della riviera del Brenta, costituitisi in associazione a metà del Duecento) l'intesa fra tre aziende del distretto brentano, leader nella scarpa da donna di fascia alta, e una emiliana, con l'obiettivo di costruire un nuovo approccio al mercato internazionale della distribuzione al dettaglio; il progetto prevede anche l'apertura di outlet e punti vendita in Italia e all'estero. L'esperienza forse più significativa tra quelle fin qui realizzate viene non a caso dal cuore produttivo di quel Veneto che è stato il principale incubatore dei vecchi distretti. Si tratta di "Rete maglia italiana", partito con un'impresa trevigiana e una friulana, ma destinato ad allargarsi con altri produttori complementari: lo scopo è di migliorare la competitività e ottimizzare i costi, condividendo le attività di ricerca e sviluppo di prodotti e processi produttivi, l'approvvigionamento di materie prime e semilavorate, lo sviluppo della qualità dei prodotti. Spiega Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria Treviso: "Il contratto di rete è sicuramente un'opportunità per rafforzare le imprese. Perciò la nostra Associazione si è strutturata per fornire tutto il supporto necessario alle aziende. Stiamo lavorando ad altri contratti di rete, nonché a progetti di aggregazione tra imprese che si spingono fino alla fusione societaria". A coordinare questo lavoro provvede Unint, consorzio di Unindustria Treviso operativo dal 2004, e che fin qui ha realizzato 48 progetti di aggregazione con 210 imprese coinvolte; non a caso viene considerato tra le "best practices" di Confindustria. A coordinare l'intera operazione nazionale è Aldo Bonomi, vice presidente di Confindustria per i distretti industriali e le politiche territoriali: "Il 98,5% delle aziende italiane è costituito da piccole e medie imprese che, proprio a causa delle piccole dimensioni, incontrano forti difficoltà sul piano dell'internazionalizzazione e dell'innovazione. Sviluppare i contratti di rete dà loro l'opportunità di lavorare insieme sui mercati, continuando però a mantenere l'autonomia decisionale. Ora è il momento di fare un salto di qualità, mettendo in campo interventi mirati, con il varo di aiuti fiscali e incentivi, e con lo snellimento della burocrazia, mettendo al primo punto il principio della semplificazione amministrativa". C'è chi ha ribattezzato queste reti d'impresa come "distretti virtuali". Ma Roberto Grandinetti, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all'Università di Padova, invita a non aggiungere etichette fumose a un dibattito su distretti, cluster, reti e cooperazione già abbastanza confuso: "Il distretto industriale è una forma di organizzazione della produzione che ha caratteristiche precise: un territorio circoscritto; una popolazione di imprese che operano nell'ambito di una filiera produttiva, e quindi la divisione del lavoro tra imprese che svolgono fasi distinte di quella filiera; una forte compenetrazione tra struttura produttiva e struttura sociale. I distretti sono dunque reti, nel senso che al loro interno si intreccia una molteplicità di relazioni tra imprese a formare un tessuto in genere molto denso, anche se le relazioni "verticali" (lungo la filiera, tipicamente tra un subfornitore e un committente) sono di gran lunga prevalenti rispetto a quelle "orizzontali" (tra imprese che si collocano allo stesso stadio della filiera)". Niente a che fare, comunque, con la rete intesa come un certo numero (necessariamente limitato) di imprese che decidono di condividere un progetto imprenditoriale e le risorse necessarie a realizzarlo, avverte Grandinetti: "Il contratto di rete, preceduto da altre forme (il piccolo consorzio, la joint venture, l'associazione temporanea di imprese ecc.) fa riferimento a questa seconda specie di rete. I distretti industriali hanno rappresentato una componente fondamentale della crescita economica del nostro Paese, grazie al fatto che ogni singola impresa anche di piccole dimensioni di un distretto può/poteva usufruire, per il fatto di operare al suo interno, di economie esterne che ne rafforzano la competitività. Con il procedere della globalizzazione però, a partire dalla fine degli anni novanta, questo vantaggio si è progressivamente ridotto e i distretti hanno perso sempre più "pezzi" (imprese e relazioni). Al contempo, le imprese distrettuali di maggiori dimensioni, le cosiddette imprese leader, hanno sviluppato le proprie attività e le proprie relazioni sempre oltre i confini del distretto di appartenenza. A questo punto il contratto di rete diventa una leva utile, in particolare se sarà effettivamente oggetto di determinati incentivi di politica industriale, per favorire l'aggregazione tra piccole imprese (indipendentemente dalla loro localizzazione) che perseguono insieme obiettivi di rafforzamento competitivo, dall'innovazione al marketing".


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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