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Rassegna stampa - Documento |
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Le Pmi italiane alla prova del rating
di Rossella Bocciarelli
Il Sole 24 Ore
Domenica 27 giugno 2004
E finalmente è arrivata la fumata bianca.
Dopo qualcosa come sei anni di discussioni,
approfondimenti, simulazioni e rinvii i governatori e i
responsabili della vigilanza bancaria del G-10 riuniti a
Basilea hanno dato il via libera definitivo alla cornice
normativa che mira ad armonizzare i requisiti minimi di
capitale ai fini prudenziali per le istituzioni bancarie
e ad aumentare la trasparenza del settore.
Basilea 2 rappresenta una revisione in profondità delle norme sui
requisiti patrimoniali minimi introdotte con il primo
accordo internazionale, che risale al 1988 e richiede
che il fabbisogno di capitale bancario in rapporto ai
prestiti sia maggiormente ponderato in relazione al
rischio effettivo, oltre a contenere maggiori obblighi
di trasparenza per le aziende di credito.
Applicazione in due tempi. L'accordo messo a
punto dal Comitato di Basilea sarà pronto per
l'applicazione a livello nazionale entro la fine del
2006, per quanto riguarda le regole sull'approccio
standardizzato e quello cosiddetto di internal rate
foundation che spetta di diritto alle banche più piccole
e con una struttura meno sofisticata.
Invece si è ritenuto che fosse necessario un altro anno di
sperimentazione e d'analisi d'impatto per i metodi più
avanzati, quelli su cui sono tenute a misurarsi le
grandi banche internazionali e le regole per
l'applicazione di questi ultimi entreranno in vigore dal
2007. Anche in questa scelta della procedura a due stadi
e dello slittamento a fine 2007 è visibile, in
filigrana, il frutto di una mediazione estremamente
complicata tra le ragioni dei tecnici dell'industria
finanziaria internazionale, attenti ad affinare al
massimo le tecnologie di misurazione del rischio per
cercare di minimizzare l'instabilità (che è una
questione globale), e le ragioni della politica, più
attenta a difendere gli assetti e gli interessi di casa
propria: è noto, ad esempio, che gli Stati Uniti
parteciperanno al Basilea 2 solo con pochissime grandi
banche internazionali e che Cina e India sono rimaste
sostanzialmente fuori dagli accordi.
I timori delle Pmi. Da noi, la discussione su Basilea
2 ha ruotato essenzialmente sull'iniziale, forte
diffidenza del mondo delle piccole imprese nei confronti
di una metodologia che nella sua versione iniziale
attribuiva una ponderazione di rischio maggiore al
credito verso le aziende più piccole, giustificando
quindi il timore di avere in futuro un accesso più
difficile e costoso ai prestiti bancari. Molti negoziati
in sede tecnica sono stati condotti, la pendenza delle
curve di rischio è stata smussata e oggi, presso gli
operatori, è largamente diffusa la consapevolezza che
gli accordi internazionali non vanno subiti passivamente, ma, di certo,
non si possono ignorare.
I dissensi Tesoro-Bankitalia. Nel frattempo, però, il dibattito
fra politica e tecnica, nella traduzione italiana, aveva
preso la sua solita coloritura rusticana. Così, nel
corso del tempo, il ministro dell'Economia Giulio
Tremonti, oltre a sottolineare più volte la sua fede nel
«primato della democrazia sulla tecnocrazia» e a
dichiarare di preferire al Basilea 2 il Basilea 1 e
mezzo, ha fatto della discussione sull'accordo
interbancario per i coefficienti patrimoniali di rischio
un "topos" della sua polemica al calor bianco con il
Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Il
quale, peraltro, ha sempre tenuto a sottolineare, con
particolare riferimento alle piccole e medie imprese,
che nell'accordo esistono anche i metodi analitici di
misurazione del rischio, i quali si avvalgono delle
professionalità presenti nel mondo bancario e delle
informazioni possedute dalle aziende di credito che nei
mercati locali sono radicate. Insomma, quando l'accordo
entrerà definitivamente in vigore, non ci sarà solo un
asettico rating per la valutazione del merito di credito
delle piccole aziende.
Adesso che i tecnici hanno
raggiunto l'accordo, del resto, la parola spetta per
intero e per davvero alla politica e ai parlamenti: la
direttiva Ue, infatti, dovrà essere prima ratificata dal
Parlamento europeo e poi recepita dalle leggi nazionali.
E, come spiegano nelle interviste che pubblichiamo qui a
fianco tanto Rainer Masera (ndr: leggi l'articolo dal titolo
«Un sistema da capire e da gestire») che Francesco Bellotti (ndr: leggi l'articolo dal titolo
«Dateci criteri trasparenti»), c'è uno spazio da riempire piuttosto ampio per integrazioni,
affinamenti e legislazione di supporto.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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