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Le società tra professionisti dopo il decreto
Bersani 2 (Prima parte)

di Gianfranco Ceccacci
Aprile 2007

  Seconda parte >>

* * *
1. Introduzione
Il Consiglio europeo svoltosi a Lisbona nel marzo 2000 ha adottato un programma di riforme economiche mirante a trasformare, entro il 2010, l'economia della UE nell'economia basata sulla conoscenza più dinamica e competitiva del mondo.
I servizi professionali hanno un ruolo importante da svolgere ai fini del miglioramento della competitività dell'economia europea in quanto rappresentano input per l'economia e le imprese e la loro qualità e competitività hanno importanti ricadute. I servizi professionali sono importanti anche per via della loro rilevanza immediata per i consumatori.
Cinque sono le categorie principali di regolamentazione potenzialmente restrittiva riguardante i servizi professionali nella UE che hanno per oggetto le seguenti aree:
1) la fissazione dei prezzi,
2) la raccomandazione dei prezzi,
3) la pubblicità,
4) i requisiti di accesso e i diritti esclusivi,
5) la struttura aziendale e le pratiche multidisciplinari.
La Commissione Europea Bruxelles, come ben evidenziato nella Relazione sulla concorrenza nei servizi professionali del 9 febbraio 2004, aggiornata il 5 settembre 2005, rileva che vi sono essenzialmente tre ragioni per cui un certo grado di regolamentazione dei servizi professionali si rende necessario:
• l'asimmetria dell'informazione tra clienti e prestatori di servizi, dovuta al fatto che una caratteristica essenziale dei prestatori dei servizi professionali è il livello elevato di conoscenze tecniche di cui dispongono e di cui i consumatori possono esserne privi;
• le esternalità, in quanto i servizi in questione possono avere un impatto su terzi;
• nel caso di taluni servizi professionali, la produzione di "beni pubblici" che presentano un valore per la società in generale.
Dallo studio della Commissione sui servizi professionali l'Italia viene collocata ai margini delle liberalizzazioni europee, con tale elaborato - rilanciato nella relazione annuale di Bankitalia - sono stati misurati i vincoli normativi all'entrata e quelli alla concorrenza ove il nostro Paese risulta appunto fra quelli con una regolamentazione più stringente in tutte le professioni.
Nonostante il compromesso raggiunto sulla direttiva Bolkestein, diverse sono le lettere di messa in mora e le procedure d'infrazione avviate su vari versanti che sollecitano al nostro governo di adeguarsi alle direttive UE.
Ecco le ragioni che hanno spinto il governo appena insediato ad avviare i primi passi verso la liberalizzazione dei servizi professionali nell'ottica di una migliore competitività di mercato.
Con il decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, coordinato con la legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248, all'art. 2, si propone infatti di assicurare agli utenti dei servizi professionali un'effettiva facoltà di scelta nell'esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, in conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi.
Infatti, si legge nella relazione di accompagnamento, il tradizionale approccio comunitario, rivolto al perseguimento degli obiettivi della libertà di stabilimento e della libertà di circolazione dei professionisti attraverso il reciproco riconoscimento, ha subìto una svolta al vertice di Lisbona del 2000 quando ha preso concretamente avvio una filosofia di intervento nei servizi professionali nell'ambito della politica per la concorrenza: con il Piano strategico approvato in quell'occasione anche le professioni liberali sono state ritenute rilevanti ai fini del miglioramento della competitività, anche in funzione del loro peso economico.
Anche il Parlamento europeo è intervenuto sulla materia con un atto di indirizzo politico (risoluzione del 16 dicembre 2003) che, pur riconoscendo l'importanza delle associazioni professionali, dei loro codici deontologici e quindi di una regolamentazione adeguata a garantire l'etica professionale, la qualità dei servizi e l'interesse pubblico, ribadisce l'inderogabilità delle regole della concorrenza.
Tuttavia, è con la comunicazione n. 2004/83 «Relazione sulla concorrenza nei servizi professionali» che la Commissione europea ha formalmente richiesto ai governi nazionali, alle autorità di concorrenza, agli ordini professionali e ai tribunali nazionali di intervenire per eliminare quelle restrizioni che impediscono al sistema economico e agli utenti in particolare di beneficiare dei vantaggi della concorrenza. La Commissione ha sostanzialmente chiesto di valutare quali regole esistenti (a livello sia di norme di legge che di codici di autoregolamentazione adottati dagli organismi professionali) siano ancora oggi necessarie per l'interesse generale e quali siano proporzionate e giustificate. La comunicazione ha assunto una valenza generale di politica comunitaria rivolta a tutto il settore dei servizi professionali.
Nella comunicazione sono state descritte le numerose fattispecie di restrizioni, molte delle quali non sono ritenute giustificate dal perseguimento di un interesse generale, che costituiscono un potenziale disincentivo alla ricerca del miglior rapporto qualità-prezzi da parte dei professionisti e alla libera scelta da parte dei consumatori. Le limitazioni individuate fanno riferimento alla fissazione di prezzi minimi per le prestazioni professionali, al divieto di pubblicizzare i servizi offerti, ai parametri numerici per l'accesso alla professione, al divieto di svolgere pratiche multidisciplinari, come quello di istituire una società tra professionisti o di esercitare la professione nella forma societaria.
Con specifico riguardo alla situazione riscontrabile in Italia, ad analoghe conclusioni è giunta più volte l'Autorità garante della concorrenza e del mercato: tra tutte, si possono citare le recenti segnalazioni al Parlamento e al Governo del 18 novembre 2005 e del 27 aprile 2005 e l'indagine conoscitiva del 9 ottobre 1997.
La prima fattispecie, individuata dalla lettera a), concerne la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime, ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti. Viene, così, a cadere uno dei maggiori vincoli allo sviluppo di un effettivo mercato concorrenziale nel settore delle libere professioni.
Il secondo divieto, che viene rimosso, alla lettera b), è quello di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto ed il prezzo delle prestazioni. Il fine specifico di tale intervento è di favorire la trasparenza del mercato e la conoscibilità delle diverse alternative da parte degli utenti.
La lettera c), infine, elimina l'anacronistico divieto di erogare servizi professionali utilizzando la forma della società di persone o quella della associazione tra privati, divieto che oltre tutto penalizza i professionisti italiani che sono costretti a subire passivamente la concorrenza di società di professionisti provenienti da altri Paesi europei.
In particolare, l'articolo proposto, richiamando i princìpi comunitari in tema di tutela della concorrenza e libertà di circolazione delle persone e dei servizi, stabilisce l'abrogazione delle norme legislative e regolamentari dello Stato in argomento. Le norme deontologiche e dei codici di autodisciplina dovranno essere tempestivamente adeguate entro il 1° gennaio 2007. In mancanza, a decorrere da tale data, le stesse clausole divengono nulle per violazione di norma imperativa di legge.
Il comma 2 fa salve, rispetto alle abrogazioni ed alle dichiarazioni di nullità per violazione di legge stabilite al comma 1, le disposizioni concernenti le prestazioni sanitarie svolte nell'ambito della disciplina del Servizio sanitario nazionale, nonché le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti.

2. Principi generali e di libera concorrenza, abrogazione delle norme in contrasto
Il comma 1, Art.2, DL 223/06 enuncia i principi generali a cui deve essere uniformata la libertà di concorrenza nell'ambito della libera circolazione dei servizi professionali, stabilendo che l'articolato in esame deve essere formulato:
1) in conformità:
• al principio comunitario di libera concorrenza,
• al principio di libertà di circolazione delle persone e dei servizi,
2) con lo scopo:
• di assicurare agli utenti un'effettiva facoltà di scelta nell'esercizio dei propri diritti e
• di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato.
Nell'ambito di tali principi e con lo stesso decreto si da inizio al processo di semplificazione e di liberalizzazione più volte sollecitati in ambito comunitario.
Con il comma 1 si enuncia in maniera decisa, che dalla data di entrata in vigore di tale decreto n.223/06, il 4 luglio 2006, devono considerarsi abrogate:
• tutte le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali,
a) l'obbligatorietà delle tariffe professionali,
b) il divieto della pubblicità,
c) il divieto di fornire servizi professionali dalle società di persone e dalle associazioni fra professionisti.
Dunque l'obiettivo dell'articolo 2 del "decreto Bersani 2" (il "decreto Bersani 1", come si dirà, risale al '97), è quello di ridimensionare la disciplina delle tariffe professionali, della pubblicità e delle società multidisciplinari, con lo scopo precipuo di rendere i servizi professionali più competitivi, proiettandoli verso una maggiore conoscenza (pubblicità) delle prestazioni che l'utenza intende chiedere, la libertà di poter scegliere i servizi professionali in ambiti organizzativi multidisciplinari, nonché la possibilità di "contrattazione" il servizio (senza limiti di tariffe) con la controparte professionale.
Di seguito passiamo in rassegna alle singole nuove discipline.

3. Esclusione delle professioni in ambito Servizio sanitario nazionale
Il comma 2, dell'art.1, tenuto conto della delicatezza e della complessità dell'esercizio delle professioni mediche:
• reso nell'ambito del Servizio sanitario nazionale,
• in rapporto convenzionale con il Servizio sanitario nazionale (ad esempio, servizi "intra menia"),
come disciplinato da normative nazionali, regionale e interne, viene escluso dalla nuova disciplina, lasciando quindi inalterati:
• l'obbligatorietà delle tariffe professionali, minime, fisse e massime,
• il divieto della pubblicità,
• il divieto di fornire servizi professionali da parte delle società di persone e delle associazioni fra professionisti.

4. Abrogazione del divieto di società e associazioni professionali
Il comma 2 dell'articolo 2 del DL 4 luglio 2006 n. 223 alla lettera c), ha inteso eliminare, come si legge nella relazione di accompagnamento, "l'anacronistico divieto di erogare servizi professionali utilizzando la forma della società di persone o quella della associazione tra privati, divieto che oltre tutto penalizza i professionisti italiani che sono costretti a subire passivamente la concorrenza di società di professionisti provenienti da altri Paesi europei".
Infatti dal 4 luglio 2006, data di entrata in vigore del DL 223/2006, sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali:
• il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di:
1. società di persone (ss, snc, sas; resta il divieto per le società di capitali),
2. associazioni tra professionisti (Legge n. 1918/39),
fermo restando che:
a. l'oggetto sociale relativo all'attività libero-professionale deve essere esclusivo,
b. il medesimo professionista non può partecipare a più di una società,
c. la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.
In sostanza quello che non è stato fatto nei 10 anni trascorsi dopo l'abolizione del divieto di costituire studi professionali associati di cui all'art. 24 della legge 7 agosto 1997, n. 266 ("decreto Bersani 1"), è stato fatto d'impero con una manciata di righe dallo stesso Ministro attraverso il DL 4 luglio 2006 n. 223 ("decreto Bersani 2") qui in commento.
Le società professionali, come evidenzia l'Authority, è uno strumento idoneo a potenziare l'attività dei professionisti, nell'attuale contesto di globalizzazione specie nella fornitura di particolari servizi, quali la consulenza legale, societaria, contabile, fiscale, progettuale, solo per fare qualche esempio, senza con ciò far venire meno le garanzie connesse alla precisa imputabilità personale degli atti necessari alla prestazione del relativo servizio.
La liberalizzazione dell'esercizio delle attività professionale sotto forma di società di persone, a voler essere obiettivi, era già di fatto operante, seppur con qualche incertezza di applicazione, mentre alcune categorie professionali sono già da tempo disciplinate in tal senso con apposita normativa, come quelle degli ingegneri e degli avvocati.
Infatti, come diffusamente trattato, il divieto di costituzione di società professionali multidisciplinari era già stato rimosso con l'art. 24 della legge 7 agosto 1997, n. 266 ("decreto Bersani 1"), avendo abrogato il primo comma della legge 23 novembre 1939, n. 1815, che appunto vietava, latu senso, il costituirsi di società tra professionisti, inserendo però nel successivo art. 2, la previsione di una serie norme attuazione «Ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, il Ministro di grazia e giustizia, di concerto con il Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato e, per quanto di competenza, con il Ministro della sanità, fissa con proprio decreto, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, i requisiti per l'esercizio delle attività di cui all'articolo 1 della legge 23 novembre 1939, n. 1815». Provvedimenti che al momento della promulgazione del DL 223/06 ("decreto Bersani 2") non erano ancora stati emanati.
Questa disposizione, a dire di chi scrive (1), deve intendersi abrogata, a partire dal 4 luglio 2006, per effetto dell'art.1, lettera c) del DL 223/06 ("dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali... c) il divieto di fornire servizi professionali dalle società di persone e dalle associazioni fra professionisti", ovviamente restano in essere i decreti di attuazione per quella parte non toccata dalla norma in commento, vale a dire le società diverse dalle società di persone: le società di capitali.
Contrariamente al passato, non esistono più divieti di fornire servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti. Più professionisti appartenenti a diversi settori (commercialista, notaio, tributarista, architetto, avvocato, consulente del lavoro, giurista d'impresa, amministratore di condomini, ecc.) - società multidisciplinari - potranno identificarsi nello scopo di un'unica società professionale per offrire le rispettive prestazioni sulle esigenze specifiche del cliente, oppure nell'ambito dello stesso settore ma con specializzazioni diverse come ad esempio nel campo dell'odontoiatria sarà possibile costituire centri che erogheranno servizi sanitari multiformi (ad esempio, odontoiatria, chirurgia estetica, medicina omeopatica, ecc.), oppure semplicemente più professionisti dello stesso settore, ma con diverse specializzazioni - società monodisciplinari - (più commercialisti, esperti chi in contenzioso, chi in societario e cosi via).
Esaminiamo ora di seguito i presupposti oggettivi e soggettivi richiesti con estrema sintesi dalla novellata norma per il libero esercizio in forma collettiva delle attività professionali.

5. Presupposti soggettivi delle attività professionali collettive
Per quanto all'elemento soggettivo richiesto per l'esercizio collettivo delle attività libero professionali e intellettuali in forma collettiva, il comma 1 dell'articolo 2 del DL 4 luglio 2006 n. 223 alla lettera c), enuncia in via generica che l'attività potrà essere gestita, dopo l'abrogazione del divieto, sotto la forma giuridica di:
• società di persone,
• associazioni professionali.
Ovviamente rimane ancora, per converso, il divieto di esercizio delle attività professionale sotto forma di società di capitale (spa, srl, sapa e società cooperativa).
Non è questa la sede, ma una nota è indispensabile visto che riguarda la futura disciplina organica delle società tra professionisti (STP), cosi come enunciata nei principi guida della riforma delle professioni in discussione presso le Commissioni competenti.
Contrasto con i principi della bozza di la riforma delle professioni - Nel disegno di legge delega presentato dal Ministro della Giustizia Mastella, approvato in dicembre 2006, infatti si prevede:
"Nell'esercizio della delega, ferma restando la possibilità di esercitare le professioni intellettuali in forma societaria, in conformità alle disposizioni previste:
- dal codice civile e alla eventuale
- disciplina di settore,
il governo disciplina l'esercizio delle
- professioni riservate o
- regolamentate nel sistema ordinistico
anche in forma:
- societaria o
- cooperativa"...
Tra i principi a cui deve uniformarsi la delega risulta:
"prevedere che alla società possano partecipare:
a) soltanto professionisti iscritti in ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni, nonché cittadini degli stati dell'Unione europea purché in possesso del titolo di studio abilitante ovvero
b) soggetti non professionisti soltanto:
i. per prestazioni tecniche o
ii. con una partecipazione minoritaria
fermo restando il divieto per tali soci di partecipare alle attività riservate;".
Come si vede e come si può intuire, c'è una sensibile differenza concettuale tra la legge in vigore dal 4 luglio 2006, che prevede società - di persone - interdisciplinari senza alcun discrimine sulla qualifica dei soci, essendo sufficiente lo svolgimento esclusivo dell'esercizio di una attività libero-professionale e intellettuale, rispetto alla STP prevista nel disegno di legge che invece, in controtendenza, rimarca l'essenzialità di appartenenza ad un Ordine, e solo in via marginale accoglie i "non professionisti", intendendo, per tali tutti quelli che non sono scritti in Albi.
Le due norme dovranno per forza essere raccordate.

6. Società di persone
Il 1 comma dell'art.2 in questione, nel rimarcare in via definitiva l'abrogazione del divieto di costituzione di società professionali, circoscrive il soggetto alle "società di persone" in genere, intese per tali quelle regolamentate dal Titolo V, Capi I, II, III e IV del codice civile, vale a dire:
• Società semplici (ss);
• Società in nome collettivo (snc);
• Società in accomandita semplice (sas).
Per quanto alla società semplice governata dagli artt. 2251-2290 c.c., è una "vecchia" conoscenza delle società professionali; infatti, è tra le forme giuridiche l'unica che si presta per gestire sotto forma societaria le attività professionali e quindi libere di "fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare". Da ciò nulla di nuovo in riguardo alle abrogazioni in argomento, poteva svolgere attività professionale e potrà continuare seppur con qualche limitazione di cui si dirà.
La forma giuridica più significativa che viene coinvolta nelle prime mosse verso una riforma strutturata delle società professionali, è indubbiamente la società in nome collettivo (snc), di cui agli artt. 2291-2312 c.c. che meglio si presta, per la sua partecipazione esclusivamente personalistica, alla gestione e all'organizzazione di un'attività professionale.
Strutture aggregative aventi caratteristiche analoghe alla società in nome collettivo sono da tempo in vigore nello specifico settore delle "società professionali d'ingegneria" (L.109/94) - che prevede, per inciso, anche la forma di società cooperativa, ove i soci non devono essere necessariamente ingegneri -, nonché in quello riservato agli studi legali (società tra avvocati), regolato D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 96, ove si rimanda per quanto "non diversamente disposto, alle norme che regolano la società in nome collettivo di cui al capo III del titolo V del libro V del codice civile".
Infine, la figura più complessa e a composizione mista di persone e capitale, è rappresentata dalla Società in accomandita semplice (sas), come trattata dagli artt. 2313-2324 c.c. Secondo alcuni questa figura rischierebbe di essere considerata incostituzionale nei termini in cui una categoria di soci - quella degli accomandanti - è soggetta a limitazione di responsabilità.
Pur prestandosi facilmente, se non ben regolamentata, all'introduzione di quella componente di capitale anche se non proprio conforme al tipo di attività, si ritiene non necessariamente limitativo nelle responsabilità verso l'utenza, atteso che:
• la società non può svolgere attività commerciale e quindi non soggetta all'alea imprenditoriale ("l'oggetto sociale relativo all'attività libero-professionale deve essere esclusivo"),
• ogni socio-professionista (accomandatario) risponde personalmente della prestazione effettuata ("la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità").
Inoltre i soci di capitale, accomandati, non avendo alcuna interferenza gestionale, non farebbero venir meno la vigilanza dell'ordine sul professionista che opera all'interno della società.
La società di persone in oggetto sotto il profilo giuridico sono imprese commerciali e quindi in quanto tali, ad esclusione della società semplice, non potrebbero tout court svolgere attività diversa. Secondo la dottrina esiste uno "spazio vuoto" tra le imprese commerciali e quelle agricole di attività che non rientrano né nella definizione dell'art. 2135 c.c., né in quelle dell'art. 2195 c.c., come ad esempio, le attività minerarie, che producono beni senza trasformare materie prime; le attività professionali ed altre. Tali imprese societarie eserciterebbero una c.d. "impresa civile", che secondo parte (minoritaria) della giurisprudenza e della dottrina, rappresenterebbe un tertium genus rispetto a quella dell'impresa commerciale e di quella agricola.
Il Consiglio Nazionale Forense si chiede se il decreto Bersani in argomento incida sulla disciplina delle loro STP, di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 96, approvato in attuazione della direttiva 98/5/CE, tenendo a mente che l'art. 16, comma 1, dispone "l'attività professionale di rappresentanza, assistenza e difesa in giudizio può essere esercitata in forma comune esclusivamente secondo il tipo della società tra professionisti, denominata nel seguito società tra avvocati". Pare, prosegue il Consiglio Nazionale Forense, che la norma indicata si ponga come legge speciale, rispetto alla disciplina generale, escludendo che l'attività di rappresentanza e difesa giudiziale, che è oggetto di tutela costituzionale, possa essere esercitata in forma societaria diversa da quella delle STP.
Se così fosse, l'art. 1 del decreto convertito, avendo portata generale, non potrebbe derogare la disciplina speciale e avrebbe il solo effetto di consentire l'esercizio, in forma di società, multidisciplinare della sola attività di consulenza.
Significativa comunque la norma di chiusura e di rinvio della Legge 96/01, "ove non diversamente disposto, dalle norme che regolano la società in nome collettivo di cui al capo III del titolo V del libro V del codice civile".

7. Socio con unica partecipazione
La norma in argomento prevede che la società di persone dovrà essere composta solo da professionisti che svolgono attività libero-professionale e che ognuno di essi non faccia parte di altre società o associazioni professionale ("che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società"), non solo, ma ciascuno sarà responsabile della propria attività svolta ("la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità").
Sicuramente è un limite far parte di una sola società, ma è anche da dire che essendo un'attività personale di norma impegnativa anche sotto il profilo temporale e che far parte di più realtà societarie potrebbe creare conflitti d'interessi, la scelta del legislatore non è fuori luogo.
Ciò però non vuol dire che assieme alla partecipazione in una società non si possa contemporaneamente svolgere anche l'attività individuale.

8. Associazioni tra professionisti
In riguardo a questa forma collettiva di gestione delle attività professionali, si fa riferimento alla Legge n. 1815 del 23 novembre 1939, a cui si rinvia per quanto alla costituzione, organizzazione e gestione.
La struttura dell'associazione rimane inalterata, ma per effetto della formulazione adottata nel DL 223/06, che ne definisce genericamente l'oggetto sociale come "relativo all'attività libero-professionale", si discosta notevolmente da quanto più specifico era dettato dalla normativa originaria ove l'oggetto dell'attività era legato a specifiche qualifiche del professionista che doveva essere, "munito dei necessari titoli di abilitazione professionale, ovvero autorizzato all'esercizio di specifiche attività in forza di particolari disposizioni di legge".
Pertanto in futuro chiunque svolge una qualsiasi attività professionale potrà liberamente aggregarsi con altri professionisti, a prescindere o meno da abilitazione, titoli e quant'altro.
Come vedremo più avanti, cambiano invece alcuni fattori oggettivi tali da produrre sostanziali modifiche alla compagine associativa e ciò in deroga allo scopo per cui le associazioni erano state concepite e se ne intuisce le ragioni.

9. Associato con unica partecipazione
La norma in argomento prevede anche per le associazioni che debbano essere composte solo da professionisti che svolgono attività libero-professionale e che ognuno di essi non faccia parte di altre società o associazioni professionale ("che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società") la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.
Sicuramente è un limite far parte di una sola associazione, ma è anche da dire che essendo un'attività personale di norma impegnativa anche sotto il profilo temporale e che far parte di più realtà associative potrebbe creare conflitti d'interessi, la scelta del legislatore non è fuori luogo.
Ciò però non vuol dire che assieme alla partecipazione in una società non si possa contemporaneamente svolgere anche l'attività individuale.

10. Società di capitale
Come anticipato, il decreto in commento non ritiene intervenire sull'abrogazione del divieto di costituire società professionali sotto forma di società di capitali (srl, spa, sapa, società cooperativa).
La questione dei soci di capitale nelle società professionali (con unico oggetto le prestazioni libero professionali e intellettuali) è un argomento da sempre discusso, in particolare dopo il "decreto Bersani 1" (DL 266/97), con tante avversioni, ritenendo che la partecipazione del capitale in siffatte società ne compromettano la trasparenza.
Il Garante per il mercato e la concorrenza non ritengono tale chiusura propriamente corretta, partendo dal fatto che si possa valutare la possibilità di interpretare i principi sopra esposti alla luce dell'evoluzione del settore, al fine di ricondurli non tanto all'obbligo del professionista di eseguire direttamente la prestazione, ma facendone piuttosto derivare l'obbligo per il professionista medesimo di assumere la direzione e la responsabilità dell'erogazione del servizio. In tal modo, prosegue l'Authority, potrebbe essere consentita la partecipazione alle società di professionisti anche a soggetti che non prestano il servizio. Simili soluzioni non farebbero venir meno la vigilanza dell'ordine sul professionista che opera all'interno della società, nella misura in cui si consentisse la partecipazione di soci di capitale in misura limitata, prevedendo che la maggioranza del capitale sociale e dei voti sia comunque detenuta dai professionisti che esercitano la professione all'interno della società.
La forma di società di capitali resta sempre valida per le gestione collettiva dei mezzi necessari per l'esercizio individuale di più professionisti (vedi "Società di mezzi").

  Seconda parte >>

* * *
Note:
(1): Di diverso parere il Consiglio nazionale forense, in circ. n. 22/2006 (torna su).



Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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