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Rassegna stampa - Documento |
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Lo spirito liberale non soffia sul credito
di Alessandro De Nicola
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 30 gennaio 2012
Il decreto liberalizzazioni del governo Monti, che prevede alcune misure relative
al settore bancario, ad alcuni non è piaciuto perché inciderebbe troppo poco sulle
banche consentendo loro di continuare le loro pratiche anticoncorrenziali. Secondo
altri le regole emanate dall'esecutivo si connotano più per un certo dirigismo
proconsumatori che per un'effettiva spinta liberalizzatrice. Si potrebbe giungere alla
conclusione che, viste le critiche di segno contrario, la norma ha scelto un giusto
mezzo di aristotelica memoria. Vediamo allora di capirci qualcosa. Il decreto contiene
tre disposizioni che interessano le banche.
1) L'Abi, le associazioni dei prestatori di servizi di pagamento, la Poste
Italiane, il Consorzio Bancomat, le imprese che gestiscono circuiti di pagamento e le
associazioni delle imprese più significative a livello nazionale, devono definire entro
il prossimo 1° giugno, e applicare entro i tre mesi successivi, le regole generali per
assicurare una riduzione delle commissioni interbancarie a carico degli esercenti in
relazione alle transazioni effettuate mediante carte di pagamento "tenuto conto della
necessità di assicurare trasparenza e chiarezza dei costi", nonché di promuovere
l'efficienza economica nel rispetto delle regole di concorrenza.Entro i sei mesi
successivi all'applicazione delle misure, i Ministeri dell'economia e quello dello
sviluppo economico, sentite la Banca d'Italia e l'Antitrust, valutano l'efficacia delle
misure. In caso di mancata definizione e applicazione delle misure, le stesse sono
fissate con decreto ministeriale. La formulazione non è un granché. Si affida alle
imprese di trovare il modo di ridurre i costi salvaguardando la concorrenza: peccato
che un accordo di cartello di prezzi, anche al ribasso, difficilmente sia
proconcorrenziale. Se poi il cartello tarda o emana misure che non piacciono al
Ministero dell'economia (che si riserva il potere di "valutarle"), sarà quest'ultimo a
emanare un bel decreto. Ora, poiché nelle passate versioni del decreto si proponeva
semplicemente di mettere un tetto dell'1,5% alle commissioni pagate dagli esercenti,
è auspicabile che vengano recepiti i suggerimenti contenuti nella comunicazione
dell'Antitrust del 5 gennaio. Il Garante della concorrenza poneva in luce come interventi
normativi che fissassero dei tetti di prezzo sarebbero distorcenti mentre bisognerebbe
stimolare la concorrenza tra banche consentendo agli esercenti di negoziare prezzi
diversi a seconda del mezzo di pagamento. Inoltre, le banche dovrebbero rendere
trasparente ai negozianti il costo addebitato per ciascun circuito di pagamento anziché
applicare una cosiddetta merchant fee unica. Tuttavia si cammina sul confine impalpabile
tra regolamentazione dei comportamenti commerciali ed eliminazione di divieti: staremo
a vedere quali saranno le scelte.
2) I contratti di apertura di credito e di conto corrente in corso, entro 90
giorni devono prevedere, quali unici oneri a carico del cliente, una commissione
onnicomprensiva, calcolata in maniera proporzionale rispetto alla somma messa a
disposizione del cliente e alla durata dell'affidamento, e un tasso di interesse
debitore sulle somme prelevate. L'ammontare della commissione non può superare lo 0,5%
per trimestre della somma messa a disposizione del cliente. Tuttavia, mentre il rendere
trasparente gli oneri al cliente è una prescrizione sensata, stabilire un importo massimo
non funziona, perlomeno dai tempi dell'editto di Diocleziano, che nonostante avesse
stabilito la pena di morte per chi imboscava il pane a prezzo calmierato, alla fine fu
costretto a rimangiarsi il provvedimento. Se le banche non incassano da chi prende a
prestito, si rifaranno in altro modo, magari sui depositanti.
3) Le banche e gli intermediari finanziari, se condizionano l'erogazione del mutuo
alla stipula di un contratto di assicurazione sulla vita sono tenuti a sottoporre al
cliente almeno due preventivi di due differenti gruppi assicurativi. Non si capisce perché
mai le banche dovrebbero proporre dei preventivi sgraditi. Anzi, si rischia di
incoraggiare dei cartelli incrociati tra gruppi bancari ed assicurativi per una tacita
ripartizione del mercato. L'Antitrust aveva invece raccomandato di agire sul lato della
trasparenza da parte della banca nello spiegare i costi al cliente e la non
obbligatorietà dell'abbinamento.
Queste misure, in buona parte non sono delle vere e proprie liberalizzazioni in quanto
non aprono nuovi spazi alla concorrenza, ma cercano di imporre agli istituti bancari dei
comportamenti virtuosi, intendendosi per virtuoso una concessione di sconti a clienti ed
esercenti, incuranti del rapporto costi-benefici per la loro attuazione così come degli
eventuali aggiramenti delle prescrizioni attraverso il trasferimento di costi da un
servizio all'altro e da una tipologia di cliente all'altra. Cosa bisognerebbe fare,
allora? A me sembra che il problema delle banche italiane consista nei loro costi (che
poi ribaltano ai clienti); nella loro struttura proprietaria e di governance che o è
intrecciata o non promuove il mercato dei capitali di rischio e nelle loro interazioni
coi clienti caratterizzate da asimmetria informativa e ostacoli al cambiamento di
fornitore.
Partendo da quest'ultima caratteristica racconto un episodio recente: una giovane
brillante professionista lavora a Londra ma ha un conto corrente in Italia. Volendolo
chiudere, abituata come è in Inghilterra a fare tutto per telefono ed e-mail, telefona
alla propria filiale chiedendo cosa debba fare per terminare il rapporto. "Presentarsi di
persona", le viene detto. La lontananza non commuove il funzionario della banca, il quale
non avrebbe battuto ciglio se la correntista avesse svuotato il conto tramite operazione
online, ma non le consente di chiuderlo anche a fronte di raccomandata, invio della mamma
con procura, ordine per e-mail, eccetera. Basterebbe introdurre un principio di
portabilità del conto corrente al minimo costo e formalità per il cliente, per poi
lasciare all'Antitrust punire i comportamenti devianti. Il che non vuole dire che la
chiusura non comporti nessun esborso: se il correntista ordina un bonifico in
Turkmenistan per svuotare tutto, è giusto che la banca si faccia pagare il servizio ma
non che ponga ostacoli inutili. La trasparenza deve essere massima e concisa: occorre che
i Patti Chiari rendano comparabili i costi dei servizi offerti, cosa che non è
semplicissima.
Passiamo alla struttura proprietaria. Da quando Draghi subentrò a Fazio, la difesa
dell'italianità delle banche non è più un dogma e alcuni dei nuovi protagonisti francesi
si sono dimostrati efficienti. Tuttavia, come aveva avvertito l'Antitrust, rimane molto
da fare. In primis bisogna accentuare le norme sui conflitti di interesse impedendo che
le stesse persone siedano non solo in consigli di più banche, ma di banche da una parte
e Sgr o assicurazioni possedute da altri istituti. Poi bisogna mettere mano al capitolo
degli assetti proprietari delle banche popolari, che con il principio una testa un voto
rendono difficile la loro contendibilità e il controllo del mercato sull'operato dei
manager. Infine, sarebbe utile allentare i poteri discrezionali che la stessa Banca
d'Italia, in nome della stabilità, ancora ha nell'ammettere l'ingresso di soci
all'interno delle compagini azionarie. Sarebbe necessaria altresì l'eliminazione delle
norme che hanno consentito di allentare la passivity rule (obbligo per il management di
non innalzare difese in caso di acquisizioni) e di rafforzare la presa degli azionisti
di controllo portando dal 10 al 20% il tetto di acquisto di azioni proprie e dal 3 al 5%
la percentuale di azioni che il socio con più del 30% può acquistare senza dover lanciare
l'Opa.
Il sistema paese impone dei costi al sistema bancario che poi si riversano sulla
clientela. Oltre a quelli derivanti dalla rigidità del mercato del lavoro e degli accordi
contrattuali con i lavoratori, che negli ultimi anni si sono un po' allentate, basti
pensare alle spese che si generano ogni qualvolta si deve aprire un conto corrente a
causa di tutta la produzione documentale necessaria ai fini antiriciclaggio ed antifrode,
quando sarebbe possibile evitarla se gli stessi dati fossero disponibili su un database
pubblico come avviene in Gran Bretagna o negli USA. Da tempo è in corso un lavoro
dell'Ufficio centrale antifrode del Ministero del Tesoro per costituire un archivio
informatizzato: prima ci si arriverà, meglio sarà. Altri costi di sistema tutti italiani
sono la lentezza assurda della giustizia civile e... le rapine in banca. Esatto, il 50%
delle rapine in Europa avviene in Italia. Insomma, cercando di non cadere nel famoso
benaltrismo, per il sistema bancario le ricette per una maggior efficienza e benefici
per il consumatore non sono diverse dal solito: trasparenza, concorrenza tra banche,
concorrenza per la proprietà, ordinamento giuridico flessibile e una pubblica
amministrazione efficace.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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