Ma i signori del credito globale sono uniti contro la riregulation
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 1 febbraio 2010
Quattromila miliardi di svalutazioni nei bilanci e 34 milioni di posti di lavoro
bruciati. Se questo è il costo gigantesco ancorché incompleto di questa maledetta
crisi e se gli agenti della crisi sono state le banche, qualcosa su quel fronte
si dovrà fare. Il problema è cosa. L'opinione pubblica vuole che siano punite, i
regolatori vogliono che siano stabili e controllabili. I banchieri, non sapendo
come andrà a finire, sono in trincea. A Davos ci sono tutti quelli che contano e
si riuniscono in continuazione. Giovedì sono stati a discutere, banchieri europei,
americani e giapponesi, fino a mezzanotte. Il problema è che hanno interessi
diversi, non solo gli europei dagli americani o dai giapponesi, ma Citigroup e
BankAmerica da Goldman Sachs e tutti quanti da JP Morgan. I banchieri inglesi
hanno visioni e anche interessi diversi da quelli spagnoli, che li hanno diversi
da francesi, tedeschi o italiani, che a loro volta li hanno diversi tra di loro.
Le ipotesi di regolamentazione sul tappeto, da Basilea III al piano Volcker, non
piacciono a nessuno, ma non per le stesse ragioni.
Il minimo comune denominatore è l'ostilità alla riforma e l'accusa di populismo a
Obama, reazione che la vecchia volpe della finanza George Soros definisce
«infelice». Ma in cuor loro i banchieri sanno che qualcosa si dovrà fare e lo
accettano. «Non possiamo pensare che il mondo si sviluppi senza finanza, dobbiamo
ricostruire una buona finanza che sia utile all'umanità», ammette Stephen Green,
presidente di HSBC. Ma pesa l'incertezza: Basilea III è ferma allo stadio di
documento di discussione che lascia il campo aperto. Se l'interpretazione sui
requisiti di capitale sarà la più rigorosa un bel numero di banche europee si
troverà senza equity. Compresi istituti del calibro del Credit Agricole o del
Monte Paschi. Ma l'ipotesi più rigida è improbabile e allora dove si fermerà
l'asticella? Preoccupa i banchieri la disponibilità dei mercati a sottoscrivere
gli aumenti di capitale che Basilea III richiederà. «Non si può dire al mercato
che un ritorno sul capitale delle banche del 14-15% è troppo alto e poi aspettarsi
che ci sia la corsa a comprare azioni», commenta un banchiere a fine serata.
La sensazione che hanno è di essere accerchiati. «Pensavo che il punto peggiore di
impopolarità l'avessimo toccato all'inizio del 2009 - dice un altro - ma in
questo inizio 2010 è ancora peggio». Gli europei ce l'hanno con gli americani:
«La situazione si stava normalizzando poi i bonus hanno acceso il falò che ora ci
sta arrostendo. Senza guardare caso per caso, si nota l'insensibilità politica.
Alla fine di un anno che ha portato la disoccupazione al 10%, come si fa a
distribuire quei bonus e pensare che l'opinione pubblica non reagisca? O i nostri
amici americani sono ingenui o sono arroganti, e mi sembra che ingenui non siano».
Il tenore dei commenti è questo. Tutti sapevano che il momento della riforma sarebbe
arrivato, ma avrebbero preferito tempi e modi diversi. Il sistema bancario è
ancora sotto stress, le svalutazioni delle attività finanziarie non è finita e
quella delle attività creditizie (le sofferenze) è appena cominciata. Il rapporto
con l'economia si avvicina al momento più difficile: questa primavera le aziende
debitrici presenteranno i bilanci 2009, che saranno spesso pessimi, e le banche
dovranno rivedere l'esposizione alla luce dei nuovi dati. Dovranno ritirare il
credito o aumentarne il costo e comunque mettere da parte a fronte di crediti
diventati formalmente più rischiosi, una fetta maggiore di capitale.
E' un problema serio perché quando l'economia tirerà di più e le imprese avranno
bisogno di credito per finanziare gli ordini che finalmente saranno arrivati, le
banche faranno fatica a darglielo se avranno dovuto appostare più capitale a
fronte de crediti pregressi e se dovranno mettere fieno in cascina in previsione
dell'irrigidimento dei requisiti patrimoniali. Lo stesso vale per il piano Volcker.
Le banche stanno facendo soldi con il trading e con questi contano di
rimpannucciare i loro conti, e nel bel mezzo dell'operazione il grande saggio
viene a interrompere il gioco dicendo che il trading non va bene. «Il tempo è
sbagliato», dice Soros che pure è un sostenitore di Obama. «Le banche stanno
risolvendo i loro problemi di breve termine, non è il momento di metterle di
fronte ad una riforma di lungo termine». Robert Diamon, numero uno di Barclays, è
il numero uno nel trading sui titoli del Tesoro Usa e svolge la funzione di
mantenere il mercato liquido: «Vogliamo tassare anche questo?».
L'incertezza sulla portata degli interventi è cruciale. Emerge l'esigenza di
ridefinire il significato delle parole: la banca d'investimento dell'inizio degli
anni 90 era diversa da quella dei primi 2000 e quest'ultima diversa da oggi. A
quale si vuole tornare? «I clienti vogliono che noi offriamo una combinazione di
servizi da banca sia commerciale che d'investimento», dice Brian Moynihan, Ceo di
BankAmerica. Ma preoccupano i banchieri anche i modi in cui si arrivati a
quest'accelerazione: una riforma sotto la pressione dell'opinione pubblica
inferocita per i bonus ha più probabilità di essere punitiva e meno di affrontare
on equilibrio le cose che non vanno. Avrebbero preferito, i banchieri, che
arrivassero a maturazione le proposte del Financial Stability Forum guidato da
Mario Draghi, e non perché questo sia più tenero nei confronti delle banche ma
perché è un organismo tecnico meno esposto alle pressioni dell'opinione pubblica e
più orientato a trovare una soluzione tecnicamente equilibrata ai problemi di un
sistema pieno di interconnessioni come quello bancario e finanziario.
Il compito di portavoce più esplicito della campagna antiregulation se lo assume
Lord Levene, chairman dei Lloyd's: «Ringraziamo di cuore i signori Sarbanes e
Oxley, che con le regole che hanno imposto negli Stati Uniti hanno fatto fuggire
il business verso Londra, che è diventata la capitale finanziaria del mondo. La
lezione è che l'eccesso di regolazione non aumenta la stabilità mentre fa scappare
gli affari». Levene è stato appassionato ma poco convincente: solo il 12%
dell'audience del World Economic Forum di Davos ha ritenuto che la
sovraregolamentazione sia il principale rischio al quale andiamo incontro, il
50,7% ritiene che dobbiamo preoccuparci ben di più per debiti sovrani; il 37 teme
il riemergere del protezionismo.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|
 |
|