Ma senza credito la situazione diventa esplosiva
di V.D.C.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 novembre 2011
Accesso al credito, rilancio della domanda interna e internazionalizzazione: sono
queste le tre priorità su cui il nuovo governo deve subito intervenire per ridare
ossigeno alle piccole e medie imprese, che costituiscono la colonna vertebrale
dell'economia italiana. Stefano Micelli, professore di Economia all'Università Cà
Foscari di Venezia e autore di "Futuro Artigiano", è convinto che solo in questo
modo il nostro Paese può ripartire e risorgere dalle secchie in cui si trova. «La
situazione - dice - oggi è veramente grave, come dimostrano i dati contenuti
nell'indagine Barometro della Cna (che analizza la stato di salute delle Pmi nella
seconda parte dell'anno, ndr). Le imprese, superata la prima crisi, ora stanno
lottando per riuscire a sopravvivere anche alla seconda crisi. Ma, per farlo,
hanno bisogno di poter accedere al credito. Il governo, quindi, deve intervenire
da un punto di vista finanziario per agevolare questo processo». Nel contempo,
urge una politica che rilanci la domanda interna: «E'un tema centrale, soprattutto
per tutte le Pmi che lavorano nei servizi in Italia e che oggi sono ostaggio di un
mercato ingessato. Nasce da qui la necessità di avviare subito un piano di
liberalizzazioni e di riforme strutturali che, peraltro, sono contenute nel
Decreto Sviluppo». Dalla domanda interna all'internazionalizzazione: «Nel
Barometro - osserva Micelli - emerge che le imprese meno colpite dalla crisi sono
quelle che hanno saputo competere sui mercati esteri, attraverso la leva
dell'export. Però questa capacità deve essere accompagnata da una programmazione
che definisca un percorso in grado di assistere le imprese italiane nelle loro
missioni all'estero. Il primo passo sarebbe, quindi, quello di ripristinare l'Ice:
un struttura che, fino a quando non è stata soppressa, ha dimostrato di essere
utile ottenendo risultati importanti, come dimostra l'esperienza dell'Expo di
Shanghai dove l'istituto è stato tra i protagonisti». Sulla leva
dell'internazionalizzazione, Micelli insiste: «Nel corso degli ultimi dieci anni,
abbiamo assistito ad un cambio di mentalità da parte delle medie imprese italiane,
che si sono aperte con forza all'export. Negli ultimi due anni, inoltre, questo
processo ha coinvolto anche le piccole imprese, con un fatturato sotto i 50
milioni di euro, e le piccolissime, con un fatturato sotto i 20 milioni di euro.
La loro strategia imprenditoriale ha cambiato passo, nel senso che hanno avuto un
atteggiamento meno difensivista e più aggressivo. Abbiamo registrato, nell'ultimo
biennio, una chiara tendenza da parte delle Pmi italiane: quella di stringere
alleanze con imprese straniere. Questo ha aperto nuovi scenari dal punto di vista
della governance, costringendo molte aziende ad assumere dirigenti esterni che
hanno portato in dote una diversa cultura manageriale». Secondo Micelli, infatti,
è questa un'epoca di opportunità e rischi per l'artigianato italiano che si
confronta con un cambiamento di contesto globale le cui caratteristiche potrebbero
rivalutarne il carattere o spiazzarne la competitività. In sostanza, l'economista
ripete come una mantra un concetto: «L'artigiano sa fare, ma non sa dire quello
che sa fare». È il suo fascino ma anche la sua condanna, almeno nel contesto
industriale. «La globalizzazione ha cambiato le regole del gioco - sottolinea
Micelli - la conoscenza dell'artigiano, nella sua capacità di essere cultura,
creatività e personalizzazione, è complementare alla conoscenza del mondo
industriale, non antagonista». Un aspetto, questo, che ritorna in tutte le storie
raccontate da Micelli nel libro "Futuro Artigiano": storie che dimostrano quanto
sia grande il potenziale di sviluppo per gli artigiani italiani che operano in un
contesto globale.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|