Manager e laureati sono pochi gli sbocchi per chi sa "troppo"
di Andrea Rustichelli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 novembre 2011
Studiare nelle migliori facoltà, seguire corsi di specializzazione, magari prendere anche uno dei più rari
(e costosi) master. Sono gli imperativi che incombono sugli aspiranti studentimodello (e sulle famiglie che li
finanziano). Eppure, in un mercato del lavoro interno dove predominano le piccole imprese, una domanda sorge spontanea:
l'Italia valorizza i suoi laureati migliori, su cui pure ha investito denaro? Detto più brutalmente: studiare
tanto per fare cosa?
E' la grande questione del mismatching, cioè del mancato incontro tra i due attori del mercato dell'occupazione
qualificata: aziende e professionisti. Spesso sono le prime a lamentare la penuria di laureati, che pure è un problema.
Ma nell'Italia del conflitto generazionale tra lavoratori precari e lavoratori garantiti, capita anche di imbattersi
in un fenomeno paludato e sconcertante: si può rimanere disoccupati, in effetti, per "troppa" preparazione.
O, più spesso, una quota significativa di conoscenze rimane non utilizzata: si svolge da iper-laureati un'occupazione
che di per sé richiederebbe un diploma o al massimo una laurea breve.
Sotto accusa, nella mancata considerazione del "capitale della conoscenza", è principalmente l'angustia professionale
delle micro-imprese, ma non solo. «Le aziende qualificate, quelle in grado di valorizzare i giovani laureati ma
anche i manager con un'esperienza consolidata, sono meno di 100 mila. Un numero davvero esiguo, che dà la misura
della scarsa competitività del nostro paese», afferma Michele Tripaldi, presidente per il Lazio dell'Aidp,
l'Associazione italiana dei direttori del personale. L'Aidp Lazio, insieme ad altre realtà del mondo formativo e
imprenditoriale, ha appena dato vita a Movinsieme, Movimento interassociativo per lo sviluppo delle imprese e della
managerialità emergente.
Tripaldi punta il dito contro quella che definisce "cultura del bottegaio", in altre parole l'azienda gestita con
stampo familistico. «L'impresa padronale di stampo italico tradizionale - spiega - rappresenta il 97% delle aziende
nazionali. Un simile modello è servito forse nel dopoguerra, ma oggi annaspa e spesso chiude i battenti. Quando non
lo fa, non esprime una domanda di competenze qualificate: tra il 2007 e il 2009 sono usciti 10 mila dirigenti dal
circuito produttivo in Italia. Non sono più rientrati».
Incrociando i dati Istat e quelli Cerved 2009, citati dall'Aidp, il "nanismo" dell'impresa italiana è data da questa
foto di famiglia: su circa 6 milioni di aziende (partite Iva), soltanto 180 mila superano i 15 dipendenti. Il gruppo
si restringe a 25 mila, se si circoscrivono le imprese davvero attive e con dimensioni considerevoli. «Riteniamo che
oggi, a causa della crisi, questi dati siano peggiorati», osserva Tripaldi. «Ma sia chiaro: non vogliamo distruggere
la piccola impresa, vogliamo ripensarla e renderla più aperta. Uno strumento importante è rappresentato dalle
associazioni imprenditoriali, che in molti casi permettono al microimprenditore di uscire dall'isolamento: senza
capitale intellettuale, innovazione e managerialità non si va da nessuna parte. Competere solo sul costo del lavoro
è una battaglia persa in partenza ed è soltanto un incentivo alla delocalizzazione».
Un'angustia che non riguarda soltanto i piccoli. «Anche le grandi imprese - aggiunge Tripaldi - soffrono una cultura
della ristrettezza: espellendo i manager, abusando degli interinali, mettendo in atto un turnover che non consente il
consolidamento delle competenze interne. Occorre incentivare lo sviluppo, facendo leva su politiche fiscali e su un
sistema di finanziamenti pubblici, anche con i fondi comunitari, che premino le imprese più improntate all'espansione
e all'internazionalizzazione».
Secondo il recente rapporto Ires Cgil, Scenario della crisi: un mercato del lavoro sempre più atipico, tra il 2008 e
il 2010 il calo maggiore dell'occupazione dei laureati ha interessato fortemente imprenditori e dirigenti (47 mila,
-18,1%), mentre crescono di oltre il 30% i laureati che lavorano in professioni non qualificate.
«Il nostro tasso di laureati nella fascia di età 25-34 anni è uno dei più bassi dell'area Ocse: il 20%, mentre la
media è del 38%», afferma Andrea Cammelli, docente di statistica all'università di Bologna e direttore del consorzio
interuniversitario Almalaurea. «Dal censimento 2001 - aggiunge Cammelli - risultava che tra i dirigenti pubblici e
privati l'85% non aveva la laurea. Un dato clamoroso, che probabilmente quest'ultimo censimento correggerà.
Ma dà pur sempre la misura di un problema: spesso, in azienda, le competenze e i titoli fanno paura all'establishment.
Ma dobbiamo ribadire ai giovani che laurearsi conviene sempre: rispetto ai diplomati, i laureati hanno un tasso di
occupazione maggiore dell'11% e le loro retribuzioni lungo l'arco della carriera sono più alte del 50-55%».
Sulla grave emorragia dei talenti che fuggono all'estero, si sofferma Federmanager, che ha indirizzato una lettera
al neopremier Monti per incoraggiarne l'azione di risanamento. «Sottolineiamo la necessità di una maggiore attenzione
ai giovani: i temi della crescita industriale e della valorizzazione dei talenti vanno di pari passo», dice il
presidente Federmanager, Giorgio Ambrogioni. «Solo se le imprese investiranno in tecnologia e nei settori avanzati,
i giovani più preparati potranno finalmente trovare lo spazio per inserirsi. E prioritario è il tema della meritocrazia:
un principio che deve farsi metodo».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|