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  :: Rassegna stampa - Documento

I matti duri della Net Economy
di Carlo Formenti
Corriere Economia - Corriere della Sera
Lunedì 22 novembre 2004

Immaginate di essere uno storico del 2040 e di voler scrivere un saggio sulla New Economy negli anni '90: a quali fonti attingere? Ci sono i libri degli economisti dell'epoca, e gli articoli memorizzati negli archivi di giornali e riviste specializzate. Ma non basta: troppe opinioni e pochi fatti, mentre a voi piacerebbe esaminare business plan, analisi di mercato e altri documenti originali, onde farvi un'idea di prima mano sui motivi che hanno consentito a migliaia di startup di rastrellare miliardi di dollari per svanire subito dopo nel nulla. Purtroppo si presume che quei materiali - che spesso non sono arrivati ad assumere forma cartacea - siano andati dispersi nel naufragio delle società che li hanno prodotti. Invece no: i business plan di 2.300 startup (nate, vissute e defunte fra il 1997 e il 2002) sono (e resteranno) a disposizione di chiunque voglia studiarli sul sito Business Plan Archive (www.businessplanarchive.org). Ideatore del progetto - promosso dall'Università del Maryland - un professore di imprenditoria, David Kirsch, che in un'intervista al Washington Post ha dichiarato: «Vogliamo che gli imprenditori di oggi possano imparare dagli errori del passato». Per la verità, navigando nell'archivio (cui si accede con una semplice registrazione) si nota che mentre ogni impresa è associata a una scheda, non tutte le schede sono corredate da materiali (business plan, ricerche di mercato, circolari interne) e in certi casi questi ultimi sono accessibili solo ai ricercatori autorizzati. «Molti sono contenti di fornire la loro documentazione - spiega Kirsch - ma altri sono più reticenti: l'amarezza per l'insuccesso brucia ancora, è c'è la paura di apparire ridicoli». Così Kirsch, per ampliare la documentazione, ha lanciato un secondo progetto, Creative Destruction (www.creativedestruction.org), che offre la possibilità di raccontare le follie di quegli anni anche ai dipendenti: «La storia la scrivono le élite, ma a me interessa sapere anche cosa pensava la receptionist». In ogni caso basta scorrere la documentazione per rendersi conto che a rischiare il ridicolo sono, più degli imprenditori, i venture capitalist che hanno sborsato fior di milioni per finanziarli e gli investitori che si sono precipitati ad acquistare le azioni a qualsiasi prezzo, dando fiducia a modelli di business così raffazzonati e privi di logica. Vediamone alcuni esempi.
KaoticSpace.com: costruisci una rete di telescopi e poi manda online le immagini dello spazio profondo, lasciando che chiunque le scarichi liberamente. I quattrini? Semplice: basta convincere gli inserzionisti pubblicitari a sovrapporre i propri logo sulle immagini. Questa bella pensata ha raccolto 30 milioni di dollari dal venture capital, per tacere di quelli rastrellati al Nasdaq.
PartyShop: prova a fare una «vera» analisi di mercato: la popolarità dell'intrattenimento domestico presso la generazione dei Baby Boomers, unita alla normale esigenza di celebrare compleanni e altre ricorrenze, alimenta una domanda crescente di articoli per party. Si tratta di un mercato frammentato fra una miriade di dettaglianti nessuno dei quali può fornire l'intera gamma dei prodotti necessari a organizzare un party. Ergo: visto che la gente non ha voglia di perdere tempo a fare shopping (ma chi lo ha detto?), tutti acquisteranno online i pacchetti completi di PartyShop.
Qual è la più forte categoria demografica di consumatori, si domanda Mom.com? Ma ovviamente le mammine americane. Evitando progetti B2C (rinunciando cioè a vendere direttamente alle mamme), Mom.com si lancia nel B2B, cioè «vende le mamme» ad altre imprese commerciali, nel senso che vende ricerche di mercato sulle mamme (sicuri che non ci sia chi già lo fa per conto suo?) e indirizzi mirati (il focus è sulle donne fra i 24 e i 45 anni con figli sotto i 12 anni) per il direct mailing on line, e si propone di costruire community fra mamme, esperti di Mom.com e fornitori di prodotti e servizi.
Non meno campato in aria il progetto B2B di Gifted Solutions (Soluzioni Geniali): l'idea è quella di offrire alla gente un servizio gratuito di promemoria relativo a eventi come nascite, matrimoni, compleanni, anniversari, festività religiose, per poi segnalare alle imprese commerciali tali scadenze, in cui notoriamente aumenta la propensione all'acquisto, in modo che possano bombardare i consumatori con raccomandazioni di acquisto, offerte mirate di prodotti, shopping list, ecc. (da dove arrivano i soldi? Gifted Solutions trattiene una modesta percentuale su ogni transazione).
C'è poi l'ardita equazione di Gazelle.com: quello delle calze da donna è un mercato da 13 miliardi di dollari, le calze sono prodotti facili a spedire e hanno un ciclo breve di vita, entro dieci anni tutte le calze verranno vendute online (per risparmiare tempo: nessuno prende mai in considerazione l'idea che esiste anche il piacere di scegliere e acquistare il prodotto in un negozio), Gazelle è arrivata per prima, ergo...
Per concludere, c'è lo iettatorio progetto di Final Thoughts (Pensieri Terminali): aggregare in un unico affidabile brand tutti i prodotti e servizi che compagnie assicurative, studi notarili, ospedali e pompe funebri offrono ai clienti gravemente malati o molto avanti negli anni, garantendo a chiunque di realizzare al meglio le sue ultime volontà, rendere più piacevoli gli ultimi mesi di vita, ricevere supporto morale da chi sta vivendo lo stesso tipo di esperienza (il progetto di community non manca mai, ma nessuno si preoccupa di verificare se esista qualcuno disposto a entrarci...).

* * *

Chi è
Prima di diventare professore universitario, David Kirsch è stato a sua volta un giovane imprenditore della New Economy, fondando una dot.com che realizzava siti per campioni sportivi. La società chiuse i battenti all'inizio del 2001, prima di compiere il proprio esordio in Borsa. Attualmente insegna entrepreneurship alla Robert H. Smith School of Business dell'Università del Maryland. Il suo progetto di documentazione sull'era della bolla speculativa della Net Economy si articola su due siti, il Business Plan Archive sponsorizzato da Internet Archive, Center for History and New Media e Library of Congress - e il Creative Destruction, che raccoglie centinaia di interviste e testimonianze non solo di manager ma anche di impiegati e dipendenti.

I dieci errori da non ripetere
In una pagina del sito Business Plan Archive, dopo una considerazione in merito all'importanza della bolla speculativa di Internet, classificata come "uno dei maggiori eventi economici degli ultimi decenni", e alla necessità che lo studio degli errori commessi in quegli anni impedisca di ripeterli, viene proposto il "decalogo" che riassumiamo qui di seguito:
• Nulla cambia dall'oggi al domani: l'errore più grave degli investitori è stato quello di sovrastimare massicciamente la velocità con cui il mercato avrebbe adottato le innovazioni proposte dalle dot.com.
• Il nuovo non rimpiazza il vecchio: la storia ha ripetutamente dimostrato che le innovazioni non sostituiscono quasi mai i vecchi prodotti, ma piuttosto si ricavano una nicchia nel mix di prodotti esistenti.
• Presto e male: i tempi di esordio sul mercato sono stati quasi sempre anticipati (tipico il caso delle società di entertainment nate prima che si diffondesse la banda larga).
• Poche idee davvero "creative": gran parte dei progetti mirava semplicemente a "trasferire" su Internet modelli di business che già esistevano off line (senza sfruttare il potenziale interpretativo della rete).
• Effetto gregge: anche gli investitori più accorti si sono lasciati trascinare dall'euforia generalizzata, senza ragionare con la propria testa.
• Gratuito uguale folle: l'idea che bastasse offrire prodotti e servizi gratuiti per aggregare grandi comunità di utenti, e che il modo di fare soldi si sarebbe trovato successivamente, si è dimostrata fallimentare.
• Internet non è la Tv: molti hanno tentato di usare Internet (un media tipicamente narrowcast, rivolto cioè a un arcipelago di pubblici di nicchia) come la Tv, per raggiungere un pubblico ampio quanto indifferenziato.
• Il rilancio uccide: l'idea che si dovesse chiedere quanto più possibile agli investitori per essere "presi sul serio" (e la simmetrica tendenza degli investitori a non disperdere piccole somme su molte start up) ha moltiplicato le perdite.
• Pochi soldi, poca pazienza: molti disastri sono nati da modelli di business che richiedevano di costruire contemporaneamente una massa critica di venditori e di acquirenti. Ma per ottenere ciò occorrono tempo, pazienza e risorse finanziarie.
• Previsioni sbagliate: gli errori più gravi sono nati da errate valutazioni sulla velocità e sulla direzione dello sviluppo. Per evitare che ciò si ripeta occorre affinare i metodi di previsione.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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