Mercati, le 5 priorità dimenticate ma ora è la politica a voler comandare
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 gennaio 2010
«Quando eravamo nel bel mezzo della tempesta finanziaria c'è stata un'alleanza
tra politici e banchieri centrali. In quel momento si stava discutendo su come
dare più potere alle banche centrali. In Europa, ad esempio, il Rapporto De
Larosière dava uno spazio importante alla Bce. Ma ora che la crisi è lontana
dalle prime pagine dei giornali, i politici stanno riconsiderando tutta la
questione». Donato Masciandaro, direttore del Dipartimento Economia della Bocconi
e del Centro Paolo Baffi sulla regolamentazione finanziaria, è abbastanza
preoccupato. «Se non si correggono gli errori di regolamentazione che hanno
portato alla grande crisi il peggio potrebbe ripetersi».
Professor Masciandaro, anche in Italia i politici tendono a riconsiderare
l'autonomia delle banche centrali. Nella lunga intervista al Sole uscita la scorsa
settimana anche il nostro ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha chiaramente
fatto comprendere il suo pensiero: la politica deve prevalere sulle autorità di
controllo.
«Sì, ma non è soltanto una questione italiana. Questo ritorno della politica sta
avvenendo un po' in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, sia tra i
Repubblicani che tra i Democratici ci si sta domandando quando debba essere
autonoma la Federal Reserve».
E in Europa?
«Anche qui ci sono fermenti in tal senso. Nel progetto De Larosiere la Bce aveva
un ruolo chiave nel progetto di supervisione delle attività finanziaria. Da quando
il progetto è approdato in Commissione, il ruolo della Bce è stato ridimensionato.
Ma non è tutto".
Che altro c'è?
«Proprio qualche giorno fa il Parlamento europeo ha chiesto di scegliere tre
membri del Comitato esecutivo della Bce. In Italia, oltre all'intervento di
Tremonti, bisogna registrare l'iniziativa della VI Commissione guidata dal
professor Baldassarri che sta portando avanti un'indagine conoscitiva».
Mi sembra di capire che così ci allontaniamo da una rapida soluzione di quei
nodi che hanno causato la tempesta finanziaria. Ma perché?
«Per due ragioni. La prima è che la politica fa un'analisi costi/benefici della
regolamentazione. Il politico è abituato a muoversi soltanto se ha un ritorno di
consenso. Tutti i cittadini americani ed europei hanno riscoperto in questo
frangente i benefici della stabilità finanziaria. Il politico, dunque, si è
interessato della questione e si propone come colui che risolverà ogni problema.
Così dunque si susseguono gli annunci (faremo, faremo, faremo) e i meeting ma
intanto il tempo passa».
E qual è la seconda ragione?
«Stanno tornando a farsi forti gli interessi privati. E ce ne sono almeno due. Da
una parte l'industria finanziaria, che tende logicamente a mantenere la maggior
libertà possibile. Dall'altra c'è l'interesse delle burocrazie di controllo a non
veder messo in discussione il potere fin qui accumulato e quindi a non veder
ridisegnato il sistema».
Ma che cosa si dovrebbe fare per ridare credibilità al sistema finanziario
internazionale?
«Ci sono almeno cinque lezioni che abbiamo imparato dalla crisi. Tutti problemi
che non sono stati risolti, nonostante il gran parlare che se n'è fatto».
Cominciamo dalla prima.
«La prima è che precedentemente alla crisi sono stati creati dei nuovi mercati,
quelli dei derivati, che sfuggivano alla regolamentazione. A un certo punto non si
è più compreso dov'era il rischio perché il sistema finanziario internazionale era
caratterizzato da un parte opaca».
Ci faccia qualche esempio.
«Ad esempio, Abs e Cds. Il derivato nasce in origine per coprire un rischio ma
può anche diventare strumento di assunzione del rischio e in questo caso non
viene trattato su mercati regolamentati. Inoltre, viene trattato da operatori che
restano ignoti. Infine, non si sa neanche quanti derivati sono stati creati e
scambiati. In conclusione: sappiamo che c'è un'assunzione di rischio ma non
sappiamo chi l'ha assunto e per quale importo. Da qui è possibile trarre la prima
lezione».
Quale?
«Non c'è stato un eccesso ma un difetto di regolamentazione».
Andiamo avanti con la seconda lezione.
«Sono mancate regole corrette sugli intermediari creditizi. La crisi ha mostrato
che i coefficienti di capitale delle banche sono disegnati male e sono pochi».
Perché disegnati male?
«Perché hanno la caratteristica di essere prociclici e dunque accentuano le crisi
finanziarie quando si palesano. Poiché il coefficiente di capitale è legato al
rischio, quando è arrivata la crisi le banche avrebbero avuto bisogno di più
capitale e si sono poi trovate in difficoltà».
E perché sono pochi?
«Fino alla crisi si era sempre trascurato il rischio liquidità. Guardiamo cos'è
successo: nei mesi della crisi i prestiti interbancari sono schizzati alle stelle
perché ciascuna banca non si fidava delle altre. Con la conseguenza che un
istituto di credito, magari sano, rischiava di saltare soltanto per un problema
di liquidità. L'illiquidità poteva trasformarsi in un problema di insolvibilità.
E' quel che è accaduto a molte banche americane e ad alcune banche europee, mentre
quelle italiane, non a caso, non sono state colpite da crisi di fiducia».
Qual è la terza lezione che abbiamo imparato?
«La terza lezione è che la vigilanza va riformata. Il sistema finanziario
internazionale non può essere sorvegliato da sistemi di controllo "balcanizzati",
ovvero frammentati e spezzettati fra tante autorità. Ciò vale si per gli Usa che
per l'Europa».
Ma negli Stati Uniti non c'è la Federal Reserve?
«Sì, ma ci sono 50 Stati, ognuno con un suo sistema di vigilanza, più un livello
federale. In tutto ci sono più di 100 autorità di controllo. Ciascun intermediario,
ad esempio, banca o assicurazione, può scegliere se accettare la vigilanza a
livello statale o a livello federale. In Europa si verifica qualcosa di simile.
Abbiamo creato la Ue, che ha come obiettivo un grande mercato unico, mentre il
mercato finanziario è soggetto ad autorità di controllo a livello statale».
Ma non c'era il progetto di un'autorità di controllo sovranazionale?
«Sì. Purtroppo, però, è nato morto».
Professor Masciandaro, passiamo alla quarta lezione che secondo lei abbiamo
avuto dalla crisi.
«Bisogna ripensare il trattamento fiscale. In un mercato globale ogni opportunità
di profitto, anche quella che può derivare da differenze fiscali, può essere
sfruttata. E' un meccanismo di competizione verso il basso, cioè verso i paesi con
regolamentazioni più dolci o addirittura nulle. Si pensi a quanti paradisi fiscali
finanziari ci sono. Anche su questo fronte non si è fatto nulla».
La quinta e ultima lezione?
«Riguarda le regole contabili. In un mercato globale dovrebbero essere uguali».
Ma per questo non c'è lo Ias?
«Sì, c'è questo organismo internazionale che cerca di armonizzarle. Ma un conto è
disegnare queste regole, un altro metterle in atto. Durante la crisi si è vista
una palese disparità di trattamento perché gli Stati non li hanno interpretati
allo stesso modo».
Scusi, professore, tutte le cose che dice sembrano molto sensate. Ma queste
"lezioni" che abbiamo imparato e le misure conseguenti che finora non sono state
messe in atto sono frutto di una sua analisi o sono condivise?
«C'è un sostanziale consenso espresso in tutte le sedi internazionali su questi
cinque punti, dalla Banca dei regolamenti internazionali al Financial Stability
Board, dalla Ue al Fondo Monetario internazionale per finire alla World Bank».
Però non succede niente.
«Ne abbiamo già parlato prima quando abbiamo visto che la politica ha avocato a
sé la risoluzione di questi problemi».
Se non si risolvono questi problemi la crisi può ripetersi?
«Sì, anche se in modo diverso. Le cose non si ripetono mai alla stessa maniera».
L'Italia ha qualche ragione in più per preoccuparsi?
«No. Sulla crisi ci siamo mossi meglio degli altri. Per due ragioni: la natura
non aggressiva delle nostre banche e la maggiore attenzione delle nostre autorità
di vigilanza. Ma il nostro sistema di controllo è comunque obsoleto e dovrebbe
essere cambiato».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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