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Mercato finanziario, il sogno proibito
di Alberto Ronchetti
Il Sole 24 Ore
Lunedì 29 settembre 2003

Un rapporto di amore e odio. I piccoli e medi imprenditori italiani sono comunque soddisfatti - sia pure di stretta misura, al 53% - dei servizi offerti loro dalle banche, secondo una indagine elaborata l'anno scorso dalla Commissione europea, ma si lamentano anche per le difficoltà cui vengono sottoposti ogni volta che chiedono l'accesso al credito bancario. E hanno ben ragione: le aziende più piccole (fino a 7.5 milioni di euro di fatturato annuo) nel 2000 hanno pagato mediamente oneri finanziari netti pari al 2.18% della cifra d'affari, contro l'1.30% delle imprese con fatturato compreso fra i 50 ed i 250 milioni e l'1.40% di quelle oltre i 250 milioni.
Inoltre, si legge in un recente studio dell'Isae sui vincoli finanziari allo sviluppo delle Pmi, nella struttura del passivo delle imprese più piccole il debito verso le banche per per il 25.9% (dati 2000), una percentuale doppia rispetto al 13.8% che si registra per i gruppi di maggiori dimensioni. Negli ultimi anni questi valori sono andati scendendo in modo sensibile per le aziende grandi, ma solo frazionale per quelle piccole.
In Centro studi Confindustria ha poi elaborato un confronto su scala internazionale. E qui si capisce davvero perché le Pmi, l'asse portante dell'economia italiana, oggi soffrano in modo particolare. Vediamo qualche cifra: le piccole imprese italiane nel periodo 2000-2001 hanno avuto debiti bancari pari in media al 26.9% del fatturato, quelle medie pari al 23.4% e quelle grandi pari al 18 per cento. Rispetto alla media 1988-'91 le società maggiori hanno molto ridotto il ricorso al debito (era del 22.7%); quelle medie mostrano un dato sostanzialmente inalterato (23.6%) e le piccole hanno aumentato la richiesta di credito (nell'88-'91 pari al 24% della cifra d'affari). La vera differenza si vede però guardando all'esterno. Nel biennio 2000-2001 il peso dei debiti verso le banche è stato pari all'8.5% del fatturato per le piccole imprese francesi, al 19.9% per quelle spagnole e al 9.5% per quelle americane.
Il processo di disintermediazione, dal credito bancario ai mercati finanziari, è stato sicuramente più facile in Paesi con una maggiore cultura finanziaria. Ma vale molto anche la disponibilità a una politica attiva da parte dei Governi: in Francia, per fare un esempio, esiste una Banca per lo sviluppo delle Pmi, sono noati fondi ad hoc che godono di particolari incentivi fiscali per favorire l'afflusso del risparmio verso l'imprenditoria minore e sono stati introdotti sgravi che diminuiscono enormemente il peso della patrimoniale per chi investe nelle piccole e medie imprese.
Anche in Italia, negli ultimi anni, si sno sviluppate alcune iniziative a favore della nascita e dello sviluppo delle Pmi. Dal ruolo delle finanziarie regionali agli aiuti dell'Unione europea, dai fondi da erogare alle nuove imprese alle iniziative di venture capital. Ma, al fondo, finchè il rapporto di amore-odio con le banche resterà stretto ed esclusivo come lo è oggi, le difficoltà continueranno. Anzi, aumenteranno perché con l'accordo di Basilea 2 che prevede la revisione dei coefficienti patrimoniali minimi degli istituti di credito rischia di far lievitare ancora il costo dei prestiti alle Pmi.
E neppure è facile immaginare una rapida "virata" delle Pmi verso i mercati finanziari e la Borsa. Alla tradizionale diffidenza delle famiglie imprenditrici verso gli obblighi e i costi della trasparenza, si aggiunge ora una situazione generale poco favorevole. Certo, anche le Pmi nei prossimi anni saranno più costrette a ricorrere al rating per spuntare condizioni migliori dalle banche.
Ma dopo vicende come i bond Cirio o quelli argentini, quali condizioni può spuntare una piccola impresa sul mercato obbligazionario? O, per fare un altro caso, la sostanziale mancanza di fondi d'investimento italiani specializzati in Pmi (una decina, contro gli 80 che ci sono in Francia e i 140 esistenti in Gran Bretagna) come può sottrarre una impresa che decida di quotarsi dalla sostanziale indifferenza del mercato (e dagli altri costi necessari per "pagarsi" la quotazione e la permanenza sul listini)? I numerosi delisting del recente passato, se letti in questa chiave, suonano come un allarme.
Per carità, la Borsa Italiana si sta dando da fare. Per esempio, sta lavorando per rilanciare il Mercato Ristretto finalizzandolo alle piccole e medie imprese con soglie di ingresso ridotte e costi di ammissione dimezzati. La speranza è quella di attirare le centinaia di Pmi italiane potenzialmente quotabili. Ma, senza l'incentivo ai fondi specializzati e senza un impegno organico del Governo, è difficile pensare che le Pmi italiane possano diventare un po' meno bancocentriche. Mentre il risparmio degli italiani, intermediato dai fondi specializzati internazionali, andrà a sostenere lo sviluppo delle Pmi degli altri Paesi.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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