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Micossi: «Investimenti difensivi dove il fisco non va a guardare»
di M. P.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 settembre 2011

«Grande patrimonio, piccolo reddito». Stefano Micossi, direttore generale dell'Assonime, l'Associazione delle società per azioni, è un profondo conoscitore dell'economia italiana e dei suoi meccanismi. «Questo grande patrimonio, così elevato rispetto al prodotto interno lordo, riflette la propensione al risparmio dei passati decenni, l'evasione fiscale che ha consentito ad alcuni di accumulare e la forte convenienza a trasformare i redditi più elevati in attività finanziarie che godono di trattamenti fiscali più favorevoli». Avere un patrimonio elevato è un vantaggio, il problema è però che questo patrimonio non produce un reddito adeguato e contribuisce poco alla crescita. Perché? «Una parte viene mantenuta improduttiva perché essendo poco tassato si può puntare solo sull'aumento di valore. Un esempio sono gli immobili vuoti: il costo fiscale non è tale da spingere i proprietari ad affittarli. Per la componente finanziaria la ragione della scarsa redditività è che prevalgono gli impieghi non rischiosi. Il sistema ha favorito il risparmio bancario e i titoli pubblici, non è quindi una sorpresa che i risparmiatori si orientino in quella direzione». Chi ha fatto scelte diverse, puntando per esempio sulle borse, ha avuto sonore delusioni. «E'vero, la storia della partecipazione al rischio azionario non è stata positiva, e anche questo non ci deve troppo stupire in un paese in cui le grandi imprese sono declinate e di nuove, di dimensioni importanti, non ne sono nate. Se avessimo una Cisco, una Apple, una Novartis, le cose sarebbero andate diversamente. Nel complesso c'è stata carenza nell'offerta di strumenti adeguati di partecipazione al rischio d'impresa e l'assenza di altri strumenti per assorbire gli shock. Gli italiani sono contrari al rischio, e per convincerli sarebbe stato opportuno un accompagnamento che però non c'è stato». L'italiano è quindi un risparmiatore "difensivo". «Se ci si rifugia nelle case e in attività non rischiose vuol dire che non c'è un ambiente favorevole al rischio, e il modo in cui è impiegato il patrimonio riflette una struttura economica poco orientata all'investimento e alla crescita». Come si spiega questo atteggiamento? «Una delle molle è il sistema fiscale. Se l'impresa è tassata al 50 per cento, il lavoro altrettanto, l'attività finanziaria al 12,5 ora al 20 per cento ed è un passo avanti e gli immobili sono tassati marginalmente, appena si può ci si sposta nelle attività dove il carico fiscale è minore». Una volta contenuta la fame del fisco, resta il problema della redditività. «Se ci fossero strumenti per far rendere meglio patrimoni finanziari e immobiliari sarebbe meglio, ma non ci sono. E allora chi può guarda fuori dai confini, il piccolo e medio risparmiatore e quello iperprudente si accontentano». Uno dei dati che colpiscono di più è che sul totale del patrimonio delle famiglie la quota delle attività reali, ovvero essenzialmente le attività di impresa (quelle non rappresentate da azioni di società quotate, che finiscono invece all'interno delle attività finanziarie), è inferiore al 5 per cento e sostanzialmente più bassa rispetto ai paesi a noi comparabili. Come mai? «La prima ragione è che il patrimonio d'impresa è assai difficile da censire, quindi quel dato potrebbe essere sottostimato. La seconda è che l'impresa italiana è fatta con poco capitale e molto debito, una struttura patrimoniale dovuta soprattutto alla paura delle tasse». Abbiamo dunque la fortuna di un gran patrimonio e il problema di una bassa crescita, come si fa a rimettere in moto quel patrimonio perché contribuisca a creare nuova ricchezza? «Dobbiamo cominciare a ricostruire lo stato, uno stato stabile, rispettabile, prevedibile, e la fiducia nella stabilità delle regole. Se hai 2 manovre l'anno, 19 negli ultimi dieci anni, imprevedibili nella loro direzione, se hai condoni a ripetizione, aliquote differenziate, accertamenti differenziati, incertezza fiscale assoluta, la reazione è nascondersi, non intraprendere, non rischiare». Il problema quindi è il fisco. «E'una catena, se non si mette sotto controllo la spesa, il fisco è costretto ad inseguirla e spesso lo fa in maniera erratica. Allora la strada da percorrere è regolare la spesa fermandola, il che rende prevedibile la dimensione del prelievo. A quel punto si deve cominciare a riordinare la struttura del sistema fiscale spostandolo più sull'iva e sul patrimonio e alleggerendo il suo carico sul lavoro e sull'impresa». Quindi vede con favore una patrimoniale. «Vedo con favore una tassazione sul patrimonio che sia annuale, costante, con un'aliquota moderata. Le persone reagiscono agli incentivi, i nostri sono stati orientati a immobilizzare il patrimonio e a penalizzare il lavoro, il rischio e l'impresa, non dobbiamo sorprenderci del risultato».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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