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Nei master fate spazio all'etica
di Giulio Sapelli (Docente di Storia Economica, Università Statale di Milano)
Corriere Economia - Corriere della Sera
Lunedì 11 gennaio 2010

Lunedì scorso, 4 gennaio, è apparsa sul Financial Times una nota caustica e profonda insieme, dedicata al fallimento formativo delle business school dinanzi alla gravità imprevista e spettacolare della grande depressione in corso nel mondo. Non è una nota catastrofica, ma spietatamente realistica.
Il problema che la crisi finanziaria ha disvelato risiede, secondo l'articolista, nell'incapacità formativa, non tecnica, si badi bene, che codeste organizzazioni hanno reso evidenti. Istituzioni che dovrebbero formare persone capaci di fare bene, dando un senso non tanto e non solo propriamente professionale e precipuamente operativo, ma anche e soprattutto etico, a coloro che saranno i manager del futuro, hanno fallito: «Le business school non sono state in grado di articolare quello che dovrebbe essere il ruolo del management». E non è poco, perché si afferma a chiare lettere che il ruolo del manager, in definitiva, è quello di essere classe dirigente e quindi di dar vita sempre a comportamenti universalistici, non egoistici, disinteressati.
Le ragioni del fallimento risiedono nell'incapacità di creare una cultura della professione e della responsabilità della professione stessa. Si sono formate e si formano, in tal modo, persone che pensano, cito: «Più a se stessi che agli investitori», che non hanno nessuna forma di entitlement, ossia di fidelizzazione e di identificazione nell'organizzazione che dovrebbero servire. Invece si son serviti di essa. Le conseguenze le sappiamo: se ne parla ogni giorno.
Ma leggiamo ancora. Non è tanto rilevante che ci si sia preoccupati di diffondere il mindset dello shareholder value, ma di aver fatto ciò senza aver costruito un percorso di formazione che tenesse conto degli aspetti morali della professione. L'importanza della questione risiede nel fatto che questo giudizio è formulato dalla Bibbia quotidiana del capitalismo moderno.
Mi son venute alla mente le tesi di un testo classico sull'educazione della classe dirigente degli affari. Si tratta dello splendido libro di Seymour Martin Lipset e di David Riesman, Education and Politics at arvard: Two Essays Prepared for the Carnegie Commission on igher Education (New York: McGraw-Hill Book Company, 1975). Era nato dal compito assegnato ai due più grandi sociologi generali del tempo, per riflettere sul fatto se fosse vero ciò che pareva pericolosamente evidente sul piano dell'intuizione al rettorato di quella bicentenaria istituzione: s'avvertiva di aver perso la capacità di formare classi dirigenti, si sentiva come appannata la funzione storico generale di quella università che viveva se stessa come cuore e potenza intima di una nazione.
Le ragioni che di quella decadenza s'individuarono e si enunciarono con le proposte atte a rimediare alla crisi: si era troppo insistito sull'istruzione specialistica e tecnica e non sull'educazione, sulla formazione umanistica. Occorreva svoltare: privilegiare, da un lato la teoria e la selezione morale più che tecnica degli alunni e dei licenziati dai corsi. E consegnare all'esperienza nel lavoro futuro, e quindi a fianco della più anziane generazioni, molte materie d'insegnamento del tempo, che andavano abolite. Di esse si ridicolizzava l'esistenza. Sono gran parte quelle insegnate oggi in pillole nella cosiddetta formazione manageriale. Chi non le aveva già in sé, sostenevano i due giganti del pensiero, non poteva né assimilarle né trasformale in comportamenti.
Di quello splendido rapporto, ahimè, che par scritto per rispondere ai problemi di oggi, si persero le tracce. L'euforia degli anni Ottanta e Novanta devastò anche il giardino delle scienze umane e della filosofia morale che davano vigore all'industria e alla finanza prima della grande devastazione.
Tutto si trasformò poi rapidamente negli orti artificiali dei corsi che ora imperversano negli Mba (Master in Business Administration, ndr) e a cui si abbeverano coloro che manipolano le armi di distruzioni di massa dei prodotti finanziari e che occupano senza rispetto per le idee e per la cultura i ruoli dirigenti della finanza mondiale.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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