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Niente premio per il rischio
di Alessandro Penati
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 11 gennaio 2010

Per le Borse, l'inizio dell'anno è sempre tempo di previsioni. Ma quest'anno, oltre al 2010, in discussione c'è anche lo scenario per il prossimo decennio: quello rilevante per chi investe a scopo previdenziale. Fino allo scoppio della crisi finanziaria, era opinione diffusa che il tempo giocasse a favore delle Borse, vale a dire, un investimento diversificato in azioni, se detenuto per un periodo sufficientemente lungo, avrebbe quasi certamente prodotto un rendimento di gran lunga superiore a quello dei titoli di stato. La convinzione era che il mercato dei capitali fosse sempre in grado di remunerare il rischio con un premio più che adeguato (equity risk premium). Bastava avere pazienza.
Un convincimento con importanti ripercussioni per i sistemi previdenziali. A cominciare dagli Stati Uniti, hanno prevalso i sistemi a contribuzione definita (scelta adottata anche in Italia) dove il risparmiatore si accolla l'intero rischio finanziario, potendo beneficiare dell'eventuale equity premium. La previdenza integrativa stessa si basa sul presupposto che il mercato dei capitali sia in grado di fornire al futuro pensionato, con ragionevole certezza, un rendimento più elevato di quanto riesca a garantire lo Stato (tassando la generazione che lavora), o le imprese (in Italia, col Tfr). Anche i Fondi Sovrani nascono dal presupposto che l'investimento nel mercato dei capitali costituisca il migliore utilizzo delle risorse nazionali, a beneficio delle future generazioni. E sempre l'equity premium spiega la tipica predilezione per le azioni di fondi pensione e investitori istituzionali.
Ma con la crisi sono emersi anche i dubbi sulla consistenza dell'equity premium: gli ultimi 10 anni, infatti, non sono stati sufficienti alle Borse mondiali per garantire un rendimento positivo. Di più: per ottenere un equity premium di circa il 3% medio annuo, un americano doveva comperare azioni 30 anni fa! E un tedesco non sarebbe andato oltre il 2%. In questo periodo c'è stata una prolungata discesa dei tassi a lunga, dovuta alla scomparsa dell'inflazione nel mondo (vedi il secondo grafico; ndr: non disponibile), che ha fatto lievitare il valore dei titoli di stato, incrementandone il rendimento totale. Alla lunga, hanno vinto i bond.
Oggi, dunque, è cruciale riesaminare le aspettative sull' equity premium per il prossimo decennio. Per farlo, serve qualcosa che funga da ancora alle valutazioni di Borsa. Un buon candidato è il patrimonio delle società quotate, che rappresenta il valore degli utili accumulati nel tempo. La capitalizzazione di Borsa può crescere più rapidamente del patrimonio delle società solo se il rendimento sul capitale atteso in futuro eccede il suo costo opportunità, che a sua volta dipende dall'avversione al rischio degli investitori. Poiché quest'ultima non muta nel tempo, la crescita dei prezzi può superare quella degli utili fino a quando il mercato si aspetta che in futuro il capitale renda più di quello attuale. Il che, non può durare. A questo punto le aspettative si ridimensionano, la Borsa si sgonfia, e i prezzi si riportano in linea con quelli coerenti con la crescita sostenibile degli utili. Così, il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e patrimonio delle società tende a oscillare attorno a un valore stabile nel tempo.
Il primo grafico (ndr: non disponibile) mostra l'andamento di questo rapporto negli ultimi 30 anni per le borse americana e tedesca (rispettivamente, linea rossa e blu). Il rapporto è storicamente basso agli inizi degli anni '80 (la fine di un decennio disastroso per gli utili), per poi oscillare intorno a un valore costante tra il 1985 e il 1995. Da quel momento le aspettative, per quanto irragionevoli, che l'avvento di internet, l'apertura di nuovi mercati come Cina, India, Europa dell'Est, e l'innovazione finanziaria possano aumentare stabilmente la redditività del capitale, trascinano al rialzo le Borse. Lo scoppio della bolla delle dot.com segna l'inizio del ridimensionamento delle aspettative, e conseguentemente del rapporto capitalizzazione/patrimonio. Che oggi è tornato nuovamente al livello medio del decennio 85-95. L'ipotesi più plausibile è che continueremo a oscillare intorno a questi livelli anche nei prossimi dieci anni.
Tre le ragioni. L'innovazione tecnologica produce discontinuità ma non può aumentare permanentemente la redditività sul capitale (man mano che si diffonde, perde il suo valore economico). Tutti i paesi dovranno adottare politiche fiscali restrittive per ridurre il fenomenale stock di debito pubblico accumulato con la crisi, penalizzando i profitti. E il mondo sarà al traino dei paesi emergenti, Cina per prima, dove però la crescita è dovuta prevalentemente all'aumento della forza lavoro; che quindi non potrà incidere più di tanto sulla la redditività del capitale. Il futuro delle Borse potrebbe assomigliare al recente passato giapponese: il grafico di Usa e Germania sembra quello del Giappone (linea gialla), traslato in avanti di dieci anni. Un rapporto capitalizzazione/patrimonio oscillante attorno a un valore medio costante nel tempo implica che alla lunga il rendimento ottenibile investendo in azioni non si discosti dal tasso di crescita sostenibile degli utili: storicamente, 67%. E poiché il mercato del debito pubblico nel mondo è troppo grande e integrato perché si lasci espropriare da un aumento dell'inflazione, il rendimento sui titoli di stato non dovrebbe scostarsi nel decennio dal 45%. Limitando così l'equity premium al 23%. Dunque, chi volesse puntare a rendimenti più elevati dei bond per la propria pensione, dovrà essere anche disposto ad accollarsi rischi elevati.
E la spasmodica attenzione con cui le Borse guardano ai segnali di ripresa? Non serve a prevedere l'equity premium. Basta guardare il terzo grafico (ndr: non disponibile), con l'andamento dell'indice ISM, uno degli indicatori più seguiti dell'economica Usa. Un indice superiore a 50 vuol dire espansione; contrazione, se inferiore. Ebbene, l'indice segnala che la recessione è finita e l'economia ripartita; ma anche che questo ciclo sarebbe identico a tutti gli altri degli ultimi 60 anni. Difficile trovare una relazione con l'andamento dell'equity premium nel tempo.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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