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Rassegna stampa - Documento |
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Non credete al rating
di Paul Krugman
La Repubblica
Martedì 9 agosto 2011
Per comprendere la collera divampata dopo la decisione dell'agenzia di rating
Standard & Poor's di declassare il debito pubblico statunitense, si devono
tener presenti due concetti all'apparenza simili, ma che di fatto non lo sono.
Il primo è che l'America non è più il Paese stabile e affidabile di un tempo.
Il secondo è che la stessa S&P ha minore credibilità, ed è l'ultimo degli
istituti ai quali rivolgersi per ottenere un parere sulle prospettive della
nostra nazione. Iniziamo proprio dalla mancanza di credibilità di S&P: se mai
esistesse un'unica parola per descrivere al meglio il provvedimento dell'agenzia
di rating di declassare l'America sarebbe "chutzpah", sfacciataggine,
esemplificata al meglio dal caso del giovanotto che uccide i suoi genitori per
poi appellarsi alla clemenza altrui perché è orfano. L'enorme deficit di bilancio
dell'Americaè prima di ogni altra cosa il prodotto della recessione economica che
ha fatto seguito alla crisi finanziaria del 2008. Con le sue consorelle
- le altre agenzie di rating - S&P ha rivestito un ruolo determinante
nell'innescare tale crisi, assegnando un rating AAA ad asset garantiti da mutui
ipotecari rivelatisi in seguito tossica spazzatura. Ma le sue valutazioni errate
non si fermano qui. E' notorio che S&P dette un rating A a Lehman Brothers - il
cui fallimento innescò il panico a livello globale - fino al mese stesso del suo
tracollo. E come reagì l'agenzia di rating quando fallì questa società alla
quale aveva assegnato il rating A? Rilasciando una dichiarazione ufficiale con
la quale smentiva di aver commesso alcunché di sbagliato. Sono queste dunque le
persone che ora si pronunciano in merito all'affidabilità creditizia degli Stati
Uniti d'America? Aspettate: c'è anche dell'altro. Prima di declassare il debito
pubblico statunitense, S&P ha inviato una bozza preliminare del proprio
comunicato stampa al Tesoro degli Stati Uniti. I funzionari di quest'ultimo
hanno immediatamente scoperto nei calcoli di S&P un errore di ben duemila
miliardi di dollari. Un qualsiasi esperto di bilanci avrebbe dovuto azzeccare
quel calcolo, senza commettere errori di questo tipo. Dopo qualche polemica,
S&P ha ammesso di aver sbagliato, ma ha declassato ugualmente l'America,
limitandosi soltanto a stralciare dal proprio rapporto parte delle analisi
economiche errate. Come spiegherò tra un minuto, a queste previsioni di bilancio
non si dovrebbe dare molto peso in ogni caso, ma senza dubbio questo episodio
ispira scarsa fiducia nelle capacità di giudizio di S&P. Più in generale, le
agenzie di rating non ci hanno mai offerto motivo per prendere sul serio i loro
giudizi sulla solvibilità di una nazione. E' vero che in genere le nazioni
inadempienti prima di fallire erano declassate, ma in questi casi le agenzie
di rating si limitavano soltanto a seguire i mercati, che avevano già rivolto
la loro attenzione verso questi problematici debitori. Nei rari casi in cui le
agenzie di rating hanno declassato paesi che, al pari dell'America oggi,
godevano ancora della fiducia degli investitori, hanno sistematicamente
sbagliato. Si consideri, in particolare, il caso del Giappone che nel 2002 S&P
aveva declassato. Beh, a distanza di nove anni il Giappone è tuttora in grado
di contrarre prestiti liberamente e con bassi interessi. Venerdì scorso, per
esempio, il tasso di interesse sui bond decennali giapponesi era appena l'1 per
cento. Da quanto detto consegue che non c'è ragione alcuna per prendere sul
serio il downgrade dell'America di venerdì scorso. Queste sono le ultime persone
sul cui giudizio fare affidamento. Malgrado ciò, l'America ha effettivamente
grossi problemi. Si tratta di problemi che hanno a che vedere molto poco con
valutazioni precise di bilancio a breve o anche medio termine. Il governo degli
Stati Uniti non sta incontrando problemi nel prendere capitali in prestito per
coprire il suo deficit odierno. E' pur vero che stiamo continuando a ingigantire
il nostro debito pubblico, sul quale alla fine dovremo pagare gli interessi;
ma se facessimo calcoli esatti invece di declamare grosse cifre con la miglior
voce alla Dottor Evil possibile, scopriremmo che nel corso dei prossimi anni
deficit anche mastodontici avranno un impatto soltanto minimo sulla sostenibilità
fiscale degli Stati Uniti. No, a far apparire inaffidabile l'America non sono
le cifre di bilancio, ma la politica. Per favore, cerchiamo di stare alla larga
dalle usuali dichiarazioni secondo cui entrambe le parti (dello schieramento
politico, ndt) sbagliano. I nostri problemi sono provocati pressoché del tutto
da un'unica parte. Nello specifico, sono il risultato di una destra estremista,
maggiormente propensa a creare crisi a ripetizione che a cedere di un solo
millimetro nelle proprie richieste. La verità è che per ciò che concerne
l'economia vera e propria, i problemi fiscali americani di lungo termine
non dovrebbero essere così difficili da risolvere. Se da un lato è vero che,
vigenti le attuali politiche, una fetta sempre più ampia della popolazione
in fase di invecchiamento e i crescenti costi dell'assistenza sanitaria faranno
inevitabilmente lievitare le spese rispetto alle entrate, d'altro lato gli Stati
Uniti hanno spese per l'assistenza sanitaria decisamente più alte di qualsiasi
altro paese avanzato e un regime fiscale assolutamente più basso rispetto agli
standard internazionali. Se su entrambi questi fronti riuscissimo davvero ad
allinearci maggiormente con gli standard internazionali, i nostri problemi di
budget sarebbero risolti. Perché non riusciamo a farlo? Perché in questo paese
abbiamo un movimento politico potente che a fronte dei modesti sforzi volti a
utilizzare più efficacemente i fondi Medicare, per esempio, ha strillato ai
"Death Panels" (letteralmente "le commissioni della morte", ndt ), e che ha
preferito rischiare la catastrofe finanziaria piuttosto che acconsentire a un
aumento di un solo penny delle tasse. La vera questione con la quale è alle
prese l'America, in termini prettamente fiscali, non è pertanto se dovremo
tagliare qualche migliaio di miliardi di dollari qui o lì dal deficit, bensì
se gli estremisti che ostacolano qualsiasi tipo di politica responsabile
potranno essere piegati e resi inoffensivi.
Copyright 2011 New York Times News Service.
Traduzione di Anna Bissanti.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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