Il sogno, o l'illusione, di scovare aziende in grado di far guadagnare il 25%
l'anno è ormai sfumato: oggi l'biettivo del ventur capital, o dei fondi
specializzati nell'hi-tech è ben diverso. Trovare buone aziende con business plan
solidi, con persone in grado di portarli avanti senza improvvisazioni. E con la
convinzione che realizzare margini dell'8% l'anno è un buon risultato da mettere
in carniere. A queste condizioni, di soldi sul mercato ce ne sono ancora,
e anche parecchi.
Se a volte c'è l'impressione che ne girino di meno è solo perché nessuno investe
più con la facilità che si era vista negli anni in cui la grande "bolla" speculativa
della new economy si stava gonfiando. Ma in Italia e in Europa è ancora in corso
quello che gli analisti della West LB Panmure, ad esempio, chiamano un
«boom di attività imprenditoriale», solo che ora le valutazioni si sono normalizzate
e i settori di investimento sono più selettivi. Meno nuovi business e più soluzioni
innovative e migliorative di business e processi già esistenti.
Oggi si investe con più attenzione, e soprattutto non si disperdono inutilmente le risorse.
«Fino alla fine del 2000 - spiega Giovanni Tamburi, presidente di Web Equity, un "acceleratore"
di piccole e medie imprese innovative - l'investimento medio era tra i 3 e i 5 miliardi
di lire; oggi questa media si è quasi quadruplicata. Questo perché le piccole
aziende neonate pronte a lanciarsi sul mercato sono quasi scomparse (e il primo
segnale è che si è interrotto quel flusso continuo di business plan in cerca
di finanziamenti e poi perché oggi si tende ad entrare in aziende più solide,
già avviate e più strutturate, e dunque di dimensioni maggiori e con esigenze
finanziarie più alte».
Il capitale di rischio non si è insomma ritirato ma, passata la bufera, ha rivisitato
profondamente i suoi obiettivi e i suoi metodi di azione. E le due cose sono
strettamente connesse l'una all'altra. Al tempo della bolla la caratteristica
prevalente degli investimenti del capitale di rischio era la novità: nuove le imprese,
nuovi gli imprenditori, nuovi i business plan. In altre parole erano quasi tutte
start up. Ovviamente il rischio era elevatissimo, come il tasso di mortalità di
queste nuove iniziative. E i
venture capitalist ragionavano di conseguenza:
la stretegia era di mettere pochi soldi in un gran numero di iniziative in base al
principio che ogni dieci investimenti sicuramente ne sarebbero falliti sei, tre
si sarebbero tenuti sulla linea di galleggiamento e che l'unico in grado di
raggiungere il successo avrebbe ripagato anche tutti gli altri.
«Oggi è cambiato tutto rispetto a questo scenario: in una battuta, si può
dire che il capitale di rischio cerca imprenditori "stagionati" piuttosto che "debuttanti
assoluti" - sintetizza Carlo Alberto Carnevale-Maffè, responsabile dell'area strategia
della Sda Bocconi e advisor di 21 Network, piccola ma attiva società di ventur capital
che fa capo alla 21 Investimenti di Alessandro Benetton - Il ventur capital ha
modificato sia i suoi target che il suo metodo. Intanto gli obiettivi: adesso è il
momento di puntare sugli sviluppi derivanti dall'applicazione di innovazioni
tecnologiche a business esistenti. E questo vuol dire, in sintesi, meno start up
e più spin off. Quanto al metodo - continua Carnevale-Maffè è forse l'aspetto che
presenta le maggiori novità in questa stagione. Il ventur capital ha capito che
il fattore "capitale" da solo è quasi una
commodity e che il vero valore
aggiunto è dato da altri fattori che non sono i soldi. Così, se prima l'apporto di
risorse finanziarie rappresentava il 95% del valore complessivo dell'investimento, ora
il suo peso si è parecchio ridimensionato. Per far decollare le iniziative
in cui si investe servono anche risorse di organizzazione, di marketing. Insomma,
non solo capitale finanziario ma anche "knowledge capital"».
E' sulla base di queste premesse che i protagonisti del settore si stanno muovendo.
Forse servirà ancora un po' di tempo perché tutti digeriscano bene le novità, ma,
insomma, il mercato si sta muovendo. Il dato confortante è che i soldi ci sono.
E' vero che il 2001, e ovviamente soprattutto la seconda metà, ha fatto segnare
un rallentamento nell'ammontare degli investimenti rispetto al 2000: un calo del
26%, da 2,9 a 2,2 miliardi di euro, stima l'Aifi, l'associazione dei ventur capital
italiani, ma segnalando che si è sempre abbondantemente sopra i livelli del 1999.
E in Italia il calo è stato anche nettamente meno sensibile cje in Francia, nella
media europea (-34%) o negli Usa (-63%).
Spariti quelli che Elserino Piol, parlando al convegno Aifi in cui sono state presentate
le cifre del 2001, ha definito i «kamikaze della Net Economy», il settore sta poi
tornando a parametri operativi più tradizionali. E anche i tempi di rientro
degli investimenti stanno tornando verso archi temporali più tranquilli, di quattro
cinque anni. E parallelamente tutto il settore, da una parte e dall'altra, quella di
chi investe e di chi chiede l'intervento del capitale di rischio nelle proprie
iniziative, sta maturando la consaspevolezza che per tornare a crescere c'è bisogno
non tanto di nuove regole quanto di più trasparenza e integrità. Perché, come dice
ancora Piol, il ventur capital «non è la via per diventare ricchi e famosi con pochi
sforzi e la creazione di nuove aziende di successo è un privilegio riservato a pochi».
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in cui è stato redatto.