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Nuove imprese, non solo soldi ma anche "knowledge capital"
di Stefano Carli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 22 aprile 2002

Il sogno, o l'illusione, di scovare aziende in grado di far guadagnare il 25% l'anno è ormai sfumato: oggi l'biettivo del ventur capital, o dei fondi specializzati nell'hi-tech è ben diverso. Trovare buone aziende con business plan solidi, con persone in grado di portarli avanti senza improvvisazioni. E con la convinzione che realizzare margini dell'8% l'anno è un buon risultato da mettere in carniere. A queste condizioni, di soldi sul mercato ce ne sono ancora, e anche parecchi.
Se a volte c'è l'impressione che ne girino di meno è solo perché nessuno investe più con la facilità che si era vista negli anni in cui la grande "bolla" speculativa della new economy si stava gonfiando. Ma in Italia e in Europa è ancora in corso quello che gli analisti della West LB Panmure, ad esempio, chiamano un «boom di attività imprenditoriale», solo che ora le valutazioni si sono normalizzate e i settori di investimento sono più selettivi. Meno nuovi business e più soluzioni innovative e migliorative di business e processi già esistenti.
Oggi si investe con più attenzione, e soprattutto non si disperdono inutilmente le risorse. «Fino alla fine del 2000 - spiega Giovanni Tamburi, presidente di Web Equity, un "acceleratore" di piccole e medie imprese innovative - l'investimento medio era tra i 3 e i 5 miliardi di lire; oggi questa media si è quasi quadruplicata. Questo perché le piccole aziende neonate pronte a lanciarsi sul mercato sono quasi scomparse (e il primo segnale è che si è interrotto quel flusso continuo di business plan in cerca di finanziamenti e poi perché oggi si tende ad entrare in aziende più solide, già avviate e più strutturate, e dunque di dimensioni maggiori e con esigenze finanziarie più alte».
Il capitale di rischio non si è insomma ritirato ma, passata la bufera, ha rivisitato profondamente i suoi obiettivi e i suoi metodi di azione. E le due cose sono strettamente connesse l'una all'altra. Al tempo della bolla la caratteristica prevalente degli investimenti del capitale di rischio era la novità: nuove le imprese, nuovi gli imprenditori, nuovi i business plan. In altre parole erano quasi tutte start up. Ovviamente il rischio era elevatissimo, come il tasso di mortalità di queste nuove iniziative. E i venture capitalist ragionavano di conseguenza: la stretegia era di mettere pochi soldi in un gran numero di iniziative in base al principio che ogni dieci investimenti sicuramente ne sarebbero falliti sei, tre si sarebbero tenuti sulla linea di galleggiamento e che l'unico in grado di raggiungere il successo avrebbe ripagato anche tutti gli altri.
«Oggi è cambiato tutto rispetto a questo scenario: in una battuta, si può dire che il capitale di rischio cerca imprenditori "stagionati" piuttosto che "debuttanti assoluti" - sintetizza Carlo Alberto Carnevale-Maffè, responsabile dell'area strategia della Sda Bocconi e advisor di 21 Network, piccola ma attiva società di ventur capital che fa capo alla 21 Investimenti di Alessandro Benetton - Il ventur capital ha modificato sia i suoi target che il suo metodo. Intanto gli obiettivi: adesso è il momento di puntare sugli sviluppi derivanti dall'applicazione di innovazioni tecnologiche a business esistenti. E questo vuol dire, in sintesi, meno start up e più spin off. Quanto al metodo - continua Carnevale-Maffè è forse l'aspetto che presenta le maggiori novità in questa stagione. Il ventur capital ha capito che il fattore "capitale" da solo è quasi una commodity e che il vero valore aggiunto è dato da altri fattori che non sono i soldi. Così, se prima l'apporto di risorse finanziarie rappresentava il 95% del valore complessivo dell'investimento, ora il suo peso si è parecchio ridimensionato. Per far decollare le iniziative in cui si investe servono anche risorse di organizzazione, di marketing. Insomma, non solo capitale finanziario ma anche "knowledge capital"».
E' sulla base di queste premesse che i protagonisti del settore si stanno muovendo. Forse servirà ancora un po' di tempo perché tutti digeriscano bene le novità, ma, insomma, il mercato si sta muovendo. Il dato confortante è che i soldi ci sono. E' vero che il 2001, e ovviamente soprattutto la seconda metà, ha fatto segnare un rallentamento nell'ammontare degli investimenti rispetto al 2000: un calo del 26%, da 2,9 a 2,2 miliardi di euro, stima l'Aifi, l'associazione dei ventur capital italiani, ma segnalando che si è sempre abbondantemente sopra i livelli del 1999. E in Italia il calo è stato anche nettamente meno sensibile cje in Francia, nella media europea (-34%) o negli Usa (-63%).
Spariti quelli che Elserino Piol, parlando al convegno Aifi in cui sono state presentate le cifre del 2001, ha definito i «kamikaze della Net Economy», il settore sta poi tornando a parametri operativi più tradizionali. E anche i tempi di rientro degli investimenti stanno tornando verso archi temporali più tranquilli, di quattro cinque anni. E parallelamente tutto il settore, da una parte e dall'altra, quella di chi investe e di chi chiede l'intervento del capitale di rischio nelle proprie iniziative, sta maturando la consaspevolezza che per tornare a crescere c'è bisogno non tanto di nuove regole quanto di più trasparenza e integrità. Perché, come dice ancora Piol, il ventur capital «non è la via per diventare ricchi e famosi con pochi sforzi e la creazione di nuove aziende di successo è un privilegio riservato a pochi».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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