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Rassegna stampa - Documento |
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Obama contro le banche ha due mosse obbligate
di Simon Johnson
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 gennaio 2010
Finalmente l'Amministrazione Obama pare aver preso la decisione di intervenire
in modo più risoluto contro l'élite bancaria americana. A seguito del recente
smacco elettorale in Massachusetts, le proposte abbozzate dall'ex presidente della
Federal Reserve Paul Volcker finalizzate a ridurre il potere di mercato delle
banche sono state tirate fuori dal cassetto e ripresentate. Finora si era
assistito a qualcosa di completamente diverso, in sostanza a una vittoria per i
grandi banchieri sin dalla primavera 2009, quando alcuni dei più ricchi hanno
ricevuto il permesso di iniziare a ripagare tutti i capitali che avevano attinto
dal Programma di aiuti per gli asset tossici messo a punto dal Tesoro. Ciò, a sua
volta, ha permesso altresì loro di eludere e aggirare perfino le vaghe condizioni
speciali che erano state delineate dal governo in relazione ai loro bonus e ai
loro compensi.
Nel periodo più critico della crisi e dell'intervento di soccorso in extremis
- dal settembre 2008 all'inizio del 2009 - le Amministrazioni Bush e Obama hanno
strizzato l'occhiolino. Non c'è stata alcuna seria intenzione di rimuovere i
pezzi grossi delle banche, che avevano contribuito in modo così determinante alla
crisi, né di scorporare le loro banche.
Di norma, se un settore industriale precipita nella crisi, ci si aspetta un
considerevole rimpasto. Anche se a una palese incompetenza si fosse sommata una
generosa dose di sfortuna, in genere si tende a pensare in questi termini: se la
tua azienda necessita di un intervento di soccorso dal governo, il top management
deve essere sostituito. Il Tesoro Usa per molti anni ha sostenuto con coerenza e
costanza questi principi - sia direttamente sia tramite la propria influenza
presso il Fondo Monetario Internazionale - quando altri Paesi sono finiti nei
guai.
Ma nel caso del settore bancario statunitense, fino a questo momento non era
accaduto assolutamente nulla. La maggior parte dei dirigenti ai vertici delle
grandi banche nel periodo precrisi è rimasta al proprio posto, e molto poco è
cambiato dall'autunno del 2008 in termini di prassi di controllo dei rischi, e di
stipendi. Perché l'Amministrazione è stata così conservatrice? In parte ciò può
essere dipeso dal timore di un crollo totale del sistema bancario, unitamente a un
livello decisamente malsano di promiscuità tra le élite politiche e finanziarie,
il che significa che ai vertici del governo vi era un vero e proprio attaccamento
a istituti come Goldman Sachs e Citigroup.
In ogni caso, pare che non si sia sfruttata adeguatamente la finestra di
opportunità che si era aperta. Quando le iniziative varate per stabilizzare
l'economia hanno iniziato a funzionare, le banche hanno incominciato a registrare
utili. Tenuto conto che alcune banche concorrenti erano scomparse - e tra esse
Bear Stearns e Lehman Brothers - maggiori quote di mercato hanno significato
maggiori profitti.
L'Amministrazione aveva sì lanciato una modesta iniziativa di riforma dei sistemi
normativi nell'estate 2009, proponendo nuove tutele per la clientela e alcune
misure per rafforzare la stabilità finanziaria, ma farla approvare è stato
difficilissimo e ogni passo in tale direzione è stato aspramente contrastato.
Poi, all'inizio del 2010, è stata proposta una nuova tassa bancaria che dovrebbe
nel prossimo decennio consentire di recuperare circa 90 miliardi di dollari,
cifra che in ogni caso costituisce soltanto l'1% degli utili delle banche.
Non deve stupire che le banche abbiamo fatto di tutto per ostacolare la riforma.
Il modello adottato per fare affari consente infatti alle banche di guadagnare e
ricavare vantaggi quando sono vincenti, mentre quando le cose si mettono male
rifilano i problemi ai contribuenti. Questo sistema incoraggia un rischio
eccessivo e minaccia di innescare ripetuti cicli di
bolle-esplosioni-salvataggi in extremis. Andrew Haldane, responsabile della
stabilità finanziaria presso la Banca di Inghilterra, è arrivato a definirlo il
nostro "funesto giro della morte".
Le grosse crisi finanziarie internazionali con compensazione sono rare, ma la
presenza continua di simili perversi incentivi conduce sempre a problemi non
indifferenti: da questo punto di vista oltre 50 anni di esperienza del Fmi lo
testimoniano.
Adesso, in ogni caso, dopo lo smacco in Massachusetts, pare che stia per accadere
qualcosa di importante. Le riforme proposte a suo tempo da Volcker puntano a
imporre restrizioni alle banche simili a quelle contenute nel GlassSteagall Act,
la legge varata durante la Depressione che imponeva di tenere divise e separate
le attività delle banche commerciali e delle banche di investimento. Lo scorporo
di Glass-Steagall, e la sua definitiva abrogazione nel 1999, permise alle banche
di impegnarsi nei cosiddetti "proprietary trading", che consentono loro di
utilizzare i risparmi dei loro correntisti per il loro conto, soprattutto in
rischiosi titoli garantiti da un insieme di prestiti ipotecari.
L'Amministrazione Obama in ogni caso dovrà spingersi ben oltre il semplice fatto
di proibire il "proprietary trading" e disporre come minimo altre due cose. Prima
di tutto, i fabbisogni di capitale dovrebbero essere triplicati non soltanto negli
Stati Uniti, ma in tutto il G20 così che le banche possiedano almeno il 20-25%
degli asset in patrimonio di base. In questo modo, sarebbero gli azionisti e non
i regolatori ad assumere il ruolo di protagonisti nel far sì che le banche si
comportino in modo più assennato.
Secondo: se le banche sono "troppo grandi per poter fallire" devono essere
rimpicciolite, così che i contribuenti non debbano salvarle in extremis tutte le
volte che scoppia una crisi. Nello scenario americano occorrerà emendare il
Riegle-Neal Interstate Banking Act del 1994, che fissa una soglia precisa, così
che nessuna banca possa avere più del 10% di depositi bancari. Dobbiamo aggiornare
e applicare questo lungimirante concetto generale e fissare un limite alle
dimensioni massime che una qualsiasi banca può raggiungere in relazione
all'economia nel suo complesso.
Obama ha ragione a usare un tono più duro con sei delle più grandi banche degli
Stati Uniti - tra le quali JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup, e Bank of
America - che ormai collettivamente possiedono in asset oltre il 6% del Pil, una
concentrazione finanziaria che non ha precedenti nella storia moderna degli Usa.
Come Teddy Roosevelt fece notare oltre un secolo fa, una simile concentrazione di
potere economico tende ad avere la meglio sul potere politico, andando
direttamente in senso contrario alla tradizione democratica. Adesso, in più,
abbiamo imparato che va anche contro una solida politica economica.
Traduzione di Anna Bissanti.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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