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Rassegna stampa - Documento |
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Ordini professionali ecco cosa non cambia dopo la finta riforma
di Daniele Autieri
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 settembre 2011
La montagna ha partorito il topolino: oltre un anno di incontri e dibattiti,
spesso anche accesi, tra l'esecutivo e i rappresentanti delle professioni ha
portato all'approvazione di un vago elenco di principi e buoni propositi che
il governo ha inserito nella manovra finanziaria.
Così al comma 5 dell'articolo 3 del decreto legge 138 il ministro Tremonti ha
trovato un piccolo spazio anche per le professioni all'interno della voce
"liberalizzazioni, privatizzazioni ed altre misure per favorire lo sviluppo".
Roboante nell'enunciazione, il testo si traduce nella pratica nell'elencazione
di comandamenti generali, vaghi nei contenuti ed esposti ad un'assoluta
discrezionalità di interpretazioni.
Tutto cambia affinché nulla cambi, sembra di poter concludere, anche perché la
norma non interviene direttamente, ma affida agli ordini il compito di adeguarsi
ai nuovi principi entro i prossimi 12 mesi.
Principi annacquati come quello che dovrebbe riconoscere finalmente la libertà di
accesso alla professione. Si legge nel testo: «Gli ordinamenti professionali
devono garantire che l'esercizio dell'attività risponda senza eccezioni ai
principi di libera concorrenza, alla presenza diffusa dei professionisti su tutto
il territorio nazionale, alla differenziazione e pluralità di offerta che
garantisca l'effettiva possibilità di scelta degli utenti nell'ambito della più
ampia informazione relativamente ai servizi offerti».
Fin qui le aspirazioni liberalizzatrici, che vengono però limitate all'interno
dello stesso articolo del decreto attraverso due paletti insuperabili. In primo
luogo il mantenimento dell'esame di Stato, in quanto riconosciuto dal comma 5
dell'articolo 33 della Costituzione; e in secondo luogo l'inserimento di una
postilla che ammette una limitazione all'accesso in caso esistano «ragioni di
interesse pubblico». L'espressione di fatto sembra congelare la possibilità di
liberalizzare le categorie dei notai e farmacisti che, appellandosi proprio a
ragioni d'interesse pubblico, giustificano la distribuzione territoriale della
loro attività, legata a un'esigenza precisa e già controllata dallo Stato.
Lontana dalle aspettative dei giovani è invece la riforma del tirocinio. Se è
vero che il testo riconosce un compenso equo al praticante e ammette l'inizio
del tirocinio dagli anni di laurea, è anche vero che rimane indefinito
l'ammontare del compenso, definito dal legislatore «di natura indennitaria e
commisurato al concreto apporto del tirocinante». Il quantum resta indeterminato
e obbliga ogni giovane professionista a contrattare personalmente il valore
riconosciuto alla sua prestazione.
Un capitolo intricato, che ha sollevato le critiche più dure dell'Antitrust, è
invece quello relativo alle tariffe. Secondo il legislatore «il compenso è
pattuito all'atto del conferimento dell'incarico professionale prendendo come
riferimento le tariffe professionali».
«Queste disposizioni - dichiara il Presidente dell'Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà - costituiscono un passo indietro
rispetto al decreto legge 223 del 4 luglio 2006 (il decreto Bersani) che aveva
abrogato l'obbligatorietà delle tariffe minime o fisse». Secondo l'Antitrust,
indicare anche solo un parametro di riferimento rappresenta comunque «una grave
restrizione della concorrenza nel settore dei servizi professionali in quanto
incentiva gli iscritti agli albi a non adottare comportamenti economici
indipendenti».
Ma le critiche dell'Autorità non si fermano qui e toccano anche il capitolo del
decreto che prevede l'istituzione di organi territoriali (diversi dagli ordini
stessi) deputati alla gestione delle questioni disciplinari. Anche se il testo
spiega che i membri dei nuovi consigli di disciplina non potranno ricoprire la
carica di consiglieri degli ordini nazionali o locali, tuttavia non impone la
presenza di soggetti terzi rispetto agli iscritti agli ordini. «Tale
circostanza - spiega l'Antitrust - sembra depotenziare di molto il carattere
innovativo del nuovo organo disciplinare che continuerebbe a difettare dei
requisiti di necessaria terzietà».
Sul fronte della tutela del cliente, il decreto impone poi l'obbligo per il
professionista di stipulare un'assicurazione per i rischi derivanti
dall'esercizio della sua attività, e liberalizza del tutto il ricorso alla
pubblicità informativa. Maggiori garanzie di professionalità sono invece
assicurate dalla disposizione che obbliga alla formazione continua sulla base
di appositi regolamenti emanati dai consigli nazionali. Anche qui, però,
l'elemento chiave resta la vaghezza normativa che lascia ai singoli albi la
discrezionalità di definire entità, frequenza e modalità di partecipazione ai
corsi di formazione.
Nessuna menzione viene invece fatta di uno dei temi più caldi nel mondo delle
professioni: il riconoscimento legale delle società di professionisti, un tema
delicato che spacca il fronte ordinistico e dal quale il governo si è tenuto
alla larga.
Questo divieto risale addirittura alla legge fascista 1815 del '39, voluta da
Mussolini per impedire agli ebrei di svolgere attività professionale. Nel 2007
la riforma Bersani ha abolito quel provvedimento, ma tuttora manca una legge
che definisca i confini giuridici intorno ai quali un professionista può
costituire la propria società. Il risultato è una concorrenza sbilanciata a
favore dei grandi studi internazionali che agiscono ormai come multinazionali,
oltre a un diverso rapporto con il fisco italiano, più leggero per le imprese
tassate al 31,3%, più rigido per i professionisti, sottoposti a una pressione
che può arrivare al 43%.
Su questo tema il governo ha chiuso gli occhi, preferendo sgranare il rosario dei
principi e mettendo sul fuoco delle aspettative un pentolone vuoto che altri
dovranno riempire. Speriamo non della solita minestra.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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