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Rassegna stampa - Documento |
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Paradossi della valutazione
di Roberto Casati
Il Sole 24 Ore
Domenica 13 novembre 2011
Valutare è umano e in molti casi necessario, abbiamo bisogno di informazioni per
poter agire (investire, decidere a quale scuola mandare i nostri figli, quali
prodotti comperare, a quali studenti assegnare una borsa di studio, quali
parlamentari eleggere, eccetera.) Ma la valutazione delle attività umane non è
un elemento neutro, è un intervento che cambia lo stato delle cose, e delle
cautele particolari devono venir adottate quando si valuta. Il dibattito degli
ultimi mesi intorno alle agenzie di rating ruota in parte intorno ai criteri
utilizzati per la valutazione e agli eventuali conflitti di interesse, ma
soprattutto sulle sue conseguenze a breve e a lungo termine. Declassare o
promuovere un determinato prodotto finanziario contribuisce in modo sostanziale
alla sua vita ulteriore. (E sul piano puramente ideologico, mi pare che anche un
ultraliberale dovrebbe trovare quantomeno discutibile che il voto di un'agenzia
di rating si sostituisca al mercato).
Il fenomeno dell'influenza della valutazione sulla cosa misurata è però più
ampio. Ecco una breve lista di sistemi di valutazione che hanno conseguenze
importanti di cui il dibattito pubblico dovrebbe impadronirsi con meno
timidezza.
L'introduzione del No-Child-Left-Behind Act (2001) da parte della seconda
amministrazione Bush ha introdotto una batteria di test di valutazione nelle
scuole statunitensi che misurano prevalentemente i risultati scolastici nel
leggere, scrivere e far di conto. L'intenzione di per sé non biasimabile era
quella di premiare le scuole e gli insegnanti che conseguivano i migliori
risultati. Sono stati però messi in evidenza diversi effetti collaterali: gli
Stati abbassano gli standard per dare un'impressione di risultati migliori; le
scuole privilegiano il teaching-to-test, l'insegnamento finalizzato a passare
l'esame, e cancellano dal curriculum materie non coperte dai test, come storia e
geografia, impoverendo culturalmente gli studenti e la società; i docenti
insegnano a risolvere problemi troppo simili a quelli degli esami e gli studenti
non sono in grado di generalizzare.
La classifica di Shanghai delle migliori istituzioni di ricerca e insegnamento
nel mondo era nata nel 2003 con l'intenzione di comprendere il divario percepito
tra le università cinesi e quelle del resto del mondo, ed è stata usata in primo
luogo per razionalizzare l'attribuzione di risorse agli studenti cinesi che
intendessero studiare all'estero. Ma ha scatenato una corsa alla conquista dei
posti alti della classifica (le prime cento, o le prime duecento istituzioni?),
con effetti collaterali degni di nota. Per esempio alcuni Paesi accorpano tra
loro le università ritenute troppo piccole per raggiungere una massa critica di
valori che rispondano ai criteri di Shanghai; gli amministratori e i direttori
delle risorse umane si preoccupano della posizione in classifica e condizionano
tendenzialmente la ricerca dei loro amministrati.
I ricercatori sono misurati (e valutati) sulla base di vari indici
scientometrici: fattore d'impatto, fattore H, numero di citazioni, numero di
pubblicazioni, varie classifiche delle riviste accademiche (con voti che
ricordano quelli delle agenzie di rating). Sono stati documentati molti effetti
collaterali della proliferazione degli indici: insorgere di comportamenti
strategici come la frammentazione dei risultati per ottenere più pubblicazioni,
conflitti di interesse nel peer reviewing in cui si cerca di imporre citazioni
dai propri articoli, orientamento della ricerca verso temi che possono
interessare le riviste ad alto fattore di impatto, non pubblicazione dei
risultati negativi con conseguente ridondanza delle ricerche.
La letteratura comincia a proporre dei correttivi più o meno radicali per
evitare gli effetti collaterali che sono giudicati come controproducenti:
dall'abolizione delle richieste statutarie di investire in prodotti finanziari a
tripla A, all'esclusione di riviste come Nature e Science dai calcoli
scientometrici; dalla proposta di affiancare sempre agli indici scientometrici
le analisi qualitative che nascono dalla lettura degli articoli (come indicato
dall'Académie des Sciences francese in un recente rapporto), alla sostituzione
di valutazioni a tutto campo di un soggetto accademico o di ricerca con
controlli casuali approfonditi. In tutti questi casi c'è ancora molto lavoro per
una nuova epistemologia della misura.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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