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  :: Rassegna stampa - Documento

Parmalat, la verità di Tanzi: «Sono una vittima delle banche e della politica»
di Ettore Livini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 7 dicembre 2009

«La mia Parmalat? Era la più bella impresa d'Italia. E lo dimostra il fatto che oggi, grazie anche a Enrico Bondi, è ancora viva e vegeta. Il buco da 14 miliardi? Sapevo degli aggiustamenti di bilancio. Ma io non ho mai truccato i conti. Non ne sarei stato nemmeno capace. I colpevoli del crac? Le banche». A parlare così è Calisto Tanzi nella sua autodifesa nel processo sul crac Parmalat.
«Le banche, che hanno utilizzato Collecchio per parcheggiare aziende in perdita, usando me e la mia famiglia come paravento». Parla Calisto Tanzi. Sono passati sei anni da quel gelido dicembre 2003 in cui Parmalat è stata travolta da una valanga di debiti. Lui si è fatto tre mesi di carcere preventivo (e dietro le sbarre, per motivi d'età, non tornerà più) ha subito una condanna in primo grado a 10 anni per aggiotaggio. E solo nelle ultime due settimane, per la prima volta, ha raccontato davanti a un tribunale la sua verità sulla più grande bancarotta d'Europa.
Un racconto di parte, come ovvio, in cui l'ex-patron ha difeso a spada tratta la famiglia, minimizzato il suo ruolo («non sapevo nemmeno alla fine quale fosse la reale entità del buco!»). E puntato il dito contro il suo braccio destro Fausto Tonna («della finanza si occupava lui. Ho subito, o per meglio dire accondisceso, le sue decisioni») e gli istituti di credito. Sedici ore di ricostruzione. Un film a volte precisissimo fino ai minimi dettagli, a volte specie quando Tanzi parla di sé lacunoso e condito di tanti «non ricordo». Comunque una testimonianza di prima mano dei meccanismi perversi del consociativismo all'italiana. Tra nomine bancarie pilotate, aziende usate come bancomat, fondi nascosti all'estero e l'eterna contiguità con la politica («ho finanziato tutto l'arco costituzionale»). Una saga che va da Andreotti a Berlusconi, come ha spiegato in aula Tanzi, e in cui alla fine si recita sempre lo stesso copione. Eccolo, raccontato in presa diretta dall'ex patron di Collecchio.
Le origini del buco. «Parmalat era in forte difficoltà finanziaria già alla fine degli anni '80 ha ammesso Tanzi in aula davanti al collegio presieduto da Eleonora Fiengo. Gli investimenti in Odeon tv ci avevano svenato e solo un prestito ponte di 120 miliardi di lire garantito dall'Mps ci ha consentito allora di arrivare alla quotazione che ha tappato queste prime falle».
Le operazioni di cosmesi di bilancio vere e proprie sono iniziate «nel '93-94». La società era sempre in stato di «stress sul fronte della liquidità». Se ne rendevano conto tutti, assicura l'ex numero uno: consiglieri, sindaci, creditori. «Io ero a conoscenza degli aggiustamenti dei conti. Ma non ho mai dato disposizioni a nessuno di farlo. Non sapevo come avvenivano». Certo Tanzi come ha provato il certosino lavoro di ricostruzione dei pm Paola Reggiani, Lucia Russo e Vincenzo Picciotti aveva tutti i poteri di firma. «Ma questo non toglie che quando nel 2003 sono dovuto andare a incontrare le banche per spiegare la nostra situazione non avevo la minima idea del nostro buco. Tonna mi aveva sempre assicurato che in cassa c'era un miliardo almeno di liquidità. E io sapevo al massimo di un ammanco da 6 miliardi».
Le banche. Gli istituti di credito hanno sempre saputo quale era il reale stato di salute di Parmalat. Le prove? «Vedevano i dati della centrale rischi e già dal 2002 tutti ci dicevano di non credere ai nostri bilanci, chiedendoci di rientrare dall'esposizione». A fine 2002 ha raccontato «abbiamo studiato un aumento da 500-600 milioni con Mediobanca e Jp Morgan, che quindi conoscevano il nostro stato di salute». «Banca di Roma ci ha minacciato dicendo che i nostri rapporti si sarebbero incrinati se non avessimo acquistato Eurolat da Cragnotti a un prezzo più alto di quello reale». Come è successo anche con Ciappazzi. Sarà un caso, dunque, ma da fine millennio in poi, il cerino Parmalat è finito in mano ai risparmiatori con l'emissione da parte delle banche di 7 miliardi di bond. E le obbligazioni di Collecchio in portafoglio agli istituti sono scese da un miliardo a zero da inizio 2003 fino alla data del crac.
«La mia famiglia è stata utilizzata come un paravento. Il turismo, le tv, le acque minerali, le concessionarie del latte non erano roba nostra. Ci avevano costretto a comprarle e anche per le banche erano parte integrante del gruppo Parmalat. Del resto nessun imprenditore con la testa sulle spalle fa collezione di aziende in perdita». Tanzi ha però ricordato di essersi adoperato in prima persona per la nomina in posti chiave di almeno tre superbanchieri: Luigi Silingardi (consigliere Parmalat) finito alla Cassa di Parma su suggerimento «di De Mita». Franco Gorreri, nominato al Monte Parma «dopo una telefonata di Craxi» e Pellegrino Capaldo, caldeggiato per la Banca di Roma.
La politica. «Alla politica ho dato più di quanto ho avuto», ha sintetizzato Tanzi. Dare, in effetti, ha dato parecchio. Con soldi ad hoc stornati dal conto "Valori Bollati" per «agevolare i rapporti con istituzioni di cui poi avevamo bisogno». Milioni di euro con cui «è stato finanziato tutto l'arco costituzionale, se non a 360 gradi, almeno a 358». I nomi? Un elenco che è l'album di famiglia di trent'anni di politica nazionale: «Evangelisti e Andreotti, Goria e De Mita. Poi D'Alema, Alemanno, Prodi, Mannino». Finanziati in molti casi non direttamente e spesso per «avere l'ok a prodotti o provvedimenti che ci stavano a cuore». I rapporti con Berlusconi. «Ho pagato anche Berlusconi», ha detto Tanzi in tribunale a Parma. «Sono andato ad Arcore con un gruppo di imprenditori in occasione del lancio di Forza Italia. Incontrai Berlusconi. Gli dissi che non intendevo schierarmi direttamente con lui ma che ero disposto a finanziare il suo movimento politico. Lui mi disse di fare pubblicità su Mediaset che era lo stesso». Tornato a Collecchio dal meeting, Tanzi convoca il suo dg Domenico Barili e gli ordina «di spostare gli spot da Rai a Mediaset». «Per garantire l'occultamento del finanziamento - ha continuato - abbiamo deciso di pagare il prezzo pieno dei nostri passaggi televisivi sulle reti del Biscione, rinunciando ai forti sconti cui avremmo avuto diritto in qualità di grandi inserzionisti». Tanzi ha ricordato pure di aver chiesto aiuto al premier anche all'epoca del crac: «Andai a Palazzo Grazioli con mio figlio pregandolo di far qualcosa per alleggerire la pressione della Consob e delle banche».
Tesori e tesoretti. Dove sono finiti i 14 miliardi spariti nella voragine Parmalat? Tanzi dice che sono solo il risultato di perdite operative nascoste truccando i bilanci. «Noi non abbiamo preso un solo euro dalle casse del gruppo», ha ribadito in aula.
«Non c'erano società di famiglia né distrazioni». Ha negato di aver fatto scomparire la sua collezione d'arte fatta di Matisse e di Monet, ha smentito le trasferte di famiglia in Svizzera alla vigilia del crac per occultare capitali. Ha definito il suo misterioso viaggio in Ecuador del dicembre 2003, dopo il crac e due giorni prima dell'arresto, come una «vacanza», negando, come riferiscono almeno due fonti locali a Quito (dove la valuta locale è il commerciabilissimo dollaro Usa) di aver passato diverse ore in una filiale del Banco del Pacifico. «Non ne conosco nemmeno l'esistenza».
Morale. «Possono girare tutto il mondo, ma non troveranno un singolo conto intestato a me o di cui io sia beneficiario su cui ci sia un euro trafugato a Parmalat».
Questa la verità di Tanzi. Ora in tribunale sfileranno i testimoni dell'accusa e delle difese. Per capire se la verità dell'ex patron di Collecchio è un film realistico o solamente una ricostruzione di parte, riconducibile al filone della fantafinanza. Il tribunale spera di arrivare alla sentenza di primo grado sulla bancarotta entro la prossima estate. Ma tra Cirielli, processo breve, depenalizzazione di reati societari e tempi dei processi accorciati, il rischio della prescrizione per il più grande crac d'Europa è, come spesso accade in Italia, uno spettro molto concreto.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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