«Pensare in piccolo», un decalogo dal Consiglio europeo per rafforzare la crescita delle microimprese in particolare agevolando i finanziamenti
di Walter Galbiati
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 ottobre 2009
«Pensare anzitutto in piccolo», pur tra stretta del credito e fatturati calanti. E' da questo motto che parte
l'iniziativa del Consiglio europeo per rafforzare la crescita e la competitività delle piccole e medie imprese,
chiamata "Small business act", un'iniziativa partita nel marzo 2008 e che in Italia è stata recepita solo
parzialmente, ma che ora, vuoi anche per la crisi, sta spingendo politici, enti e associazioni di categoria a
trovare soluzioni per le Pmi. Sono dieci principi che, se seguiti pur in tempi di difficoltà economiche,
dovrebbero creare le condizioni ideali per il decollo delle piccole e medie imprese. Un decalogo che stimola a
creare un contesto ideale per le imprese familiari, ad offrire una seconda opportunità ai piccoli che sono
stati insolventi, che chiede alle pubbliche amministrazioni e all'intervento politico pubblico di adeguarsi
alle esigenze delle Pmi.
E ancora un decalogo che punta il dito sulle problematiche finanziarie delle imprese, perché chiede agli Stati
della Unione europea non solo di promuovere le competenze nelle Pmi e l'innovazione, ma anche di «agevolare - si
legge nel documento - l'accesso delle Pmi al credito e sviluppare un contesto giuridico ed economico che
favorisca la puntualità dei pagamenti nelle transazioni commerciali». Ed è quest'ultimo un punto diventato di
stringente attualità con la crisi finanziaria che ha spinto le banche a ridurre la concessione del credito,
soprattutto per le Pmi. «Una crisi che ha colpito indistintamente tutti i settori, dall'edilizia alle attività
meccaniche, dalle tipografie alle produzioni plastiche, dall'abbigliamento all'alimentare, ma anche
elettricisti, idraulici, parrucchieri, carrozzieri e trasportatori. Insomma una stretta sul credito indistinta,
non c'è un solo settore che non abbia difficoltà», spiega Gianni Triolo, amministratore delegato di Commerfin,
la società finanziaria della Confesercenti specializzata negli affidamenti alle piccole e media imprese.
La diminuzione dei fatturati e la contrazione dei margini ha ulteriormente aumentato la percezione di
rischiosità che le banche nutrono nei confronti delle piccole e medie imprese. Un contesto che non ha aiutato a
implementare i buoni propositi dello "Small buisiness act" e che ha impedito alle aziende piccole di
beneficiare a pieno del ribasso dei tassi. «Sebbene un terzo delle imprese che periodicamente contattiamo per
le nostre rilevazioni abbia confermato di aver ottenuto un abbassamento del costo del denaro, tuttavia per
tutte le altre o è rimasto invariato o è aumentato», sottolinea Ernesto Ghidinelli, responsabile del settore
credito e incentivi di Confcommercio. E la rigidità delle banche nell'adeguare il credito alle esigenze delle
Pmi è legato anche alla recente introduzione del rating, il giudizio sul merito di credito che le imprese
devono avere per poter accedere ai finanziamenti, una novità introdotta dagli accordi di Basilea. Il rating, è
ormai diventato luogo comune, è troppo rigido, si basa solo su numeri e non tiene conto per esempio della
qualità dei clienti di una impresa o delle capacità di un imprenditore, in genere il vero motore della piccola
impresa».
Tra le Pmi che si sono rivolte alle banche nella prima metà del 2009, il 77 per cento ha ricevuto "almeno una
parte dell'importo richiesto" mentre per il 12 per cento la risposta è stata negativa. Lo scrive la Bce nella
prima edizione dell'indagine sull'accesso al credito delle Pmi dell'Eurozona condotta, assieme alla Commissione
Ue, tra il 17 giugno e il 23 luglio 2009 su un campione di 6mila piccole e medie imprese dell'Eurozona, oltre
che fra imprese di grandi dimensioni per il confronto. A livello di utili, segnala la Bce, il 38 per cento
delle Pmi e il 33 per cento delle grandi imprese segnalano un calo.
Lo scenario del credito per le piccole e medie imprese, in Italia, è migliorato anche per la recente intesa
sulla moratoria con l'Associazione bancaria italiana e di singoli accordi stipulati con alcuni istituti di
credito. «Il periodo peggiore si è avuto tra febbraio e marzo 2009, quando sono diventati lunghissimi i tempi
sia per ottenere i fidi sia per incassare i crediti della pubblica amministrazione. Solo da aprile, abbiamo
assistito a un miglioramento», conferma Cesare Fumagalli, segretario generale della Confartigianato, che vede
di buon occhio l'intervento del governo. «La moratoria che ha permesso di non pagare gli interessi sui mutui,
oltre al vantaggio per il singolo imprenditore che ne ha beneficiato, ha avuto il merito di rendere comuni le
difficoltà. Per cui l'imprenditore che è andato in banca a chiedere la moratoria, dopo l'accordo con l'Abi, non
è stato più additato come se fosse una pecora nera», continua Fumagalli. Uno dei modi, poi, per aiutare le Pmi
ad avere accesso al credito è il ricorso ai consorzi fidi. Ne esistono molti, andrebbero uniti e rafforzati
con interventi anche governativi. Ma tutti, da Confartigianato a Confcommercio e a Confesercenti sono convinti
che l'accreditamento delle Pmi al sistema bancario debba passare da lì.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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