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  :: Rassegna stampa - Documento

Per la ricerca non servono i grandi istituti
di Elserino Piol
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 17 novembre 2003

In tema della scarsa competitività del Sistema Italia si dà quasi sempre una spiegazione semplicistica: l'Italia spende poco in ricerca e sviluppo e, in particolare, nella ricerca di base. In questo contesto si sollecitano investimenti e contributi da parte dello Stato. Non è in gioco solo la nostra competitività, ma la capacità di tutti noi di operare in sincronia con i cambiamenti prossimi venturi.

1. Nello scorso decennio le tecnologie informatiche, la tempistica e l'implementazione del cambiamento sono diventati temi dominanti sia del pensiero economico, sia della società nel complesso. Si dovrebbe realizzare un nuovo modello di management, basato sull'idea che il futuro ci riserverà non stabilità ma volatilità, non prevedibilità ma continue sorprese. Il return on time non ha ancora sostituito il return on equity come unità di misura dei risultati di business, ma già risulta evidente come la vera risorsa scarsa sia il tempo. Il costo del cambiamento non è più un onere straordinario, ma un costo corrente. La minimizzazione dei costi del cambiamento diventerà per il management il prossimo imperativo da seguire.
2. In questo scenario, di rapido e veloce cambiamento, ci si domanda che senso abbia l'iniziativa recentemente annunciata dell'Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), a cui lo Stato dovrebbe dare una dote di un miliardo di Euro. Non solo, ma è subito apparsa la notizia di un progetto edilizio affidato ad un famoso architetto, per costruire l'edificio. Il mattone è sicuramente un investimento interessante di questi tempi, ma non è certamente il "mattone" il collante per la ricerca, che richiederà sempre più strutture immateriali collegate a network. Pare che non ci sia molta consapevolezza su che cosa significhi la nascita di un organo di questo tipo. Per cominciare a raccogliere qualche frutto da una istituzione nuova occorrerà una decina d'anni; nel frattempo lo scenario tecnologico ed economico di riferimento sarà interamente cambiato. Le speranze di innovazione, specie nella ricerca di base, sono legate alla mobilitazione degli Enti di ricerca già esistenti, che possono fare le stesse cose del costituendo Iit. Come dice Rubbia, riferendosi a questi enti: "Risolviamo i problemi che hanno, ma salviamo ciò che di buono offrono e sosteniamoli con una politica di sviluppo".
Nel valutare una politica per la ricerca, bisogna anche considerare la crisi delle grandi cattedrali di R&S che, nel passato, venivano considerate come punti di riferimento. I grandi laboratori come Bell Laboratory, Xerox Park, etc., hanno perso il loro fascino e la loro importanza. Ci si è resi conto che queste strutture di ricerca hanno generato innovazioni e scoperte significative (il Bell Laboratory ha avuto 7 premi Nobel), ma di scarso o nessun interesse per l'azienda che li ha finanziati o, peggio, non utilizzati dall'azienda finanziatrice e utilizzati dalla concorrenza. Inoltre, nei grandi laboratori, il problema maggiore è stato quello di rendere fruibili i risultati della ricerca, come sperimentato anche nel CSELT (STET e poi Telecom Italia). È per questo che viene raccomandato di individuare, in parallelo alla ricerca, il contenitore industriale che la utilizzi.
Il Battelle Memorial Institute, altro grande ente di ricerca no-profit, ha lanciato un proprio fondo di venture capital con lo scopo di "sviluppare tecnologie possedute, gestite o influenzate dal Battelle in iniziative industriali". Si ritiene che ogni cinque investimenti in ricerca, quattro possano dar luogo a nuove iniziative industriali. Anche assimilare l'Iit al Mit (Massachussets Institute of Technology) non è del tutto corretto. Mit svolge attività di ricerca non su direttive ricevute dall'alto, ma su specifici contatti con l'industria (che Mit contatta in modo autonomo e pro-attivo), gestendo il rischio dell'innovazione anche con i propri fondi.
3. La R&S del futuro sarà sempre più appannaggio di laboratori di dimensioni limitate, molto specializzati e focalizzati, tra di loro collegati in network che garantiscano complementarietà e sinergie. È necessario valutare, tra i centri di ricerca esistenti, quelli che hanno maggiori possibilità di successo, in funzione dei ricercatori presenti, esperienza acquisita e temi di ricerca, per poi avviare un processo di consolidamento, in modo da aumentare il potenziale dei centri migliori, eliminando i centri che non hanno massa critica, investendo nei quali si avrebbe dispersione di risorse. Come d'altra parte sta accadendo nell'industria e nella finanza. Bisogna inoltre innovare nel modo di fare ricerca e stabilire alleanze.
Una delle esperienze più interessanti di R&S resta quella dell'Olivetti Research Laboratory (ORL), di Cambridge (Regno Unito), inserito fisicamente dentro l'Università, e affidato ad un docente della stessa (Andy Hoper). La sinergia tra Università e Industria non poteva essere migliore, condividendo spazi, infrastrutture, aule e persone. Dal laboratorio sono state spinoffate aziende di successo, finanziate dal venture capital (tra queste Virata, che è oggi leader mondiale per i componenti della tecnologia XDSL). Il segreto dell'ORL (venduto in seguito all'AT&T) è stato l'integrazione tra Università (studenti e docenti), Industria e Venture Capital, senza burocrazia e senza vincoli, che non fossero quelli del rispetto dei piani di ricerca e di spesa. Due direttive strategiche: la ricerca doveva riguardare il mondo delle tlc (quindi focalizzazione); doveva sostenere iniziative industriali, innovative ed autonome. Non vedo perché l'esperienza Cambridge non possa essere replicata in Italia. Bisogna che l'Università, invece di attendere sovvenzioni, cerchi industrie o investitori interessati ai temi che l'Università stessa propone, ospitando ricercatori e tecnici (vi è sempre un sottoscala o un garage disponibile). Se vi sono idee, si può materializzarle in iniziative specifiche; se le idee mancano, non è che nascono avendo capitale a disposizione, o aspettando sovvenzioni.
4. Un altro tema, spesso dibattuto, è di attirare i ricercatori italiani che lavorano all'estero. Oltre alla difficoltà ad attirarli, spesso ci si domanda se ciò sia utile. Le attività di ricerca, che devono essere collegate al network mondiale dei centri di ricerca, molto probabilmente potrebbero avvantaggiarsi dei contatti più facili con i ricercatori espatriati. Le esperienze di Cina e India dovrebbero insegnare qualcosa. Da un lato sarà necessario importare ricercatori, anche non di origine italiana, in funzione del loro contributo a ricerche specifiche, dall'altro dobbiamo preoccuparci dei ricercatori che sono in Italia. Abbiamo tanti cervelli eccellenti che non hanno le possibilità di esprimersi: pensiamo a loro prima di rimpatriare uomini con il miraggio di non far pagare le tasse per incentivarli. Pensiamo a non far scappare i talenti che abbiamo. Un esempio significativo è offerto dal Canada, dove sono state varate politiche locali e nazionali volte esplicitamente alla attrazione di talenti.
5. Investire in R&S è condizione necessaria per l'innovazione, ma non sufficiente. Nel passato, a livello nazionale ed Europeo, i contributi alla R&S sono stati rilevanti, ma con risultati poco apprezzabili. Credo che nell'Information Technology i contributi pubblici siano stati più elevati in Europa che in USA. Il cosiddetto "Plan Calcul" del Governo francese, che avrebbe dovuto consentire alla Francia di poter competere con l'industria informatica USA, è miseramente fallito, per aver investito in ritardo in una battaglia già persa, quella dei "main-frames". Gli investimenti Esprit dell'Ue, per progetti di collaborazione tra aziende europee nell'IT, non hanno creato nulla.
Bisogna quindi evitare errori come:

a. Disperdere il capitale disponibile in troppe attività di R&S, per voler essere presenti ovunque. Il rischio è di non avere alcuna area con la necessaria massa critica.
b. Investire in aree in cui è già emerso il vincitore e partire in ritardo non offre alcuna probabilità di successo.
c. Investire ove, in caso di successo della R&S, non sia già disponibile o pianificato il relativo contenitore industriale, con le necessarie risorse umane e finanziarie, per sfruttare tale successo.

Poiché non è ovviamente possibile una pianificazione centralizzata dei contributi alla R&S, coerente con i principi esposti, bisogna individuare un sistema non burocratico, che garantisca che si investa solo nelle aree in cui si ha alta probabilità di ritorno. Non significa eliminare il rischio ma assicurarsi che vi siano i piani e le condizioni per un probabile successo.
Negli USA questo strumento è stato il network dei venture capitalists, che agisce anche da filtro degli investimenti, considerando solo quelli che, almeno sulla carta, hanno probabilità di successo.
Il binomio R&S-Venture Capital si è dimostrato vincente. Come affermato da Joshua Lerner, di Harvard, l'impatto del venture capital sull'innovazione è quattro o cinque volte più esteso della ricerca e sviluppo a livello aziendale.
6. Anche in Italia il venture capital, focalizzato su high-tech e high-growth, può essere lo strumento adatto a gestire l'innovazione. Ma non bastano pochi fondi, occorre una rete di fondi professionalmente validi che, insieme o in concorrenza, alimentino con capitale la R&S necessaria per le nuove iniziative. Se i capitali destinati alla R&S venissero, per la maggior parte, incanalati verso i fondi di venture capital, si avrebbe un'alta probabilità di successo. Strumenti appropriati per alimentare il venture capital sono i "Funds of Funds", vale a dire fondi governativi, regionali, o di assicurazioni, banche e/o fondazioni, che scelgono su quali fondi di venture capital investire. Si crea un sistema a cascata: gli investitori interessati allo sviluppo forniscono capitale ai "Funds of Funds", i quali, a loro volta, investono in fondi di venture capital che investono nelle singole iniziative innovative. Ovviamente ad ogni livello è associato un diverso processo decisionale: più burocratico ai piani superiori, più flessibile al livello dell'investimento finale. Il modello di riferimento è quello che l'Unione Europea ha sponsorizzato: European Investment Fund, un Fund of Funds che ha già dato risultati significativi.
7. Ovviamente lo schema operativo si differenzia a seconda di dove la R&S è localizzata. Se si tratta di una nuova iniziativa, che prevede una nuova impresa o uno spin-off universitario, il binomio R&S e Venture Capital è la formula vincente e forse l'unica. Se si tratta di R&S nell'ambito di una azienda esistente, deve essere l'azienda stessa a farsi garante dell'investimento in R&S.
8. Un'obiezione allo schema proposto (binomio R&S-Venture Capital) potrebbe essere che è valido solo per la ricerca applicata, e non per la ricerca base. Rubbia sostiene che "la ricerca applicata è una banalità; come diceva Einstein, esistono soltanto le applicazioni della ricerca". A mio avviso occorre anche, e soprattutto, supportare la ricerca applicata (lo sviluppo) in quanto è fondamentale per la competitività del Sistema Italia, che ha bisogno di nuovi prodotti per competere e per creare e/o sostenere imprese. La stessa ricerca di base rischia di non trovare il necessario sviluppo se, a valle della stessa, non esistono tecnici e ricercatori che la traducano in prodotti per il mercato.
9. Occorre comunque sottolineare che, nonostante le statistiche, nello scenario italiano vi sono aree di successo. Si è dimostrato che il Sistema Italia sa fare impresa. Ad esempio, nelle telecomunicazioni:

- E-Biscom/Fastweb è, tra gli operatori wireline, italiani e non, il più innovativo in termini tecnologici ed è stato il primo a realizzare la vera convergenza tra voce, dati e video;
- Omnitel (ora Vodafone), è certamente una delle più efficienti ed innovative aziende nel campo della telefonia mobile a livello mondiale ed è la "perla" del gruppo Vodafone. La competitività di Omnitel ha obbligato TIM ad operare con standard elevati, e pure Tim è una delle più efficienti aziende nel campo della telefonia mobile;
- Tiscali, è l'unico ISP trans-europeo (anche se definirlo ISP è riduttivo, in quanto è un fornitore completo di servizi di telecomunicazioni).

Si può dire che:

- la cosiddetta " irrational exuberance", che ha generato la bolla, ha creato qualcosa di valido almeno nel mondo telecom (basti citare e-Biscom e Tiscali);
- non sono necessari partner strategici stranieri per aziende di telecomunicazione. Omnitel, Infostrada, Tiscali, Fastweb sono state gestite esclusivamente dal management italiano, indipendentemente dalle partecipazioni azionarie;
- tutte le iniziative citate sono state gestite dal capitale privato, senza intervento di capitale pubblico;
- in Italia, quindi, sappiamo ben gestire l'innovazione se vi è il capitale necessario, avendo disponibilità di management qualificato.

Quali paesi europei possono essere paragonati all'Italia in termini di iniziative di successo nel campo telecom (in numero e qualità)? Certamente non Regno Unito, Francia e Germania, per citare i maggiori.
10. Occorre anche notare, purtroppo, che i successi indicati sono conseguenza di iniziative e di capitale "anni 90". Non si hanno ancora segnali su "nuove aziende" innovative appartenenti agli anni 2000. Inoltre tutte le aziende citate sono aziende di servizi. Con l'unica eccezione di STM (grazie a Pistorio), l'Italia è praticamente assente nei settori hardware e componentistica; stiamo pagando la distruzione di aziende come Telettra, Olivetti ed altre.
È quindi necessario avviare una nuova fase di sviluppo, per la quale occorre evitare iniziative inutili, scegliere bene le aree in cui investire e disporre di capitale di rischio (venture capital alimentato da "funds of funds"), dedicando risorse imprenditoriali e di ricerca alla gestione innovativa delle nuove tecnologie emergenti. Si è ancora in tempo a raccogliere, in questa decade, successi significativi.

* * *

Elserino Piol è attualmente presidente di Pino Venture Partners ed advisor dei fondi di venture capital Kiwi I e Kiwi II, che hanno operato numerosi investimenti hi-tech in Italia, partecipando, tra l’altro, alla nascita di Tiscali. Piol, dopo aver ricoperto importanti cariche nel Gruppo Olivetti, è stato il primo presidente di Omnitel e Infostrada. Piol, ingegnere del Politecnico, è stato recentemente insignito della laurea di economia honoris causa dalla facoltà di economia dell'Università di Bologna: lo stesso ateneo ha inteso sottolineare il ruolo fondamentale svolto da Piol nello sviluppo del venture capital in Italia, e soprattutto la sua capacità di intuizione dei futuri sviluppi dell'investimento di capitale di rischio in imprese appena nate.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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