«Per le banche la leva non deve superare 15 volte il capitale»
di M. P.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 febbraio 2009
«Se ci fosse l'Europa la partita delle regole si giocherebbe tra Stati Uniti ed Europa, ma l'Europa è una
cacofonia di stati» dice Stefano Micossi, direttore generale dell'Associazione tra le società per azioni e
docente al Collegio Europeo di Bruges. «Quando si parla di mercati finanziari si parla di Stati Uniti, di
Europa e di un'area del Pacifico che mutua le sue regole dagli Stati Uniti. Quindi l'Europa è uno dei pilastri
del sistema, che però non riuscirà ad incidere se non troverà una coesione al suo interno».
Cosa dovrebbe fare?
«Presentarsi come un sistema finanziario integrato, proporre l'euro come valuta di riserva, dimostrarsi capace
di stabilizzare le economie dei paesi satelliti: adesso stiamo ritirando i capitali da quei paesi quando invece
dovremmo sostenerne le valute e i sistemi bancari. L'Europa dovrebbe anche emettere eurobond, sia per
raccogliere risorse che per offrire opportunità di investimento agli investitori internazionali. Soprattutto
deve presentarsi unita, perché altrimenti restiamo tanti staterelli con una scarsa capacità di influenzare il
risultato».
Quali sono i punti chiave che la partita delle regole deve affrontare?
«Il cuore delle difficoltà nelle quali ci dibattiamo sta negli squilibri macroeconomici. E' dal 1971, dalla
fine della parità aurea, che viviamo con un sistema monetario internazionale senza un'ancora, nel quale non
c'è freno alla creazione di liquidità internazionale. E non c'è freno perché non c'è disciplina che valga per
i grandi attori, prima di tutto per gli Stati Uniti, con il loro gigantesco disavanzo, ma anche per i paesi
che hanno invece grandi avanzi nelle bilance commerciali».
Ma chi può disciplinare gli Stati Uniti o la Cina?
«Non è il caso di illudersi sulla possibilità di creare un regolatore sovranazionale, ma forse si può costruire
un coordinamento che eviti o limiti gli squilibri. Non esistono soluzioni miracolose, bisogna partire da quel
che abbiamo. Si deve fare del Fondo Monetario un soggetto capace di sorvegliare le politiche economiche e
monetarie dei vari paesi, compresi quelli grandi, imponendo le correzioni necessarie per evitare l'accumulo di
squilibri sempre crescenti».
Fino ad oggi non lo ha fatto, e con il suo assetto attuale è assai improbabile che possa farlo.
«Naturalmente, oltre ai denti per mordere nella sua attività di sorveglianza, il Fondo dovrebbe avere le
risorse per fungere da prestatore di ultima istanza nelle fasi di turbolenza finanziaria. Ma prima di tutto,
per poter solo cominciare a muoversi in quella dimensione, dovrebbe avere un assetto proprietario e di
governance che tenga conto dei nuovi equilibri del mondo, il che vuol dire che non può essere più dominato da
Stati Uniti ed Europa».
A livello microeconomico quali sono le aree principali che dovranno essere affrontate da una nuova
regolamentazione?
«Sono essenzialmente tre: la regolazione degli intermediari, la regolazione dei titoli e dei mercati e il
sistema degli incentivi per management e azionisti».
Partiamo dagli intermediari.
«L'impianto base della regolamentazione così come era stata immaginata non è in sé sbagliato. E' un sistema
costruito per obiettivi: la trasparenza e l'integrità dei mercati affidati a un regolatore; a un altro
soggetto la regolamentazione prudenziale. Quest'ultima dovrebbe essere riservata alle banche che sarebbero
esposte sia alle regole sulla trasparenza che a quelle prudenziali. Per gli altri soggetti invece, dagli hedge
fund ai private equity, non c'è motivo di applicare regolamentazioni prudenziali ma bisogna sottoporli ad
efficaci regole di trasparenza».
Quali?
«La pubblicità dei bilanci e del grado di indebitamento, perché dove hanno messo i soldi e quanti debiti hanno
è il minimo che si possa chiedere».
Per le banche invece, quando parla di regole prudenziali intende requisiti di capitale?
«I requisiti di capitale sono il perno delle regolamentazioni prudenziali. L'esperienza di questi mesi ci ha
insegnato in proposito parecchie cose: la prima è che i requisiti di capitale ponderati per la rischiosità
degli attivi non funzionano, il requisito di capitale deve essere fissato in relazione alle attività totali
di ciascuna banca e deve essere stabilito in modo da consentire una leva che non superi 12-15 volte il capitale;
poi si dovrebbero prevedere requisiti aggiuntivi di capitale a fronte di attività più rischiose come
l'assunzione in proprio di posizioni in derivati. La seconda cosa che abbiamo imparato è che è fondamentale che
nessuno imbrogli, niente più partite o passività implicite fuori bilancio, i requisiti di capitale si devono
applicare in relazione a tutti, assolutamente tutti i rischi della banca».
L'altro capitolo sono i titoli: derivati, titoli strutturati, credit default swaps, tutte cose che non sono
regolate e che vengono trattate fuori dai mercati regolamentati. Come si affronta questo problema?
«L'obiettivo è di rendere tutti questi prodotti più standardizzati e trasparenti. Il modo per raggiungerlo è
creare un sistema di incentivi e disincentivi che sospinga le transazioni in questi strumenti a passare
attraverso delle piattaforme di clearing, cioè verso mercati organizzati. Non si tratta di imporre, ma di
penalizzare chi scambia questi prodotti fuori dai mercati organizzati, ad esempio rendendo più severi i
requisiti di capitale ai finanziatori. In questo modo si favorirebbe una standardizzazione e semplificazione
dei prodotti finanziari, divenuti oggi così complicati che spesso oggi neanche i risk manager delle banche sono
in grado di capire, e si riuscirebbe a non perdere i benefici delle cartolarizzazioni e dei derivati».
Infine ci sono gli incentivi ai manager, che hanno sollevato nell'opinione pubblica mondiale uno sdegno
assai vicino al disgusto.
«Lì c'è un colossale problema di azzardo morale. In questi anni la situazione è stata la seguente: se esce
testa vincono gli azionisti e i manager, se esce croce paga lo Stato, ovvero i contribuenti. Un sistema folle
che spingeva intermediari e investitori a prendere rischi eccessivi. Per correggere questo sistema bisogna che
gli incentivi riflettano in modo bilanciato i guadagni così come le perdite possibili e qualche soluzione l'ha
ben indicata proprio Lloyd Blankfein, il numero uno di Goldman Sachs, che della materia se ne intende, in un
suo intervento recente sul Financial Times: nella retribuzione di gestori e broker il premio di risultato deve
essere molto più in azioni che in contanti e, soprattutto, deve essere vincolato fino alla conclusione delle
operazioni e delle strategie. Il secondo passaggio indispensabile è che per le istituzioni troppo grandi per
essere lasciate fallire, deve essere chiaro che in caso di perdite gli azionisti e i manager saranno i primi a
perdere tutto, e che anche gli obbligazionisti non possono sempre attendersi di essere pienamente rimborsati.
Questa deve diventare una regola ferrea e deve essere fatta rispettare».
Basta tutto ciò a farci dormire, in futuro, sogni tranquilli?
«Ci vuole un'altra cosa, ci vuole una sorveglianza macro-sistemica sui mercati finanziari. Non basta tenere
sotto controllo le banche una per una per una, ci vuole qualcuno che sorvegli sull'equilibrio complessivo del
sistema, e questo qualcuno secondo me non può essere che la banca centrale, la quale deve vegliare sulla
stabilità complessiva. In sintesi ci vuole un organo per ogni macro-area che regoli e sorvegli sulla
trasparenza dei prodotti e dei mercati, un organo che abbia la responsabilità della sorveglianza prudenziale
sulle banche e un terzo soggetto che garantisca la sorveglianza sulla stabilità complessiva del sistema».
Ma oggi abbiamo una vigilanza paese per paese.
«Dobbiamo progressivamente andare oltre, anzittutto in Europa, senza immaginare salti improvvisi. Dobbiamo
costruire un processo che per cominciare affidi a un soggetto che abbia una giurisdizione sovranazionale la
sorveglianza prudenziale e sistemica sulle grandi banche con operazioni significative su più mercati. Per
l'Europa si tratterebbe di sottoporre ad una sorveglianza europea una ventina di gruppi bancari. Le banche
nazionali e locali possono restare sotto il controllo nazionale, ma per quelle più grandi questo non basta
più».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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