 |
 |
|
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
::
Rassegna stampa - Documento |
 |
 |
 |
 |
Perchè l'Eba soccombe all'America
di Marcello De Cecco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 28 novembre 2011
Il 23 novembre la piazza finanziaria di Tokio era chiusa per una festa nazionale. Il 24 lo era quella di New York,
per il Thanksgiving. Forse non è coincidenza che il 23 l'asta dei titoli di Stato tedeschi sia sostanzialmente
fallita poiché non è stato assegnato il 40% dei titoli. Il venir meno della domanda giapponese e la ritrosia di
quella americana a impegnarsi prima del giorno di chiusura di New York, pensando di poter comprare a migliori
condizioni il giorno dopo, prevedendo quello che è in effetti accaduto, mostrano chiaramente che i capitali
americani e giapponesi sono i veri protagonisti della continua pressione sui titoli di stato europei, che va
avanti da un anno e si è accentuata da circa sei mesi. Le case finanziarie americane stanno infatti ritirandosi,
in maniera abbastanza disordinata, dal mercato dei titoli europei, reagendo, come era prevedibile, alla sciagurata
dichiarazione di Deauville del 18 ottobre 2010, nella quale Sarkozy e Merkel annunciarono che i privati proprietari
di titoli di stato greci avrebbero dovuto sopportare perdite sul valore di capitale degli stessi. Da allora, lo
spread sui titoli di stato italiani e spagnoli ha cominciato a salire rapidamente e il contagio si è di recente
esteso anche a quelli francesi, austriaci e belgi. Questi eventi di mercato seguono una campagna scatenata dalla
grande stampa americana sulla insufficienza delle basi di capitale delle banche europee, specie per la presenza
nei loro bilanci di titoli di stato dei loro rispettivi paesi, non calcolate a valori di mercato. Le grandi banche
americane e le altre istituzioni come i money market funds li hanno anche loro tali titoli, ma da un anno li
stanno liquidando in maniera disordinata per evitare che le loro condizioni di solidità siano messe in dubbio.
Le banche europee devono invece conto dell'effetto macroeconomico di una tale politica liquidatoria, se anche loro
la applicano. La grande stampa americana e inglese ha subito messo il dito nella piaga, ridicolizzando gli stress
test richiesti alle banche europee dalla neonata Eba proprio perchè permetteva di calcolare il valore dei titoli
di stato in portafoglio ai prezzi di acquisto, invece che a quelli di mercato.
La Eba, invece di rivendicare la legittimità di tale procedura, si è affrettata alla fine di ottobre 2011 a
ordinare alle banche europee di ricalcolare le necessità di capitale sulla base dei prezzi di mercato dei titoli
di Stato che possiedono sia a titolo di investimento che a titolo di trading, e ha addirittura fornito cifre
precise sulle necessità di ricapitalizzazione delle banche di ciascun paese membro. Nulla invece è stato detto
per quanto riguarda i titoli tossici, specie americani, in possesso delle banche francesi e tedesche. Così l'Eba
ha mostrato una marcata subalternità alla teoria bancaria prevalente in America, senza notare che questa da parecchio
tempo è aspramente criticata da grandi economisti come Stiglitz e Akerlof, ed ha anche messo in gravi difficoltà le
banche di paesi come l'Italia e la Spagna, che avevano comprato titoli di stato nazionali.
L'intera dottrina dei coefficienti di capitale come misura di solidità bancaria vale comunque assai poco rispetto a
misure come il leverage degli attivi delle banche. Simon Johnson, distinto economista di Harvard, ha appena pubblicato
sul Wsj un acuto articolo nel quale espone questa opinione, applicandola ai conti della maggior banca tedesca, che
ha coefficienti di capitale eccellenti ma esposizione ai derivati e leverage assai elevati. Non si capisce perchè i
rappresentanti francesi e tedeschi, oltre a quelli di paesi come l'Austria e la Finlandia nel consiglio dell'Eba
insistano tanto perché si adottino le procedure contabili americane sui coefficienti di capitale anche per le
banche europee. E' noto che questa visione del mondo gli americani l'abbiano fatta prevalere anche in Basilea 3.
Ma è anche noto che le regole di Basilea gli americani le adottano solo per le loro grandi banche di rilevanza
sistemica, mentre gli europei, per motivi che di nuovo non si capiscono, costringono tutte le loro banche ad
applicarle.
Evidentemente, i cosiddetti paesi forti dell'Europa credono che ormai, sui titoli di Stato e sulla salute delle banche,
debba prevalere l'antico detto mors tua vita mea. Politica miope, di corto respiro e sbagliata dal punto di
vista macroeconomico, perché il permanere di questo atteggiamento, come si è visto all'asta dei bund del 23 novembre,
comporta la perdita della propria sovranità finanziaria anche da parte degli stessi paesi forti. In aggiunta,
restituisce legittimità alle società di rating, e probabilmente trasforma le riduzioni degli attivi che le banche
europee stanno praticando in un credit crunch generalizzato su imprese e famiglie.
I cosiddetti paesi forti dell'euro si accorgeranno nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, di cosa vuol dire
rompere il fronte unito europeo. L'euro è stato per un decennio percepito a New York come la sola minaccia reale
al dollaro e alla piazza finanziaria americana. E poiché gli americani vivono ormai di servizi e finanza, anziché
di industria, hanno in tutti i modi operato per rimuovere tale minaccia. Ora, per l'insipienza dei governanti
dei paesi forti europei, sembra ci stiano riuscendo. Davvero un eccellente risultato, Cancelliera Merkel e
Presidente Sarkozy. Forse è il momento di tornare al principio fondante della costruzione europea, che si riassume
nel detto "mors tua, mors mea".
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|
| |
|
Servizi gratuiti con Facebook!
Clicca qui
per info.
|
|
|
|
 |
 |
 |
In primo piano...  |
|
|
| [ per le aziende e i privati ] |
Sempre attuali...
|
|
|
| [ a p p r o f o n d i m e n t i ]
|
Focus on...
|
 |
Ecofin: capitalizzazione banche, c'è l'accordo |  | Sul credito è in gioco la credibilità |  | Rende il doppio investire in sicurezza sul lavoro |  | Aumenta la durata delle rate, cambia la destinazione |  | Commercialisti "Robin Hood" degli azionisti di minoranza |  | Marketing manager, la nuova missione è costruire il "mito" |  | Le cause della crisi? Chiedete ai regolatori |  | Crisi economica? Servono banche sane e profittevoli... |  | Collegio sindacale, a chi piace ridotto |  | La Sace allarga il suo campo d'azione: «Vogliamo essere... |  | Banche, anno nero il dividendo è un fantasma |  | Si al rating antimafia per promuovere le aziende virtuose |  | Il regolatore in cerca di regole |  | Dare credito a chi lo merita |  | Piano industriale e strumenti di risanamento |  | Controlli, il Governo rilancia la delega |  | Befera: mi piacerebbe dichiarazione redditi di due... |  | Tanti Madoff nascosti, a smascherarli sarà la crisi |  | Se la finanza si mangia l'economia |  | Dimmi che casa vuoi, ti dirò chi sei |  | La fattura non corre sul web, l'Italia in ritardo |  | Non studio, non lavoro, non cerco. Per tre ragazzi su... |  | La soluzione per portare le Pmi sui mercati globali |  | Per le imprese una spinta a ricapitalizzare |  | Stretta sui debiti delle imprese |  | Manager e laureati sono pochi gli sbocchi per chi sa... |  | Autorità finanziarie? Una Babele |  | Agenzie di rating, l'Europa pronta a rafforzare la vigilanza |  | Pmi, cresce ancora la quota dell'export ma resta il nodo... |  | Aumentano i fallimenti nel 2011, Lombardia la più colpita |  | Un rubino è per sempre e le quotazioni si impennano |  | «I rating? Inutili e dannosi. Aboliamo la loro dittatura» |  | «Sanzioni dall'Agenzia delle entrate non sono ammissibili» |  | Pubblica amministrazione locale a braccetto con i... |  | Spread, tassi, prestiti: le banche sull'orlo di una crisi di... |  | L'indice per misurare la volatilità di un quadro o scultura |  | Ecco le banche «too big to fail» |  | Small e mid cap, in Borsa rendono di più |  | Riforma degli statuti. Lo slalom degli Ordini tra i paletti... |  | Quelle Pmi poco assicurate: «Un pericolo sottovalutato«» |  |
|
|