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Rassegna stampa - Documento |
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Perché il credito non è tutto uguale
di Edoardo De Biasi
Il Sole 24 Ore
Sabato 29 ottobre 2011
Cento milioni di crediti industriali concessi all'Eni o a Luxottica sono
rischiosi come cento milioni di obbligazioni derivate da un pacco di mutui
immobiliari dati a-chissà-chi? Una banca italiana esposta a un rischio-derivati
per il 10% del proprio capitale di base ha bisogno di rafforzare i suoi
coefficienti patrimoniali come una banca tedesca il cui rischio-strutturati
pesa per più del 50% del suo Tier 1 Capital (il cuscinetto di capitale che
serve ad assorbire perdite impreviste)?
L'accordo Ue sulla ricapitalizzazione delle banche e soprattutto le stime
preliminari dell'Eba sui fabbisogni di nuovi mezzi hanno provocato forti critiche
da parte delle comunità bancaria italiana. I portavoce più polemici sono stati
Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e grande azionista di
Intesa Sanpaolo, Carlo Fratta Pasini e Alessandro Azzi, i due leader del grande
e piccolo credito cooperativo nazionale.
L'oggetto del contendere è noto. Quanto è attendibile quest'ennesimo stress test
condotto dalla nuova authority bancaria Ue, presieduta dall'italiano Andrea Enria?
E' corretto alzare, subito e indiscriminatamente, l'asticella del Core Tier 1 al
9%? Le banche italiane hanno davvero bisogno di circa 15 miliardi, anticipando
gli obiettivi di rafforzamento patrimoniale che Basilea 3 graduava nell'arco
dell'intero decennio? Dare una risposta definitiva non è facile ma l'impressione è
che le decisioni dell'authority Ue siano state troppo influenzate dalle lobby
finanziarie anglosassoni. Questa considerazione è confermata da un'analisi dei
bilanci 2010 del credito dell'eurozona. Il tendenziale azzardo morale del
banchiere che cerca anzitutto l'extra-profitto speculativo sui mercati è stato
infatti trattato meglio rispetto all'attività creditizia tradizionale che
consiste nel raccogliere (e tutelare) il risparmio delle famiglie e finanziare le
imprese produttive, l'occupazione, la crescita. Il sistema bancario tedesco, tanto
per fare un esempio, vede pesare per oltre il 60% sul suo Tier 1 Capital il rischio
in strumenti finanziari contabilizzati (come i Cdo, gli Abs, pronti contro
termine strutturati).
Bene: il rischio comparato del sistema bancario italiano a fine 2010 era meno di
un quarto di quello tedesco (16%) e poco più di un terzo di quello medio aggregato
francese (45%).
Ma c'è dell'altro. La prevalente esposizione delle banche italiane verso le
imprese è stata certificata nell'ultimo anno da un revisore d'eccezione: la Banca
d'Italia di Mario Draghi. Decine e decine di ispettori sono stati sguinzagliati
per un'operazione di pulizia simultanea dei portafogli "corporate" di tutti le
maggiori gruppi del Paese. Su quella base-dati il prossimo presidente della Bce,
lo scorso febbraio, ha sollecitato una ricapitalizzazione del sistema che ha
visto una risposta estesa e in tempo reale (da Intesa Sanpaolo fino all'operazione
annunciata ieri dalla Popolare di Milano). La Germania del 2011 resta invece
quella contro la quale l'allora commissario Ue al'Antitrust, Mario Monti,
condusse una battaglia di "par condicio di mercato", chiedendo che venisse tolta
la garanzia dello Stato alle Landesbanken e Sparkassen che già folleggiavano in
derivati perché si sentivano le spalle coperte.
Chi, però, difende l'operato dell'Eba punta l'indice sull'incognita-Italia. Il
sistema bancario italiano, l'unico a non aver accusato fallimenti e a non aver
svenato il bilancio pubblico in salvataggi, soffre del rischio sovrano e cioè i
titoli di Stato, quelli l'Europa vuole che siano contabilizzati "mark-to-market".
Con due effetti immediati. Il primo è l'ennesima penalizzazione di quelle banche
che tengono in portafoglio quote rilevanti di titoli domestici di un Paese sotto
pressione speculativa (primo fra tutte l'Italia). Il secondo è che gli istituti
non virtuosi di un Paese solido (è il caso della Germania e della Francia)
possono perfino registrare plusvalenze utili a compensare perdite speculative.
E proprio qui sorge un nuovo problema fondamentale. Imporre il mark-to-market sui
titoli sovrani significa mettere in discussione (in misura implicita, ma non per
questo meno insidiosa) la solvibilità del Paese emittente. Una valutazione che
non dovrebbe affidata a tecnici ma dovrebbe essere inserita nel quadro politico
generale volto a sostenere la difesa dell'euro. Senza dimenticare che questa
misura ha conseguenze rivelanti anche nella capitalizzazione delle banche
italiane. E fortuna vuole che il depositante italiano, ormai, abbia capito che
una "banca che cade in Borsa" non è sinonimo di banca in difficoltà. Come, al
contrario, ci insegna il fallimento dell'americana Lehman, l'esplosione
dell'olandese Abn Amro. O più recentemente lo spezzatino della franco-belga
Dexia.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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