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Piccole e medie imprese migliore crescita in Europa: il nuovo miracolo italiano
di Luigi dell'Olio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 11 dicembre 2017

Quando il London Stock Exchange Group ha pubblicato la classifica delle mille Pmi europee a maggiore tasso di crescita nell'ultimo triennio, si è scoperto che nessuno ha fatto progressi come le italiane. Tra le 110 realtà della Penisola incluse nell'elenco si registra infatti un incremento del fatturato in media del 219%, contro poco più del 100% di tutti i 28 Paesi considerati. Un risultato che ci posiziona di gran lunga davanti alle altre grandi economie del Vecchio Continente, come Germania, Francia, Regno Unito e Spagna. E le nostre piccole e medie imprese d'eccellenza fanno meglio della media anche sul fronte occupazionale, con un incremento degli addetti che le realtà italiane è stato del 54%, contro il 43% a considerare tutti i Paesi. Eppure nei giorni scorsi, quando sono stati presentati i dati definitivi sul Pil nel terzo trimestre (+0,5% rispetto al periodo aprile-giugno e +1,8% nel confronto a un anno), è stato sottolineato che a rallentare la crescita è proprio il limitato contributo delle aziende di piccole dimensioni (oltre ai consumi delle famiglie). Confrontando i due studi emerge dunque l'immagine di una divaricazione prodottasi nella lunga stagione della crisi: da una parte alcune Pmi che hanno saputo affrontare la congiuntura negativa ristrutturandosi e rivedendo il proprio modello di business, dall'altra tutte le altre, che sono state spazzate via dal mercato o sono rimaste su una linea di galleggiamento, giocando soprattutto in difesa. Il Rapporto Cerved Pmi 2017 conferma queste tendenze. Se tra il 2007 e il 2014 si era passati da 150mila imprese a poco più di 136mila, a fine 2016 si registrano 145mila piccole aziende attive, con un aumento rispetto all'anno precedente del 3,6%. Lo scorso anno sono state poco meno di 6mila le imprese che hanno avviato una procedura concorsuale o una liquidazione volontaria, in netto calo (-14,8%) sul 2015.
Nei primi sei mesi del 2017, il ritmo di miglioramento si è addirittura rafforzato, con una diminuzione del 21% su base annua. Una tendenza che, se confermata, porterà il tasso di mortalità delle imprese sotto i livelli pre-crisi. In particolare, è proseguito a ritmi sostenuti il calo dei default sia nel 2016 (-19,5%) sia nella prima parte del 2017 (-29,3%). «Il numero di Pmi è tornato a crescere e la redditività si avvicina ai livelli pre-crisi con una ripresa che ha basi finanziarie e reddituali solide. Tuttavia è necessario aumentare la produttività delle nostre imprese e accelerare il ritmo di crescita, troppo indietro rispetto a quello degli altri principali paesi europei», è l'analisi di Marco Nespolo, amministratore delegato di Cerved. Tra il 2015 e il 2016 non sono cresciuti solo i ricavi (+2,3%) e il margine operativo lordo (+3,6%), numeri che indicano come le aziende abbiano acquisito maggiore forza per fronteggiare eventuali spese improvvise, ma anche gli investimenti rapportati alle immobilizzazioni materiali, passando dal 6,2% del 2015 al 7,8% del 2016. Un trend, quest'ultimo, che lascia ben sperare nel proseguimento del trend positivo, anche perché la propensione a investire coinvolge le imprese di tutti i settori, compresi quelli che in passato avevano mostrato tendenze altalenanti come le costruzioni. In questo contesto di progressivo consolidamento, spiegano gli autori dello studio, è necessario che le imprese italiane investano maggiormente in innovazione. Del resto, le condizioni per investire di più esistono: secondo le stime Cerved, le imprese nostrani hanno margini per ulteriori 103 miliardi di euro per finanziare gli investimenti, mantenendo al tempo stesso contenuto il profilo di rischio. Il terreno su cui si gioca la partita più importante per la competitività è quello digitale. Il piano del Governo noto come Industria 4.0, che prevede una serie di incentivi fiscali per chi investe nell'innovazione tecnologica per migliorare la propria competitività, ha registrato una risposta importante, con gli investimenti cresciuti nell'ordine del 9% su base annuo. Ma il gap da recuperare resta ancora ampio. L'ultimo rapporto sull'e-commerce diffuso da Bem Research emerge come il giro di affari del mercato italiano sia aumentato, passando dai 21 miliardi di euro del 2015 ai 26 miliardi del 2016. La quota sul mercato europeo a 28 paesi, il cui valore stimato è pari a 625 miliardi di euro (nel 2015 ammontava a 580 miliari di euro), è quindi passata dal 3,6 al 4,2%. Insomma, un miglioramento c'è stato, ma restiamo indietro rispetto alle altre grandi economie del Vecchio Continente perché sono ancora poche le aziende che mostrano di credere nel canale delle vendite online. «Tenendo conto del fatto che le piccole e medie imprese rappresentano il tessuto economico italiano è su questo fronte che sarebbe opportuno impiegare la maggior parte delle risorse», è l'indicazione di Carlo Milani, direttore di Bem Research. Non è solo una questione di tecnologie, ma anche di competenze. Un'analisi del Centro Studi Cnai segnala che tra le aziende con meno di 50 addetti, lo scorso anno solo l'11% ha realizzato corsi di formazione. Eppure l'85% degli intervistati ha affermato di vedere in questo strumento un buon viatico per aumentare la competitività sul mercato. Un ritardo preoccupante, considerato che la rivoluzione digitale impatta direttamente il modo di lavorare. Uno studio presentato nel corso del World Economic Forum ha segnalato che tra cinque anni (circa il 35%) considerate importanti nella forza lavoro di oggi cambieranno. Attrezzarsi sin da oggi è l'unica strada per non finire marginalizzati a breve.

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