Piccolo può essere ancora bello ma solo all'interno di una rete
di Vito De Ceglia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 luglio 2011
Da slogan ossessivo ritmato come un mantra a metà anni Ottanta, "piccolo è bello"
sembra diventato un incubo. Eppure le imprese italiane reagiscono con caparbietà
alla sfida mondiale e spesso continuano ad affermarsi nell'arena della
globalizzazione, nonostante o, forse, grazie a una presenza superiore al 97% di
aziende con meno di 50 dipendenti, quelle che per l'Unione Europea possono
definirsi piccole imprese. Il problema, allora, non è costituito dalla
dimensione. Piccolo non è né bello né brutto, ma dev'essere solo funzionale alla
missione imprenditoriale. Come il tasso d'innovazione. E la capacità di
penetrazione nei mercati. Per un'impresa oggi il primo problema da affrontare
sembra, infatti, la pesante crisi del mercato interno. Se si vuole assicurare un
futuro alle imprese italiane, soprattutto manifatturiere, bisogna andare
all'estero. E per andare all'estero, il passaporto aziendale è l'innovazione, di
prodotto e di processo.
Le statistiche comparative europee sostengono che l'Italia è un Paese poco
innovativo. A livello di investimenti, il settore pubblico rimane nella media Ue.
Crolla invece l'apporto privato. A causa della ridotta dimensione aziendale,
viene rilevato abitualmente. Ma va osservato che spesso in Italia università e
centri di ricerca sono slegati dalle necessità delle imprese e quindi non tutti
gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo hanno effetti concreti sul
sistema produttivo.
Viceversa, l'impresa italiana fa molta innovazione continuativa non codificata,
che non rientra in nessuna statistica ufficiale: è il caso dell'imprenditore che
modifica a suo uso e consumo una macchina per facilitarne l'attività e magari
nemmeno brevetta il mutamento. Proprio da questa esperienza pratica nasce la
specializzazione italiana nella costruzione di macchine automatiche e utensili.
Quanto all'innovazione come realizzazione di nuovi prodotti, anche presentare un
diverso campionario di maglieria ogni sei mesi è innovazione. Questo non
significa che anche le piccole e medie imprese non debbano riprendere a
investire, prima di tutto nella ricerca. Di certo, il nostro è un Paese nella
sostanza innovativo, particolarmente in settori come l'abbigliamento,
l'agroalimentare, il design, la meccanica, l'utensileria.
Ricerca a parte, però, esistono per le micro, piccole e medie imprese ben altri
ostacoli nella scoperta di nuovi mercati, soprattutto quelli più interessanti e
quindi più lontani (per esempio i Bric e l'Asia Orientale). Il mercato unico
europeo ormai è come un mercato domestico - e può essere affrontato con una
dimensione ridotta dell'azienda e del suo assetto - ma è molto affollato e
altamente competitivo, mentre i mercati che crescono a due cifre, quelli più
appetibili, non solo spesso sono lontani geograficamente, ma anche più ardui da
affrontare, per esempio hanno bisogno di supporti amministrativi e legali
maggiormente sofisticati. Purtroppo, sui mercati internazionali, l'azienda spesso
si sente abbandonata a se stessa. Le piccole imprese, infatti, evidenziano
sistematicamente uno stato di solitudine nell'attuazione dei processi di
internazionalizzazione rispetto al mondo istituzionale deputato a queste attività
sia in fase di promozione sia dopo.
L'Italia, infatti, dispone di un sistema che è stato immaginato e costruito per
accompagnare all'estero la grande impresa. Ma i mercati sono cambiati
profondamente e le grandi - e pure molte medie - imprese all'estero si muovono da
sole. Invece, essere internazionali non è più una vocazione di pochi, ma una
strategia di sviluppo imprescindibile. Esiste, inoltre, una serie di nuove
necessità, di sostegni reali: non ci si può limitare ad accompagnare le aziende
alle fiere in giro per il mondo. E se l'Italia non vuole lasciare sul terreno
quote di commercio internazionale è necessario intervenire per rendere più
competitivi i territori, così come lo sono stati negli anni Sessanta i distretti.
E nel territorio una delle nuove opzioni di sviluppo è la rete, nella quale
assume un ruolo significativo la piccola impresa che può svolgere anche solo una
parte del processo produttivo.
Non c'è nulla di più lontano dall'economia globalizzata, all'apparenza, di
aziende che stirano o imbustano capi di abbigliamento, sia pure destinati
all'estero, eppure anche loro appartengono a una filiera internazionalizzata e,
di conseguenza, devono proiettarsi, vedersi, essere in una dimensione
internazionale. E in quanto tali vanno considerate dal sistema Paese e dalle
istituzioni.
SistemaPaese, appunto. E'qui che si annida la vera criticità: un concetto
ribadito anche nelle conclusioni del convegno della Cna sulla piccola e media
impresa, tenutosi il 28 giugno a Roma. Tutti i protagonisti del meeting hanno
chiesto scelte precise, azioni e impegni per correggere in modo coerente e
determinato quello che non è funzionale allo sviluppo del paese, per rimuovere le
cause strutturali che ne frenano la crescita economica. Per guardare con vista
lunga le condizioni che il futuro detta al presente.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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